Le persone con Disturbo ossessivo-compulsivo lamentano una sintomatologia che appare come qualcosa di assolutamente necessario ed esterno al controllo esercitato dalla propria volontà. Ad aiutarci nella comprensione della natura di questi sintomi interviene... il mito greco!

La mitologia della Necessità

L’esperienza riportata dalle persone con disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è quella di trovarsi “costrette” nelle proprie ossessioni (dal latino obsidēre, assediare) e/o nei rituali corrispondenti alle proprie compulsioni (dal latino compulsare, spingere con violenza, forma intensiva di compellĕre, spingere).

Il circolo è ben noto ed altrettanto vizioso: le prime sono motivo di ansietà e disagio che le seconde tentano di ridurre o annullare.

La sintomatologia ossessivo-compulsiva è, generalmente, vissuta dal soggetto egodistonicamente, vale a dire come qualcosa che si impone alla sua stessa volontà ed è fuori dal controllo da essa esercitato, arrivando a condizionare - e limitare! - estesamente la libertà ed il funzionamento quotidiano.

Costrette”, dicevamo. Al lettore sarà, forse, capitato di sentir parlare di “anancasmo”: indicizzato sotto la lettera A del glossario della psicopatologia, è questo un termine oggi poco usato che si riferisce proprio alla sintomatologia caratteristica del DOC.

Esempi di anancasmo sono la compulsione del lavaggio delle mani secondo modalità e frequenza eccessive o quella del controllare più e più volte se si è chiusa correttamente la manopola del gas.

Il termine deriva da molto lontano, addirittura dalla mitologia greca. Nel mito greco, infatti, Ἀνάγκη (pron. Anànke) è la divinità che rappresenta la Necessità, il destino, l’ineluttabilità (il verbo greco ἀναγκάζειν significa, infatti, “costringere”).

Le poche raffigurazioni della divinità, la rappresentano come artefice della rotazione delle sfere celesti per mezzo di un fuso. Quello di Ἀνάγκη è un principio imprescindibile al quale nessuno può sottrarsi poiché in assenza di essa si verrebbe inghiottiti dal Caos.

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Le basi della Necessità

Esiste, dunque, un Caos a cui la sintomatologia ossessivo-compulsiva pone rimedio e freno?

Se è certamente riduttivo e poco utile spiegare la natura di questa sintomatologia in questi termini, è comunque frequente riscontrare alcuni aspetti comuni nella storia dei pazienti con DOC (soprattutto in quella dei primi anni di vita) che afferiscono, in effetti, alla sfera dell’ordine e del rimedio, se così possiamo dire.

Un interessante modello è quello proposto da Salkovskis (Salkovskis et al., 1999) che delinea cinque fattori che possono facilitare lo sviluppo del DOC e, in particolare, di quell’atteggiamento rigoroso ed iper-responsabile che nei pazienti con DOC è frequente osservare:

  1. L’assunzione, durante i primi anni di vita, di ruoli di responsabilità inadeguati rispetto all’età.
    Svolgere con coscienziosità ed efficienza, fin dall’infanzia, dei ruoli che sono più tipici dell’adulto (es., prendersi cura dei propri fratelli più piccoli), può alimentare degli standard di responsabilità talmente elevati che, nel confronto con questi, sarà molto facile provare un senso di inadeguatezza o vero e proprio fallimento;

  2. Codici di condotta molto rigidi e rigorosi, trasmessi dalla famiglia così come da altre figure di riferimento importanti nell’infanzia come, ad esempio, gli insegnanti della scuola primaria;

  3. Protezione dalle responsabilità. Continui timori e preoccupazioni espressi dai genitori possono veicolare ai figli il messaggio che il mondo fuori sia pericoloso e che non si abbiano gli strumenti per fronteggiarlo.
    Il conseguente atteggiamento iper-protettivo nei confronti dei figli, porterà questi ad avere scarse occasioni per esplorare il mondo e farne esperienza, pressoché evitando, in particolare, le situazioni di rischio (temuto o reale che sia);

  4. Un accresciuto senso di responsabilità conseguente al verificarsi di un incidente (o una serie di incidenti) a cui le azioni o il mancato intervento da parte della persona ha contribuito in modo significativo causando conseguenze negative per la persona stessa o altri;

  5. Un accresciuto senso di responsabilità conseguente al verificarsi di un incidente (o una serie di incidenti) a cui si ritiene erroneamente che i propri pensieri o azioni abbiano contribuito.
    Immaginiamo un bambino che è arrabbiato con la mamma perché questa gli ha negato la possibilità di uscire al parco con gli amici. Il bambino, così, inveisce contro di lei usando parole di odio; la sera stessa la mamma ha un malore: il bambino mette in rapporto di causa-effetto la propria reazione ed il malore della mamma e ritiene, pertanto, di aver cagionato il malore della mamma.

Alla luce di tali fattori predisponenti, non stupisce riscontrare nei racconti dei pazienti con DOC un elevato grado di Not Just Right Experience (NJRE; Pitman, 1987), che è quella personale sensazione di non completa soddisfazione rispetto al modo in cui siano andate alcune circostanze, per esempio il modo in cui ci si è lavate le mani. Questa sensazione suggerisce che le cose non siano ancora corrette, sicure, “a posto” come, invece, le elevate aspettative in merito esigerebbero. I rituali compulsivi, rappresenterebbero, dunque, il tentativo di aggiustare il tiro tentando di avvicinare sempre di più il risultato del processo a quell’optimum a cui la persona anela.

 

Chi paga il conto della Necessità?

In generale, quindi, è possibile constatare come spesso i pazienti con DOC abbiano imparato - anche piuttosto precocemente - a muoversi all’interno di binari comportamentali piuttosto rigidi e restrittivi, quelli oltre i quali il mondo appare pericoloso, caotico.

In queste persone è spesso stata sollecitata e rinforzata oltremodo la sfera delle competenze razionali, cognitive, concrete ed operative, e questo a discapito di un mondo emotivo lasciato a sé, rimasto incolto, sregolato o, di converso, messo a tacere.

Secondo Nancy McWilliams (McWilliams, 1999)

“le persone ossessive e compulsive sono profondamente preoccupate dei problemi di controllo e rettitudine morale e tendono a definire la seconda nei termini del primo: comportarsi bene significa, cioè, tenere sotto stretto controllo le parti del Sé aggressive, licenziose e bisognose” (pag. 315)

ed ancora

“(…) evitano le situazioni complesse emotivamente cariche in favore di particolari considerati separatamente: sentono ogni parola ma non hanno nessuna percezione della musica” (pag. 317).

A conferma di ciò, non è un caso come i pazienti con DOC presentino, rispetto a soggetti di controllo, delle più marcate difficoltà che afferiscono alla sfera dell’alessitimia, ovvero la difficoltà nell'identificare e descrivere gli stati emotivi propri ed altrui (Robinson & Freestone, 2014).

Tra coloro che pagano il conto della Necessità, quindi, c'è proprio questa emotività, tenuta isolata e sotto chiave, nella difficoltà di viverla con pienezza e genuinità poiché essa rappresenta quel Caos che la persona teme, tanto da “porvi rimedio” per mezzo di Ἀνάγκη e del suo fuso che deterministicamente regola.

 

Bibliografia

  • Salkovskis P et al. 1999. Multiple pathways to inflated responsibility beliefs in obsessional problems: possible origins and implications for therapy and research. Behaviour Research and Therapy 37:1055–1072.
  • Pitman RK. 1987. A cybernetic model of obsessive-compulsive psychopathology. Comprehensive Psychiatry 28:334–343.
  • McWilliams N. 1999. La diagnosi psicoanalitica. Astrolabio Edizioni.
  • Robinson LJ & Freeston MH. 2014. Emotion and internal experience in Obsessive Compulsive Disorder: reviewing the role of alexithymia, anxiety sensitivity and distress tolerance. Clinical Psychology Review 34(3):256-71.