Sono questi i risultati del maggiore studio clinico condotto sull’argomento e recentemente presentato al Congresso 2019 dell’ American Diabetes Association a San Francisco (nonché pubblicati sull’autorevole rivista scientifica New England Journal of Medicine).

I ricercatori hanno seguito per circa due anni e mezzo più di 2.400 pazienti con “pre-diabete” e hanno concluso che non vi era differenza, nel numero di nuovi casi di diabete conclamato, tra chi aveva assunto 4.000 unità di Vitamina D3 al giorno (una dose molto elevata, di gran lunga superiore rispetto a quella comunemente prescritta per la prevenzione e la terapia dell’osteoporosi) e i soggetti di controllo cui era stato dato un placebo. Un qualche beneficio, di modesta entità, forse era presente nei pazienti che avevano inizialmente livelli molto bassi di vitamina D nel sangue, ma si trattava di pochi pazienti, numericamente insufficienti per trarre conclusioni utili dal punto di vista terapeutico.

Si tratta di una ricerca indipendente, metodologicamente rigorosa, supportata da finanziamenti pubblici e non dall’industria, che rappresenta per molti (medici e non) una vera e propria “doccia fredda” e ridimensiona l’utilità di assumere Vitamina D per altro che non sia l’integrità del tessuto osseo.

 

FONTE: N Engl J Med. 2019 Jun 7. doi: 10.1056/NEJMoa1900906. [Epub ahead of print]

 

 

 

 

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