L’aggressività di un’infezione dipende da due elementi distinti, rappresentati l’uno dalla patogenicità dei microrganismi che ne sono responsabili, l’altro dalla loro numerosità.

Allo stesso modo, l’esito di un conflitto dipende sia dall’addestramento e dal corredo bellico dei combattenti, sia dal loro numero. Benito Mussolini vantava otto milioni di baionette, ma erano di latta. Non erano di latta quelle di Adolf Hitler, ma si scontrarono con l’alleanza tra democrazie occidentali e dittatura comunista. La combinazione di questi due elementi, l’aggressività e la numerosità, costituisce la “carica infettiva”.

Nel caso dei virus patogeni, e nello specifico del COVID-19, l’aggressività dipende a sua volta da due elementi: la mobilità e la capacità radicativa.

Per quanto riguarda la prima, si consideri che un virus è una forma di vita elementare, rappresentata dal “progetto della vita”, circondato da un sottile involucro proteico e lipidico che lo racchiude e protegge.

Il termine progetto della vita è stato coniato da Renato Dulbecco per indicare l’insieme delle istruzioni genetiche che codificano la vita in tutte le sue espressioni, dalle più elementari alle più complesse.

Allo stato secco, questo progetto resiste alle intemperie ed è capace di spostarsi col vento a distanze considerevoli, senza bisogno di nutrimento. Ecco perché il COVID-19 in pochi mesi potrebbe essersi propagato sull’intera superficie terrestre, raggiungendo perfino insediamenti umani situati nel profondo della foresta amazzonica.

Trovando un terreno favorevole, la suddetta forma elementare di COVID-19 vi si radica, ricavandone sia la capacità moltiplicativa sia il nutrimento. Nello specifico, questo terreno è preferenzialmente rappresentato da cellule dell’apparato respiratorio affette da una patologia, che ne debilita le difese fisiologiche contro le infezioni.

Si tenga presente, a questo proposito, che il virus è un parassita biologico obbligato, capace di replicarsi solo all'interno di una cellula.

Grazie a questo radicamento, la velocità di replicazione raggiunge valori talmente elevati, da tradursi rapidamente, entro pochi giorni o addirittura ore, nei miliardi di virus che contraddistinguono la carica infettiva. Un fattore che da solo spiega, in assenza di mutazioni concernenti la patogenicità intrinseca del COVID-19, l’andamento dell’infezione: la fiammata iniziale, lo spegnimento successivo, il rischio di una riaccensione stagionale.

L’esordio del COVID-19 è coinciso con l’esistenza di aggregati umani portatori di affezioni respiratorie, che hanno facilitato il radicamento, la moltiplicazione e la propagazione del virus.

I propagatori della malattia sono stati pertanto principalmente persone malate, nelle quali il virus raggiungeva la necessaria carica infettiva. È corretto che la malattia può propagarsi anche attraverso portatori sani o malati guariti, ma essi trasmettono una malattia relativamente mite, che raramente evolve in senso nefasto.

Contemporaneamente abbiamo assistito al fenomeno della cosiddetta “vaccinazione selvaggia”, che si instaura spontaneamente nella persone contagiate, immunizzandole. Essa è svelata da test sierologici, che documentano la comparsa in circolo di anticorpi dotati di un’azione neutralizzante sul virus.

Sono due, di conseguenza, le cause plausibili dell’attenuazione della malattia al seguito della fiammata iniziale:

  1. l’isolamento dei malati, i principali portatori della carica infettiva;
  2. la loro riduzione numerica, favorita sia dall’approntamento di cure capaci di favorire le guarigioni, sia dalla strage - ad opera del COVID-19 - delle persone contraddistinte dalle infermità, che ne avevano favorito la moltiplicazione.
    Un fenomeno, quest’ultimo, che ha prevalentemente riguardato persone anziane e debilitate.

 

Per inciso, la ridotta incidenza del COVID-19 nel bambino chiama in causa il possibile ruolo protettivo delle vaccinazioni infantili.

Esse potrebbero indurre una reazione immunitaria ad ampio spettro, capace di coinvolgere anche il COVID-19. Un fenomeno analogo è stato riscontrato nel caso della varicella, che proteggeva anche dal vaiolo. Si colloca in questo contesto anche il ricorso alla vaccinazione contro il virus dell’influenza, che non appartiene alla stessa famiglia del COVID-19.

Per contro, appare controproducente il ricorso ai vaccini monoclonali, manipolati attraverso l’ingegneria genetica. Essi sono dotati di effetti immunogeni più mirati di quelli naturali, ma terapeuticamente sono meno efficaci perché non colpiscono l’intero corredo antigenico di un virus. Teoricamente sono più specifici di quelli naturali e, potenzialmente, più sicuri. Alla prova dei fatti non sempre lo sono e, comunque, sono meno efficaci. Si aggiunga che i vaccini geneticamente manipolati sono dispendiosi, così da ostacolarne l’impiego da parte delle popolazioni indigenti.

 

Chiuso l’inciso, alla luce delle suddette riflessioni è possibile formulare un giudizio sia sulle misure di contenimento del COVID-19 fin qui adottate, sia su quelle ipotizzabili al fine di evitare la riaccensione della malattia.

Le trascorse misure di contenimento hanno frenato la diffusione della malattia, riducendo il numero dei malati, così da consentire al sistema sanitario di reggere l’urto iniziale del COVID-19. Nel contempo, esse non hanno bloccato in maniera completa la diffusione del virus, consentendo in questo modo la suddetta vaccinazione selvaggia, con le conseguenze positive che ne sono derivate.

Il bilancio di queste misure è nel complesso altamente positivo. È vero che esse hanno devastato l’economia a livello globale, incidendo negativamente sul nostro stato di salute complessivo, ma per contro hanno salvato da una fine precoce molte vite umane.

Allo stato attuale dei fatti, rappresentato dall’affievolimento del COVID-19, appare ugualmente positivo il rallentamento delle misure di contenimento, che vanno gradualmente focalizzate sul principale portatore della carica infettiva responsabile della propagazione della malattia: il malato. Lasciando da parte il cosiddetto passaporto sanitario, difficilmente approntabile e proponibile.

Per quanto riguarda il rischio di una riaccensione stagionale della malattia, occorrerà disporre di strutture sanitarie sia d’emergenza, sia d’uso corrente per l’isolamento e la cura di malati non gravi, ma dotati della carica infettiva che diffonde e alimenta l’epidemia.

Il modello di riferimento è costituito dai Sanatori tubercolari del passato, che rispondevano ad entrambe le suddette esigenze: l’isolamento e la cura.

Il COVID-19 ci ripropone ancora una volta lo spettacolo dello scontro mortale, struggle for life secondo Charles Robert Darwin, tra due specie viventi situate ai due estremi del processo evolutivo.

Da una parte il virus, la forma primordiale con la quale la vita si è affacciata sulla Terra. Dalla sua ha la resistenza alle intemperie, che potrebbe spiegarne la provenienza da altri sistemi solari; l’aggressività, che gli consente di agganciarsi ad altre fonti di vita, ricavandone nutrimento e apparato riproduttivo; la velocità di duplicazione, che trovando nella Terra il terreno adatto gli ha consentito di ricoprirne in un baleno l’intera superficie.

Ecco perché il virus, inteso nella sua accezione primaria di virione, è sopravvissuto a tutte le specie viventi successive, rappresentandone tuttora la forma prevalente. Se ne conoscono circa 5.000 tipi, ma si ritiene che ne esistano svariati milioni, che hanno pervaso praticamente tutti gli ecosistemi terresti. Sono presenti perfino nel nostro genoma, costituendo presumibilmente gran parte della cosiddetta “materia oscura”.

All’altro lato dello scontro mortale in corso si colloca l’uomo, che con la sua tecnologia si è impadronito dell’ecosistema terrestre, piegandolo ai propri bisogni, essenziali e anche futili. Eppure, nonostante lo straordinario potere conferitogli dalla sua tecnologia, egli ha rischiato di uscire sconfitto dallo scontro col virus.

In suo soccorso è intervenuta la natura, avvalendosi del sistema immunitario, che a sua volta rappresenta un superamento dell’antibiosi. Tra questi due sistemi naturali c’è una differenza sostanziale, che merita d’essere sottolineata.

Il primo funziona egregiamente da oltre un miliardo di anni, ma è relativamente grossolano, perché si avvale di armi poco duttili. Nel corso dell’evoluzione, l’antibiosi è stata sopravanzata dal sistema immunitario, una soluzione più avanzata che non solo tiene conto delle caratteristiche distintive di ciascun aggressore, ma sa anche controbatterne le eventuali misure di resistenza.

I sui corrispettivi medici sono gli anticorpi e i vaccini, dotati di effetti rispettivamente curativi e preventivi. Se ne ricava una precisa ed elegante lezione di Green Economy, intesa nel senso di soluzioni naturali più avanzate, più efficaci, più sicure e, fatti i conti, anche più economiche di quelle prodotte artificialmente dall’uomo.