L'ottimismo allunga la vita

Dr. Mauro ColangeloData pubblicazione: 04 settembre 2019

L’ottimismo è un attributo psicologico caratterizzato dalla costante aspettativa che le cose vadano per il meglio o dal convincimento che il futuro sarà di certo favorevole perché si è in grado di controllare efficacemente l’esito di quanto si stia facendo.

Sono stati già condotti numerosi studi che hanno evidenziato come gli individui dotati di maggior ottimismo siano meno soggetti a malattie croniche o ad una morte prematura.

Nella ricerca “Dispositional optimism protects older adults from stroke” (Stroke 42, 2855–2859, 2011 ), condotta da E. S. Kim, si è rilevata una minore incidenza di ictus nei soggetti abituati a vedere il bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.

Analogo risultato per quanto concerne la cardiopatia ischemica è stato evidenziato da L. D. Kubzansky nello studio “A prospective study of optimism and coronary heart disease” (Psychosom. Med. 63, 910–916, 2001) e da K. A. Matthews nella aterosclerosi vascolare “Optimistic attitudes protect against progression of carotid atherosclerosis in healthy middle-aged women” ( Psychosom. Med. 66, 640–644, 2004).

Il lavoro di M. Revelas Review and meta-analysis of genetic polymorphisms associated with exceptional human longevity” (Mech. Ageing Dev. 175, 24–34, 2018), mette a fuoco i fattori biomedici associati ad una eccezionale longevità ma, parallelamente, assume un significato considerevole il recente studio prospettico sull’importanza dei fattori non-biologici di Lewina O. Lee e Laura D. Kubzansky  “Optimism is associated with exceptional longevity in 2 epidemiologic cohorts of men and women” pubblicato il 26. Agosto. 2019 su Proceedings of the National Academy of Sciences (https://doi.org/10.1073/pnas.1900712116).

Per esaminare se a livelli più elevati di ottimismo corrispondesse una eccezionale sopravvivenza, fino all’età di 85 anni o oltre, i ricercatori di Boston hanno esaminato i dati di due studi di coorte pre-esistenti: il Nurses' Health Study (NHS), consistente in un follow-up di 10 anni (2004-2014) su 70.000 donne, ed il Veterans Affairs Normative Aging Study (NAS), costituito da un follow-up di circa 30 anni (1986-2016) su 1.400 uomini.

Lo score di ottimismo è stato stabilito usando per la popolazione NHS il Life Orientation Test–Revised e per gli uomini del NAS il Revised Optimism–Pessimism Scale estrapolato dal MMPI-2 (Inventario Multifasico di Personalità Minnesota).

Per definire le differenze della lunghezza di vita associata all’ottimismo, i modelli dell’analisi primaria sono stati aggiustati secondo i confondenti demografici (i fattori di rischio distribuiti in modo eterogeneo), ed usando la regressione logistica in considerazione del ruolo dei comportamenti relativi allo stato di salute. In entrambi i sessi, è stata trovata una associazione dose-dipendente di livelli più elevati di ottimismo al baseline con aumentata longevità (P trend < 0.01).

Per esempio, in dipendenza delle condizioni demografiche e dello stato di salute, il quartile (ripartendo cioè la popolazione NHS in quattro parti numericamente uguali) delle donne con più alto ottimismo, in paragone a quelle con livello più basso, avevano un periodo di vita più lungo del 14,9% (95%, intervallo di confidenza da 11.9 a 18.0). Reperti sovrapponibili sono stati riscontrati nella popolazione maschile NAS.

Questi risultati suggeriscono che i partecipanti con ottimismo più elevato rispetto a quelli con livello minore avevano 1,5 nelle donne e 1,7 negli uomini maggiori probabilità di sopravvivere fino all’età di 85 anni; queste relazioni venivano mantenute, seppur modificate, aggiustando per i confondenti dei comportamenti salutari (fumo, qualità dell’alimentazione, esercizio fisico, depressione).

L’aumento nell’aspettativa di vita è all’incirca equivalente alla diminuzione associata alla presenza di diabete o malattia cardiaca.

Pertanto, le donne nel top del 25% dello score di ottimismo vivevano un 15% più a lungo di quelle nel punto più basso.

Gli uomini nel top del 20% vivevano un 11% di più di quelli nel più basso 20%.

E’ stato dimostrato che circa il 25% dell’ottimismo è ereditabile e che il livello innato di ottimismo può essere cambiato attraverso la meditazione e la terapia cognitivo-comportamentale.

Alla luce dei risultati di questo studio, noi medici dovremmo incoraggiare i nostri pazienti a guardare sempre al lato luminoso della vita, che dopo tutto può allungare la vita.

Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

17 commenti

#1
Specialista deceduto
Dr. Giovanni Migliaccio

Come sempre ci informi di interessanti studi.
A proposito però di quest'ultimo credo che, stante l'attuale situazione politica e sociale italiana (ma anche mondiale) la popolazione della Terra si ridurrà drasticamente. (^______^)

#2
Utente 510XXX
Utente 510XXX

Grazie dottore per il suo importante articolo. Con i tempi che corrono è una vera iniezione di conforto, da troppo tempo la vita ci porta verso una corsa continua contro il tempo che ci rende sempre più stressati e non più lungimiranti. Sarebbe una vera svolta se,come lei giustamente suggerisce, tutti i medici spingessero i pazienti a guardare il lato "luminoso"della vita. Lei,già con i suoi preziosi articoli, riesce a dare una "ventata" di ottimismo. La ringrazio e continuerò a seguire i suoi scritti con molto interesse.

#3
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Gentile Utente,
La ringrazio del suo cortese commento e particolarmente di avere apprezzato la frase che ho mutuato dalla canzone di Eric Idle - "Always Look On The Bright Side Of Life".
Un cordiale saluto

#4
Utente 397XXX
Utente 397XXX

Queste risultanze per quanto sembrano sprizzare ottimismo (non a caso), sono anche un po' deprimenti per chi ottimista non è. Insomma, chi è pessimista o giustamente realista, sembra destinato a godere di minore salute e minore aspettativa di vita (ma non potrebbe anche essere che chi è malato è ovviamente meno ottimista?).
Insomma, pare proprio che gli ottimisti abbiano ogni fortuna: sono ottimisti e sono anche più sani e longevi. Sul fatto che si possa diventare ottimisti, sono molto scettico: il 25% è caratteristica ereditata? Mi sembra poco. Soprattutto non mi sembra possibile che la psicoterapia e la meditazione possano rendere una persona più ottimista. Forse gli psicofarmaci possono garantire minore depressione. Ma essere ottimisti o pessimisti è un'altra cosa ancora: Seligman ritiene che si possa diventare ottimisti, basta essere convinti di poter controllare cose che in realtà non si possono per nulla controllare, cioè si deve spegnere un po' l'intelligenza. Io non ce l'ho mai fatta. Grazie e saluti.

#5
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Gentile Utente,
La ringrazio per le sue sensate osservazioni ma mi preme sottolineare che spesso la mancanza di ottimismo è prodotta da pensieri negativi che un adeguato approccio psicoterapeutico potrebbe tentare di controllare. Durante il mio soggiorno degli stati Uniti, dopo la laurea, mi sentivo spesso salutare con l'espressione "take it easy" e debbo dire, onestamente, che seppur iterativo mi faceva sempre un certo effetto "ottimistizzante".
La saluto cordialmente

#6
Dr. Carla Maria Brunialti
Dr. Carla Maria Brunialti

Articolo molto molto interessante,
gli esiti dello studio altrettanto.
Grazie a Mauro Colangelo.

E' esperienza frequente per noi Psicoterapeuti che le persone possano apprendere a guardare il mezzo pieno del bicchiere.
Ho proprio detto "apprendere",
dato che gli "occhiali" con cui si guarda la vita hanno poco di genetico e molto di appreso, primariamente dagli atteggiamenti genitoriali o figure di riferimento infantili.
E dunque il potere della mente è in grado di modificare gli apprendimenti pregressi, anche se - occorre dirlo - con un certo sforzo e fatica; ma ne vale la pena.
In tema con queste riflessioni ho trovato molto luminoso il libro di M. Augé, Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste,
nel quale un grande vecchio" ci insegna a guardare con serenità il tempo che passa e la stessa vecchiaia.
https://www.medicitalia.it/news/psicologia/5431-la-vecchiaia-non-esiste-parola-del-grande-m-auge.html .

Carlamaria

#7
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Grazia Carlamaria per il tuo garbato ed interessante commento che compendia e sussidia il significato dell’articolo.

#8
Utente 397XXX
Utente 397XXX

Secondo me la condizione più frequente delle persone è quella di essere tendenzialmente pessimista perché essere pessimisti ha permesso alla specie umana di sopravvivere nei millenni passati, quando i pericoli per la sopravvivenza erano diversi: bestie feroci, carestie, malattie, cataclismi, guerre. Tutte cose su cui gli esseri umani non avevano alcun controllo e per questo hanno sviluppato una particolare tendenza a prevenirle o contenerle, anche con l’immaginazione pessimista. Nel corso dell’evoluzione dell’uomo, avere una particolare tendenza a figurarsi quasi ossessivamente un disastro poteva rappresentare l’unica arma di sopravvivenza, per scansare o contrastare il disastro. Questo approccio oggi giorno è poco funzionale e la società è molto cambiata. Ma quella tendenza modellata nei secoli è rimasta e infatti gli esseri umani hanno ancora oggi una particolare distorsione per cui selettivamente si ricordano di più i traumi e gli incidenti piuttosto che i momenti piacevoli e i successi. Quindi essere ottimisti è un po’ andare contro natura, occorre molto sforzo e fortuna per essere ottimisti. La condizione più onesta sarebbe quella di essere realisti, cioè di assegnare alle probabilità di successo e di controllo della situazione il giusto valore. Gli ottimisti tendono a sovrastimare le probabilità di successo e soprattutto sovrastimano la capacità di controllo sugli eventi. In genere sono persone cui la vita è girata spesso per il meglio e che quindi hanno imparato che possono controllare il proprio destino, che gli eventi negativi ogni tanto capitano ma sono per lo più sfortuna mentre quelli positivi sono per lo più bravura e succedono più spesso di quelli negativi. Questa condizione li ha resi ottimisti, nonostante l’innata tendenza delle persone a pensare al peggio.
Io penso che gli ottimisti vivano in un’illusione che nella nostra società è in effetti un vantaggio (ma non sempre non mi farei mai operare da un chirurgo molto ottimista né accetterei di comperare un’automobile controllata da un’ottimista). Si pongono obiettivi più ambiziosi e tendono a mettere in campo più energie rispetto ai pessimisti. Ma non è una condizione oggettivamente corretta, come è invece il realismo, inteso come valutazione non distorta (in un senso e nell’altro) della probabilità di accadimento degli eventi.

Ecco forse quello che si dovrebbe insegnare è il realismo: cioè che ci sono probabilità di successo (e di insuccesso) e una qualche possibilità di controllo degli eventi e che immaginarsi sempre la catastrofe è una distorsione non più funzionale.

#11
Utente 559XXX
Utente 559XXX

Penso che la vita si allunghi alle persone geneticamente sane , l ottimismo secondo il mio parere in molti casi ha portato a grandi fallimenti sia in amore che in ambito lavorativo ,ciò significa essere troppo sicuri di se stessi che non va bene ,bisogna essere solo realisti e affrontare la vita con realtà ,certo che essere troppo pessimisti e non avere autostima di se stessi secondo una mia osservazione.. Cmq Dott. Argomento molto interessante pieno di tante sfaccettature...

#12
Utente 510XXX
Utente 510XXX

Buongiorno utente 559691.
Premetto che il mio non vuole essere un commento polemico ma solo un "personalissimo" contributo" costruttivo. Concordo con Lei che bisogna essere realisti. E' un'ovvietà che persone geneticamente sane abbiano maggiore possibilità di avere una vita più lunga, ma mi preme chiederle dove ha trovato, nell'articolo del Dott. Colangelo, attinenze tra "Ottimismo" e "essere troppo sicuri di se stessi"? E/o che il Pessimismo sia indice di mancanza di autostima? Forse se rileggesse con più attenzione l'articolo troverà qualche "informazione" che potrebbe esserle "sfuggita" e che potrebbe farle rivedere il suo commento.

#13
Utente 397XXX
Utente 397XXX

Un'ulteriore considerazione che nasce dalla personale, ovviamente limitata, esperienza. Gli ottimisti hanno un modo di vivere i fallimenti molto più funzionale, che in genere li fa recuperare velocemente dalla sfortuna capitata. Riescono infatti a dare un peso più rilevante agli eventi positivi che gli accadono rispetto a quanto diano importanza alle "sfighe" della vita (permettetemi questa espressione colorita). Ecco, questo modo di pensare è forse il tratto più caratterizzante ed invidiabile degli ottimisti. Come hanno appreso questo modo di interpretare gli eventi? Come riescono ad andare oltre alla realtà oggettiva del fallimento e ad immaginarsi sempre che succederà qualcosa di positivo in futuro? Difficile da spiegare, però è un fatto che in questo modo affrontano la vita con più energia col risultato che le probabilità di riuscita aumentano (profezia che si autorealizza). Comunque, sarebbe già un risultato diventare realisti (la maggior parte delle persone è invece pessimista).

#14
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Mi felicito di avere promosso tante e così profonde considerazioni con la mia news. Comunque, scopo dell'articolo non è la definizione in termini comportamentali dell'ottimismo, stimolandone la ricerca soggettiva della scaturigine psicologica, quanto il portare a conoscenza del vasto uditorio di Medicitalia un dato clinico-biologico, rilevato attraverso una serie di ricerche multi-disciplinari, che pone in relazione questo atteggiamento dello spirito ed un miglior stato di salute fisica.
Grazie di cuore ai miei attenti lettori

#16
Utente 559XXX
Utente 559XXX

Bsera utente 510030 certo che ho letto con attenzione l articolo del dott. Colangelo e ho solo scritto una mia opinione ne più ne meno ,infatti ho scritto ciò che penso solo per esperienze vissute intorno a me ,sarebbe troppo lungo inoltrarsi nel significato di ottimismo e pessimismo ,può avere molti significati a seconda delle situazione ...

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