demenza

Chi ha una buona loquacità possiede un cervello resistente alla demenza?

Dr. Mauro ColangeloData pubblicazione: 26 agosto 2021

Con il termine di riserva cognitiva si fa riferimento alla resilienza del cervello, ossia alla sua capacità di autoripararsi dopo un danno.

Più neuroni compensano il declino cognitivo?

Questo concetto è scaturito da uno studio famoso pubblicato nel 1988 da Katzman R. et Al. (1988) Clinical, pathological, and neurochemical changes in dementia: A subgroup with preserved mental status and numerous neocortical plaques [1], che attraverso l’esame post mortem del cervello di persone anziane rivelava una discrepanza fra l’evidenza di aspetti neuropatologici della malattia di Alzheimer, in assenza pressocché completa di manifestazioni cliniche della malattia.

Secondo gli Autori ciò era legato al fatto che in questi soggetti, avendo il cervello un peso maggiore e quindi un maggior numero di neuroni, malgrado l’Alzheimer si fosse sviluppato, la maggior quantità di materia cerebrale si sarebbe comportata come una "riserva", compensando quindi parzialmente il danno neurologico legato alla deposizione delle placche di β-amiloide.

Questa scoperta iniziale ha ricevuto numerose conferme da studi successivi, per cui si è oggi affermato il criterio che un alto livello di "riserva cognitiva" comporta una elevata soglia di "immunità" contro i sintomi clinici della demenza.

I fattori che incidono sulla riserva cognitiva

La resilienza del cervello, ossia la sua riserva cognitiva, intesa come ridotto rischio di demenza e di declino cognitivo, è comunemente misurata sulla base di variabili socio-comportamentali di facile interpretazione, ma che sono scelte diversamente a seconda degli studi epidemiologici.

Boyle e Coll. hanno pubblicato, il 24 Agosto 2021, su Alzheimer’s Research and Therapy, (2021) 13:128, lo studio Verbal intelligence is a more robust cross-sectional measure of cognitive reverse than level of education in healthy older adults [2], basato su un campionamento trasversale, in cui hanno indagato la validità di molteplici combinazioni di 5 comuni variabili:

  • livello culturale
  • impegno occupazionale
  • intelligenza verbale
  • attività ricreative
  • attività fisica.

L’indagine è stata effettuata su due coorti separate e distinte di anziani residenti in comunità: 313 della TILDA (Irish Longitudinal Study on Ageing), età media= 68.9 anni, range = 54-88 e 234 della CR/RANN (Cognitive Reserve/Reference Ability Neural Network Study), età media = 64.49 anni, range = 50-80.

Sono stati elaborati 15 modelli sulla base di 3 variabili riferite alla struttura cerebrale:

  • volume della sostanza grigia,
  • volume dell’ippocampo
  • spessore medio della corteccia cerebrale

e di 5 variabili cognitive:

  • fluidità verbale,
  • velocità di ragionamento,
  • funzioni esecutive,
  • memoria episodica
  • cognizione globale.

Livello culturale e fluidità verbale

È apparso evidente che in tutti i modelli, prescindendo dalle variabili della struttura cerebrale, l’associazione statisticamente più positiva per definire le funzioni cognitive è stata rappresentata da due variabili socio-comportamentali: il livello culturale e l’intelligenza verbale.

L’intelligenza verbale coniuga intelligenza e linguaggio ed è proporzionale alla capacità di combinare le parole in frasi chiare, dirette e ben formulate. È l’intelligenza di chi è abile a esprimersi con le parole, per esempio per raccontare o spiegare, ma anche più portato per le lingue o per la scrittura.

Mentre l’intelligenza verbale è prevalsa in tutti i modelli adottati, il livello culturale è apparso significativo solo in quelli che vi associavano come parametro cognitivo le funzioni esecutive.

In più di due terzi dei modelli d’indagine cervello-cognizione, le associazioni di maggior rilevanza statistica per definire un certo valore della riserva cognitiva sono state rappresentate da:

  • Complessità occupazionale e intelligenza verbale
  • Livello culturale ed intelligenza verbale
  • Livello culturale, complessità occupazionale ed intelligenza verbale

Da questo studio emerge che molteplici fattori contribuirebbero all'incremento della riserva cognitiva di un individuo e che per poterla quantificare in modo standardizzato nessuna associazione ha mostrato di possedere un maggior effetto che l’intelligenza verbale da sola, che dimostra di essere il parametro valutativo più attendibile.

 

Fonti:

  • [Annals of Neurology, 23, pp. 138-144]
  • [https://doi.org/10.1186/s13195-021-00870-z]

Autore

maurocolangelo
Dr. Mauro Colangelo Neurologo, Neurochirurgo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1972 presso Università Napoli.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Napoli tesserino n° 11151.

4 commenti

#1
Utente 510XXX
Utente 510XXX

Dott.Colangelo ancora una volta la ringrazio per questa sua pubblicazione su un argomento poco trattato da suoi colleghi. Come sempre riesce a dare un pizzico di speranza alle persone che, avendo familiari con questa patologia, cercano, o meglio, sperano di non essere anch'essi soggetti alla stessa problematica. La seguo con interesse,ed assiduità, da anni e,nei suoi articoli, ho spesso trovato,e messi in pratica,suggerimenti efficaci. Grazie sempre.

#4
Dr. Mauro Colangelo
Dr. Mauro Colangelo

Grazie a Lei, mio assiduo lettore, per i commenti gentili e sempre molto appropriati.
Cordialmente

Commenti degli utenti: aperti!
Commenti dei professionisti: aperti!

Per aggiungere il tuo commento esegui il login

Non hai un account? Registrati ora gratuitamente!

Guarda anche demenza 

Vuoi ricevere aggiornamenti in Neurologia?

Inserisci nome, email e iscriviti:

* Autorizzo il trattamento dei miei dati da parte di Medicitalia s.r.l. per finalità di marketing telefonico e/o a mezzo posta elettronica o ordinaria, compresi l'invio di materiale pubblicitario, la vendita diretta e lo svolgimento di indagini di mercato.

Cliccando su iscriviti acconsento al trattamento dei dati personali come da privacy policy del sito.

Ansia: sai riconoscerla? Scoprilo con il nostro test

Contenuti correlati