Ho visto ieri un servizio de Le iene su una truffa nel mondo del gioco d'azzardo.

Lo scopo consiste nel sapere quando una macchinetta darà la vincita, e andare a “pescare” la vincita a colpo sicuro. In questo modo l'apparente giocatore in realtà non va a giocare, va semplicemente a riscuotere, e quando ha finito passa ad un'altra macchinetta.

Il trucco consiste nell'avere accesso al programma che monitora tutte le macchinette di una determinata ditta, le quali funzionano seguendo dei cicli, cosicché è possibile sapere quale macchinetta vincerà e quando: la persona si prende una zona, e va da una macchinetta all'altra.

L'inviato delle Iene smaschera la rete, piramidale, in cui qualcuno evidentemente comunica o ruba la password di accesso al programma di gestione delle slot, dopo di che utilizza altre persone, assegnando a ciascuna una zona, in cui indica di volta in volta le macchinette “calde”.

Una delle persone coinvolte avrebbe avuto ad un certo punto una crisi di coscienza, perché nel frequentare le sale slot o i bar per svuotare le macchinette a colpo sicuro si rendeva conto di quanta gente invece ci perdeva soldi, fino a rovinarsi.

L'inviato rincara la dose e contesta sullo stesso piano di moralità anche il “trafficante” di password. In sostanza la considerazione è:

“non vi vergognate a usare un'informazione trafugata per far soldi a colpo sicuro mentre ci sono persone che in attesa di una vincita stanno ore a giocare e magari ci perdono l'intero stipendio?”.

Sul piano psichiatrico, questa considerazione tuttavia non ha senso. La truffa che avviene è una truffa ai danni della ditta che gestisce le slot, se mai.

Le vincite sarebbero comunque vincite, e fin qui la truffa è neutra, ma non sono distribuite nella popolazione dei giocatori, bensì concentrate su persone a cui del gioco non importa nulla. In questo modo la vincita non fa l'effetto di alimentare la sete del giocatore, perché i giocatori in pratica non vincono più, le vincite le “scippa” tutte il truffatore.

Appunto, direbbe qualcuno. Una truffa anche ai danni dei giocatori, magari malati di gioco, ludopatici.

Ma dove starebbe la truffa esattamente?

  • Il non ludopatico, se gioca e non vince mai, certamente è scoraggiato a proseguire.
  • Il ludopatico invece si comporta secondo un modello patologico: per quanto vinca - e giocando tanto capita anche che vinca ripetutamente – il suo bilancio rimane negativo e peggiora. In altre parole, le vincite, se fanno qualcosa, lo fanno giocare ancora di più.

Studi neuro-funzionali mostrano che il ludopatico non risente più delle vincite e delle perdite come tali, e che una perdita è dal cervello trattata come una “quasi-vincita”, mentre una vincita è sostanzialmente neutra.
Concretamente, il ludopatico non può essere “privato” di una vicinta per due ordini di motivi:

  1. il primo, perché la vincita non equivale ad alcun significativo godimento;
  2. in secondo luogo, perché ciò che vince lo reinveste nel gioco.

Pertanto i truffatori delle slot può darsi che truffino i giocatori occasionali, ma i ludopatici sono fuori da ogni dimensione di convenienza, per cui non possono essere tecnicamente truffati: ci sta anzi che l'assenza di vincite, nel tempo, alimenti di meno il gioco.

Sarebbe insomma come dire che se un tossicodipendente non sente la dose che si compra, è una truffa che lo danneggia. Truffa sì, e infatti alcuni spacciatori si approfittano dei tossicodipendenti che ormai non sentono quasi più niente, vendendo loro roba adulterata. Ma il danno è discutibile, perché anche nelle terapie sostanzialmente si impedisce al soggetto dipendente di sentire la sostanza, boicottando così il rinforzo al comportamento, sia sul piano cosciente che subliminale.

In altre parole il carattere patologico della ludopatia come dipendenza si vede anche dal fatto che, se non ci può essere guadagno, neanche ci può essere vera truffa, perché la persona si indebita comunque, e anzi di più se qualcosa vince, perché in questo modo gioca di più e alimenta il desiderio di giocare ancora, che poi si riverserà anche sui soldi che non ha, facendolo indebitare.