Maradona: l'impossibilità di fermarsi

Dr. Matteo PaciniData pubblicazione: 26 novembre 2020

Da appassionato di album di figurine, ma non di calcio, il mio legame con la storia di Maradona è relativo. La sua figura è comunque esemplare, anche rispetto ad aspetti psicologici. Più o meno chiunque sa delle sue disavventure legate alla cocaina, ma qui vorrei fare una riflessione diversa.

Si dice che abbia rappresentato l'esempio di calciatore istintivo, dorato e noncurante di ciò che si può fare, spinto dal desiderio di realizzare più di quanto fosse preoccupato dalle circostanze. Come chi non proviene da un'infanzia di agi, non si poneva molto il problema della via più comoda o più logica, cercava lo sfondamento.

La sua figura è l'equivalente calcistico di quello che Scarface di Al Pacino è nell'immaginario dei film di mafia. Un boss strapotente che viene dalla strada, affamato di successo e di vittoria, che riesce ad osare non per bisogno, ma per voglia di arrivare in cima.

In questi percorsi il bene e il male, come qualcuno potrebbe volerli distinguere a posteriori, arrivano insieme.

Arrivano, addirittura, generati sulla stessa linea. Solitamente si pensa che da una parte vi sia lo sport, quello sano, verace, che insegna i veri valori del sacrificio e della competizione, che insegna a stare in gruppo e lavorare per un obiettivo comune. E dall'altra le vite dissennate, perse in vizi come la droga, dedicate solo a se stessi e ai propri egoistici obiettivi, con esiti fasulli, distruttivi e un effetto negativo sulla fibra e sul carattere.

Bene, tutto ciò non è vero. Le due cose sono due possibili fasi, rese possibile dalla stessa premessa.

La ragione dell'eccellenza sportiva e quella della degenerazione cocainica possono essere benissimo la stessa cosa. Perché non si tratta di morale, di scelta (che nessuno farebbe per prodursi un danno), ma di rischio connesso al temperamento. Emile Zola chiamava questo destino aperto alla fortuna come alla sfortuna, la “fatalità della carne”; e descriveva storie in cui l'energia vitale facilmente sconfinava nell'eccesso o della devianza, per cui il successo e la rovina erano fasi successive di una stessa vita.

Ad esempio, gli sportivi a riposo forzato sono mediamente più inclini dei non-sportivi a utilizzare alcol e droghe (oltre che cibo) in maniera patologica. Non c'entra il doping, piuttosto c'entra il difficile adattamento al ritmo normale di un organismo abituato alla stimolazione fisica intensa.

Questo aspetto però non è soltanto evidente dopo, spesso lo è già prima della fine della carriera sportiva.

Quando si cominciò a parlare di Maradona e cocaina fu al momento della sua crisi con il calcio italiano. Le prime vere voci sono anteriori, ma la cosa divenne un argomento solo in quel periodo, quasi per giustificare un divorzio annunciato. Anzi, per essere precisi le voci iniziarono in un periodo in cui i suoi risultati non erano eccezionali, per poi ripetersi a distanza di anni in coincidenza con la fine del rapporto con il calcio italiano.

Il male, insomma, fu tirato in ballo quando le cose andavano male. Che in mezzo fosse scomparso magicamente?

Si sa invece che chi attraversa fasi di euforia e di rapida ascesa è soggetto a volere ancora di più, secondo un principio di riverbero, anziché un principio di auto-equilibrio. L'andare oltre può produrre vari tipi di sconfinamento: la droga è solo una.

I detrattori ricordavano che Maradona era sì eccezionale, ma all'occorrenza non disdegnava falli, in particolare rimase famoso un episodio in cui si ha l'impressione che controlli anche con la mano il pallone. Il racconto di quell'episodio è emblematico: si doveva vincere, e poiché era giusto vincere, ecco che anche il trucco pare essere giustificabile. Un “andare oltre”, sia nel bene, con prodezze calcistiche incredibili, sia nel male, con il più banale dei tocchi proibiti. Ma la linea, quella della determinazione, del volere andare oltre, del non saper rinunciare ad un sogno, è la stessa.

La parabola della dimensione “maniacale” (cioè euforica, espansiva, di “elevazione”) è sempre la stessa, nel breve termine di un ciclo mania-depressione così come nell'arco di una vita. Così come il seme della depressione sta nella fase eccitatoria che spesso l'ha preceduta, così un destino di guai e di problemi matura come un frutto dall'albero del successo e della realizzazione.

E' più facile cercare di prendersi cura di chi zoppica, rallenta, non ce la fa. Chi invece è esuberante, in pieno successo, ambizioso di crescere fino ad un massimo e oltre, è difficile da frenare. Non conoscerà ripartenza se non in scatto, non riuscirà a rispondere ad un ostacolo senza accelerare, propri come faceva Maradona mentre dribblava gli avversari. Uno si parava davanti, lo passava, e poi un altro, e poi altri due. Sembrava quasi che l'ostacolo stesso gli ispirasse lo scatto.

Ma secondo la stessa logica, quando invece è la velocità il problema, chi arriva da una fase espansiva non riesce a frenare, non si abitua a decelerare, non accetta di viaggiare a velocità minori.

Cercare di curarlo è difficile come prendere nella rete un pesce velocissimo, e per giunta anche feroce, che morde la rete. Egli non è una persona stanca che va aiutata a sollevarsi da terra. E' più simile ad una mongolfiera che non si riesce più a far atterrare, e spesso torna giù perché si fora e precipita, o finisce il carburante.

Nella bipolarità, nella dimensione maniacale che si esprime a vari livelli, dal temperamento di partenza alla vera e propria fase, non vanno cercate le distinzioni morali, che non ci sono. Il buono e il cattivo sono opzioni.

Quello che invece conta è cercare di riportare i giri del motore giù senza far percepire troppo la decelerazione, ed evitando lo schianto. Il paziente maniacale spesso vive questa compresenza dell'eccitamento buono e di quello cattivo in un unico tipo di sensazione “grande” e potente, non sezionabile. E spesso soffrono quando fanno del danno, perché alla sommità di quel male, spostandosi di poco, ci sarebbe stata una sommità di bene.

Così come in un genio calcistico coesistono lo spettacolo del dribbling infinito e la sorpresa del fallo di mano. In termini tecnici si chiama disforia da contrasto: se mi fermano e non passo, spintono e scavalco.

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

15 commenti

#1
Utente 589XXX
Utente 589XXX

Da non tifosa , Maradona colpisce perché sotto la sua loquacità disinvolta ,sotto la sua frenesia c'è una sorta di perdita della sensibilità ,di profondità ,quella profondità dai mille strati, insondabile ,misteriosa che in qualche modo definisce l'identità stessa di Maradona.
La sua condanna ,forse, è la superficialità forzata o difensiva della sua vita ,quel suo essere ridotta in realtà ad una superficie:brillante,fremente, cangiante ma pur sempre una superficie.
Non si ferma mai, è come un uomo in piena corsa come se cercasse di afferrare qualcosa che gli sfugge sempre un mondo che perde di significato,svanisce e per trovare un senso prova a gettare ponti di senso sopra abissi di insensatezza,sopra il caos che si spalanca sotto di lui.
Qui potrebbero calzare a pennello le espressioni "sazi e distrutti"o "il benessere genera malessere"o addirittura "chi si ferma è perduto" ma forse chi si ferma non è perduto ma sulla buona strada per "salvarsi".

Dottore, articolo molto interessante come sempre .

#2
Utente 606XXX
Utente 606XXX

Chissà perché i VIP , più medici hanno, più rischiano di fare brutte fini

#3
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Perché possono permettersi di fare le cure così come vorrebbero loro. E' il paradosso della ricchezza. Sotto un certo reddito, si corre il rischio di non avere alcuna assistenza, come chi vive per strada, o in posti in cui non ci sono servizi sanitari. Sopra un certo reddito si rischia di poter "pagare" per avere le cure che si è deciso sono migliori, e magari evitare quelle che veramente sarebbero le migliori. I ricchi, almeno stando a quello che dicono, spesso spendono dieci volte tanto per far cure che sono normalissime, oppure (prendiamo il caso delle tossicodipendenze) spesso spendono per far cure riabilitative (re-hab) che niente in realtà hanno a che vedere con le cure standard, ma che possono appunto essere stratificate secondo il reddito, come fossero alberghi di prima, seconda, terza categoria. E in alcuni casi hanno un medico privato, vedi il caso Michael Jackson, il quale fa da mediatore per assunzione di medicinali, che tutto sembrano meno che schemi medici, sembrano più quello che un tossicodipendente farebbe secondo le sue proprie tendenze. Molti sono quelli che si sentono esperti negli effetti e quindi equivocano di sapere usare i medicinali per farsi da soli schemi di cura. Se hanno i soldi corrono molti più rischi, perché trovano strutture e medici che li assecondan in qualche modo.

#4
Utente 219XXX
Utente 219XXX

Salve, approfitto di questo spazio per farle una domanda sempre inerente ai rapporti tra disturbi mentali e persone famose. Cosa ne pensa della cicenda di Cremonini che ha confessato di essere stato affetto da schizofrenia? Secondo quello che ho letto, lo psichiatra avrebbe detto che l'insorgenza della malattia sarebbe imputabile allo stile di vita del cantante troppo concentrato sul lavoro e con ritmi estenuanti. Non lo so, mi sembra strano.

#5
Utente 606XXX
Utente 606XXX

Eh, adesso l ultimo grido fra i vips è avere un qualche tipo di disturbo mentale, appena appena soppiantato dal covid

#6
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Di solito i vips propongono diagnosi inverosimili o in maniera da indurre compassione o ammirazione (tipo: come ne sono uscito, come ho sconfitto la depressione, come devo lottare con il disturbo x stando però ormai bene etc, come ha influito sulla mia infanzia, come mi ha ostacolto ma poi ce l'ho fatta etc). La cosa devo dire mi disturba perché purtroppo chi sta male si cura e spera di star meglio, e anche se poi non è così difficile star bene è sbagliato dire "ho sconfitto la tale malattia", questo è un vissuto personale, ma nel proporlo in pubblico sarebbe più corretto dire come ci si è curati e dire che il destino ci ha voluto bene. Spesso poi c'è da una parte la voglia di dire che si ha qualcosa di gravissimo, e dall'altra di dire che ne si è usciti, cose un po' contraddittorie ahimé.
O dire che si avrebbe una grave depressione ma si è imparato a reagire, sciocchezze simili. Se uno sta in piedi significa che gli funzionano le gambe, tutto qui.

#7
Utente 606XXX
Utente 606XXX

Beh, ma non è così un "terno al lotto" guarire da un disturbo psichiatrico mi pare dottore, o sbaglio? o perlomeno, dalla depressione (per dire), per quanto ne so, si può guarire con ottime probabilità, non è come avere , per esempio, certi tipi di cancro che sono purtroppo condanne a morte.

#8
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Certamente. Ma il concetto è che hai sconfitto niente, ti sei curato e ti è andata bene. Oppure non ti sei curato e ti è andata bene, perché non tutto se ne va solo curandolo, anche gravi depressioni finiscono da sole, però c'è un motivo per cui si curano invece, ovvero per evitare che si complichino e che interrompano la vita di una persona. E' come per il covid: quando qualcuno se ne esce con frasi infelici sul fatto che colpisce solo persone con altre patologie, è un modo per dire che chi muore ha qualcosa di "sbagliato" o comunque un handicap che invece chi parla non ha. E così anche il dire "ho sconfitto" è posteriori l'illusione di controllare determinati eventi. Illusione rinforzata da un linguaggio giornalistico e teatrale per cui chi è in coma "sta lottando", chi è malato "si riprenderà perché ha una fibra forte", chi è guarito "è uno che non molla mai", e così via.

#9
Utente 606XXX
Utente 606XXX

ancora una domanda forse stupida, dottore. Da millenni l'uomo ha scoperto le sostanza psicotrope come "cura" di ansia depressione ecc. Se un depresso si prende una sbronza "sta meglio"per cosi dire, e non esiste "resistenza al trattamento", a tutti fa effetto l'alcol.
Non si riesce, allo stesso modo, studiare un farmaco che faccia effetto a tutti o quasi tutti?
E' un discorso semplicistico, ma sono sicuro che ha capito cosa intendo.

#10
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

No, mica vero che a tutti fa effetto uguale l'alcol. C'è chi non lo regge e chi lo percepisce come euforizzate. Idem la cocaina. Minoranze, magari. Per adesso in realtà abbiamo cose molto grossolane, perché facciano effetto quasi a tutti tocca studiare campioni "disegnati" per far fare bella figura, cioè con l'esclusione di una serie di categorie tipo bevitori, soggetti con patologie plurime etc.

#11
Utente 606XXX
Utente 606XXX

cioè , se ho capito bene, gli antidepressivi potrebbero in alcuni casi, non funzionare perché utilizzati su soggetti con altre patologie, e su cui magari l'antidepressivo non va bene ? E ciò nelle statistiche non risulta?E' rassicurante, in un certo qual modo..

#12
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Si, esatto. Negli studi clinici controllati tipicamente si escludono diverse categorie, tra cui gli abusatori di sostanze, i "troppo giovani" e i "troppo anziani", e le persone con malattie plurime che non sono in condizioni generali buone di salute. Ora, questo rende il dato finale che esce migliore (almeno così si pensa, perché in realtà non è scontato), e l'efficacia poi nella casistica reale non è così alta. Noi per esempio trovammo anche casi opposti, come per il metadone su chi aveva anche altre malattie mentali, oltre la dipendenza : l'esito era migliore se usato a certe dosi, per cui la figura in quel caso era migliore sui pazienti più impegnativi. Però in generale si usa questo modo di ragionare anche perché così sia chiaro che c'è una sola malattia e un solo farmaco in ballo, se possibile. Purtroppo per esempio prendere la depressione nell'anziano in cui non ci siano altre malattie croniche importanti è una specie di "categoria speciale", così come il giovane che non abusa di sostanze significa togliere una parte importante della casistica reale.

#13
Utente 589XXX
Utente 589XXX

Un'ultima considerazione ,al di là delle casistiche e statistiche ,poi mi taccio ,non comprenderò mai il perché vi è e vi sarà sempre una tendenza a ridurre le figure complesse a stereotipi ,a non riconoscere la pienezza ,e spesso la ricca contraddittorietà ,del loro pensiero.
Lo stesso Jackson (non Michael) ma il neurologo che scrisse sulla reminescenza era molto diverso dal Jackson che vedeva tutto il pensiero come calcolo proposizionale .il primo era un poeta ,il secondo un logico ,e tuttavia sono la stessa persona.
Lo schizofrenico ,ad esempio ,si lamenta sempre di un'influenza esterna :passivo,vittima,non può essere sé stesso .
L'autistico ,per contro,lamenterebbe ,se si lamentasse,l'assenza d'influenza ,l'assoluto isolamento.
"Nessun uomo è un isola ,completa in se stessa" ma essere un isola ,essere totalmente separati , è necessariamente una morte?
Possibile ma non necessario , perché anche se le connessioni con gli altri ,la società son perduti ,ci possono essere connessioni dirette con la realtà ,non influenzate ,non mediate e non toccate da nessuno.

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