La Risonanza magnetica nucleare multiparametrica per immagini (mpMRI) è meglio delle multibiopsie sistemiche guidate nel diagnosticare un tumore della prostata.

Questo sembra essere il messaggio che ci giunge da una metanalisi complessa ed articolata, condotta da un gruppo di ricercatori dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam e pubblicata ora anche online sull’European Urology.


Quest’informazione, se confermata, potrebbe cambiare l’attuale prassi clinica in urologia che vede sempre nella biopsia la prima tappa diagnostica sicura e mirata quando si sospetta un cancro della prostata.

Questa nuova strategia ora è supportata anche dal Comitato Direttivo del PI-RADS (Prostate Imaging–Reporting and Data System), organismo che definisce gli standard del servizio di alta qualità clinica nell’esecuzione di una mpMRI, e dal britannico National Institute for Health and Care Excellence (NICE) che ha proprio recentemente modificato le sue linee guida che ora prevedono la mpMRI come primo passo diagnostico, quando si sospetta un problema oncologico alla prostata.

 

Questa complessa revisione di numerosi studi su una tale difficile ma importante problematica clinica porterebbe decisamente l'urologo a consigliare, come prima tappa diagnostica, la mpMRI che è un'indagine radiologica non invasiva ma sempre avendo comunque un occhio alla reale situazione clinica del paziente che si sta valutando.

Se infatti si sospetta una elevata probabilità della presenza di un tumore della ghiandola prostatica, anche se la risonanza magnetica multiparametrica dovesse risultare negativa, rimane comunque sempre determinante indicare, per avere una più precisa e sicura diagnosi, anche l'esecuzione di biopsie multiple guidate; questa è la corretta raccomandazione che viene suggerita pure da Schoots, uno degli autori della metanalisi in questione.

 

Fonte: 

https://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(19)30513-5/fulltext

 

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