Cosa rende grande un violinista, un fisico o un solutore di parole crociate? Esperti si nasce o si diventa? La domanda ha intrigato gli psicologi sin dagli albori della psicologia, ma anche tutti noi, che sogniamo segretamente di diventare bravi alla chitarra come Eddie Van Halen, virtuosi del pallone come Maradona o di vincere il Nobel per la Scienza.

Perciò non è difficile comprendere come la regola delle 10.000 ore di Anders Ericsson sia diventata un bestseller, a cura di Malcolm Gladwell. Usando il lavoro pionieristico di Ericsson, ma omettendo di pubblicare ricerche altrettanto prominenti che lo contraddicono, il libro di Gladwell Outliers (traducibile grosso modo con Fuoriclasse) sostiene che dato un minimo d'intelligenza, un pizzico di fortuna e tanta pratica, chiunque possa diventare un genio.

In un nuovo studio pubblicato su Current Directions in Psychological Science, gli psicologi D. Z. Hambrick e E. J. Meinz discordano con forza. "Non vogliamo negare il peso delle conoscenze e delle abilità che si ottengono con la pratica, ma crediamo che in certi compiti abilità e capacità di base - ossia quelle generali, stabili nel tempo e in sostanza ereditarie - svolgano un ruolo importante nel livello di performance". Tali capacità di base fanno parte del talento, sostengono Hambrick e Meinz.

Lo studio riguarda una misura elementare dell'efficienza intellettiva: la capacità della memoria di lavoro, ovvero la capacità di memorizzare ed elaborare al tempo stesso una quantità d'informazioni, correlata con il successo in molti compiti cognitivi, dal ragionamento astratto all'apprendimento del linguaggio.

Nell'esperimento Hambrick e Meinz hanno testato 57 pianisti con un'ampia gamma di ore d'esercizio alle spalle, da un minimo di 260 fino a un massimo di 31.000, per vedere come se la cavassero nel compito di suonare un pezzo che non avevano mai visto, leggendolo dallo spartito. Quelli che avevano più pratica hanno svolto meglio il compito. Infatti, le ore di pratica hanno predetto quasi  il 50% delle differenze di performance fra i soggetti. Ma la capacità della memoria di lavoro ha avuto in ogni caso un impatto significativo sulla performance. In altri termini, indipendentemente dalla quantità di pratica, la memoria di lavoro è stata comunque importante per il corretto svolgimento del compito. I ricercatori ipotizzano che tale capacità influenzi il numero delle prossime note che il suonatore riesce a leggere mentre suona, un fattore decisivo in un compito come questo.

Sfidando un altro assunto del tipo "esperti si diventa", ossia che oltre un certo limite l'intelligenza conti sempre di meno, gli autori citano uno studio alla Vanderbilt University che ha preso in considerazione i punteggi ai test matematici del SAT (una nota batteria di test psicoattitudinali generali) di laureati in scienze, tecnologia, ingegneria e matematica. Coloro nel 99.9esimo percentile a 13 anni hanno avuto una probabilità 18 volte maggiore (ossia del 1800%) di laurearsi di quelli nel 99.1esimo percentile. Quindi, anche all'estremo superiore dell'eccellenza, più è alta l'efficienza intellettiva e quindi la capacità della memoria di lavoro, meglio è, dice Hambrick.

"Alcuni le considereranno cattive notizie. Tutti amiamo pensare che le capacità di base siano irrilevanti, tutti preferiamo una visione ugualitaria e democratica della competenza. Non sosteniamo che queste differenze di partenza non possano essere superate. Però, per quanto ci s'impegni potrebbe essere il talento con cui sei nato o che hai acquisito molto presto a distinguerti dagli altri."

Fonte:
Machines Like Us, The importance of general abilities. 2011.


Studio originale:
D. Z. Hambrick, E. J. Meinz. 2011. Limits on the Predictive Power of Domain-Specific Experience and Knowledge in Skilled Performance. Current Directions in Psychological Science.