Uno dei miti del processo psicoterapeutico più duro a morire è rappresentato dall’idea che la relazione, più che la tecnica terapeutica,  rappresenti il vero elemento di guarigione all’interno di un percorso psicologico di cura.

Ma le cose stanno davvero in questi termini? Ciò poteva essere sostenuto fino a quando la ricerca sull’efficacia delle psicoterapie tendeva a confermare una parità dei risultati per tutti i modelli terapeutici. Una volta evidenziato che ogni psicoterapia otteneva benefici, indipendentemente dal suo modello teorico, si considerava che il vero elemento curativo fosse rappresentato da fattori aspecifici tra i quali una certa enfasi fu data alla relazione tra terapeuta e paziente (1)

Questa concezione fu ribaltata da ulteriori revisioni che evidenziarono degli errori metodologici nella suddivisione delle terapie a tal punto da falsarne i risultati. Nel 2002 un gruppo di ricercatori (2) rilevò che le revisioni precedenti divisero i modelli terapeutici da un lato, in terapie verbali, includendo quelle psicodinamiche, umanistiche e cognitive e, dall’altro, in terapie del comportamento. Includendo in quelle verbali modelli con metodologie lontanissime tra di loro e più legate a modelli inseriti nell’altro gruppo.

Da una distribuzione del genere appariva inevitabile che il rapporto dei risultati sarebbe stato paritario visto che il confronto riguardava terapie appartenenti alla stessa classe (cognitive e comportamentali). Modificando la distribuzione, i risultati cambiavano inesorabilmente. Inoltre quando ulteriori revisioni della letteratura sull’efficacia dei metodi terapeutici entravano nel merito dei sintomi specifici si dimostrò, senza ombra di dubbio, che non vi fosse nessuna equivalenza dei risultati (3) Alcune terapie funzionavano rispetto ad altre che non si dimostravano efficaci.

Se non vi è quindi alcuna equivalenza dei risultati che ruolo ha, in realtà, la relazione? Se fosse davvero il principio curativo di un percorso psicoterapico essa dovrebbe rendere paritario ogni processo di cura al punto da rimodellarne i risultati e renderli equivalenti. Ma, sottoposta alla prova dei fatti, l’elemento relazione tende ad apparire piuttosto irrilevante. La relazione è importante nella misura in cui, grazie ad un rapporto di fiducia, il paziente tende a considerare meglio le restituzioni del suo terapeuta, esattamente come un paziente tende a non mettere in discussione e ad assumere con maggior fiducia i farmaci prescritti dal suo medico. La fiducia può rinforzare l’efficacia della tecnica (4). Più si entra nello specifico della cura di un sintomo più gli effetti di essa tendono però a diminuire. Quindi, la cosiddetta relazione è solo una causa necessaria ma non sufficiente per ottenere una guarigione. Purtroppo, il mito della relazione terapeutica, come fattore curativo, continua a resistere ed è utilizzato ogni  volta  in cui si vuole far passare come adeguato un modello terapeutico che, sotto l’aspetto empirico, per un determinato problema, non ha dato alcun risultato. E’ la relazione o il rapporto che conta! Certo, ma solo nelle idee.

Note:
1) Si vedano i Lavori di Luborsky ed il suo gruppo di ricerca sull’efficacia delle psicoterapie (1974/1993)
2) John Hunsley et al.,  2002,  in The Scientific Review of Mental Health Practice
3) Roth A., Fonagy P. 1996, Psicoterapie e prove di efficacia, Il Pensiero Scientifico.
4) Sibilia L., affronta lo stesso problema  in Efficacia delle psicoterapie, alcuni miti da sfatare. Idee in psicoterapia, APC. vol. n°3.