L’uomo maltrattante, supportato da stereotipi di genere ancora molto invalsi nella nostra società, resta per lo più celato dietro l’evidenza di un buon funzionamento generale e nel contesto di un contenitore professionale quasi sempre formalmente strutturato e dai ruoli gerarchicamente ben definiti.

Numerose ricerche che rimandano alle basi neuroanatomiche della violenza espressa dimostrano una relazione tra anomalie della corteccia prefrontale e mancato controllo della propria espressione emozionale, ma ci sembra che tali relazioni possano giustificare l’espressione comportamentale di un comprovato disturbo di personalità antisociale o narcisistico, e non piuttosto tutte le configurazioni umane in cui la violenza viene resa manifesta, rinforzata nel tempo e giustificata.

In seguito alla maturazione di un’intensa esperienza clinica con uomini maltrattanti, si riportano gli abituali vizi del repertorio cognitivo, emotivo e comportamentale che ci appaiono come più rilevanti nello spettro della loro espressione, vizi che possono rappresentare importanti risorse per la loro stessa considerazione e rettifica.

L’uomo maltrattante presenta in primis un monitoring esasperato degli indici qualitativi del rapporto sentimentale in cui è inserito: andamento della sessualità, memoria di date, rispetto di ricorrenze o promesse fatte, della specialità del sé o della relazione, presenza costante della partner, mantenimento indefesso delle attenzioni. Le manifestazioni della propria lei vanno sorvegliate e mantenute elevate per non essere abbandonati, ingannati, destituiti di potere. In secondo luogo, egli nutre un pregiudizio sulle affermazioni della partner, con una bassa soglia di percezione dell’inganno, per cui diventano indici affidabili la mimica, le inflessioni della voce con cui lei si esprime, i giri di parole in cui indulge, la perizia nell’essersi saputa ritagliare uno spazio non condiviso di autonomia – dove potenzialmente può aver fatto qualunque cosa la fantasia sia in grado di produrre. L’uomo maltrattante presuppone l’esistenza di un sé indipendente e segreto della propria partner che resta celato e si muove di soppiatto con intenzioni ostili o di sfruttamento. La stessa trasparenza e schiettezza con cui la partner pensa di esorcizzare il sospetto evidente nella mente di lui viene presa a pretesto per affermare la potenzialità di un inganno d’entità ancora superiore ( “se dici tutto senza freni e con ingenuità fiduciosa allora è sicuro che hai qualcosa da nascondere” ).

L’uomo maltrattante, dopo aver illuso la partner della gioia condivisa di un cammino di reciproca evoluzione, applica il cinismo e la misantropia: tutto è dovuto, tutto è scontato, tutto richiede alla partner poco sforzo e in quanto tale è deprezzabile, tutto viene da lei fatto per procacciarsi vantaggi altri dal rapporto che si renderanno manifesti nel tempo ( “stai provando ad incastrarmi, insulti la mia intelligenza” ). L’uomo maltrattante non tollera il contraddittorio, non ci sta a stare sotto, neppure per la temporaneità di un conflitto espresso: egli non ama che la mente libera dell’altro si esprima se non concorda con le proprie ideazioni. L’uomo maltrattante non sopporta che un’eventuale verità gli venga palesata in maniera dura e cruda, con un guizzo di libertà della partner di cui si riappropri inaspettatamente: il desiderio è che lei si esprima piangente, remissiva, colpevole. L’uomo violento per lo più applica il muro risentito del silenzio, che abitua la partner alla paura, alla fuga, alla sensazione di un progressivo rifiuto: egli si riprende immediatamente il sé, con la pretesa di essere accudito anche e soprattutto dopo aver espresso la violenza, scosso com’è dalle sue stesse emozioni incontrollabili. E’ in questa manifestazione che si identifica la folle pretesa narcisistica di essere cullato dopo aver distrutto “l’altro da sé”. Non solo: l’uomo abusante non concede alla partner maltrattata di mettere in atto strategie per la propria tutela: “se mi hai intuito per come sono, se mi senti, non manifesti paura, ma resti qui e tolleri qualunque mossa intemperante da me espressa”. Le strategie punitive che egli attentamente costruisce dopo un’analisi della tipologia dei rinforzi più cari alla partner ( e che immediatamente le sottrae ) sono per lo più conseguenti ad un sospetto che resta inespresso, e che impedisce a lei di ricondurre la punizione applicata alla sua giusta causa ( “che avrò mai fatto, stavolta?” ). Il più delle volte lo sforzo di lei di portare prove a giustificazione delle proprie azioni o dei propri movimenti di pensiero è oggetto di ulteriore malinterpretazione, inteso come un tentativo di raggiro e di arrampicamento sugli specchi. L’uomo maltrattante indulge nell’ingigantimento delle ragioni della propria rabbia e per interpretarla si avvale del feedback fisiologico; al contempo egli accentua il dramma della delusione in cui tanto spesso ricorre giacché l’evento per come si presenta non combacia mai con le aspettative iniziali troppo ben definite nei dettagli. L’uomo maltrattante esige esclusività, rimandi al senso di proprietà legittimatogli in relazione alla partner, e riverenza, ossequio, trattamenti privilegiati al cospetto di altri, mentre contabilizza il dare-avere che si sta espletando nel rapporto, lo monetizza, calcola il dispendio del sé, rileva un investimento non perfettamente equivalente dei due partner, con un difetto chiaramente della partner. Scatta allora l’esigenza del risarcimento, nella forma esatta in cui ce lo si attende.

Intollerante sovente alle caratteristiche di indipendenza di lei ( un eccesso di ambizione lavorativa lo induce a pensare “dove vuole arrivare?” “saprà dare altrettanto a me e a nostro figlio?” ), al suo non corrispondere a caratteristiche materne, di amorevolezza e dolcezza, di accettazione acritica e incondizionata dell’uomo, gli occorre ristabilire il controllo su una donna che sfugge alla caratterizzazione stereotipata e desiderata. La violenza viene riconosciuta e autorizzata come la manifestazione principe e più utile a consentirgli lo sfogo dell’impeto rabbioso ( “non ci sarebbe stato altro tanto utile a farmi calmare” ); e si capisce come la disparità della distribuzione di potere, ove “l’altro da me” è subordinato e posto sotto il dominio e controllo personale, è estremamente rinforzante per le esplosioni successive! L’uomo maltrattante adduce un senso di privazione e mortificazione costantemente esperito nel raffronto con l’altro: egli si rappresenta indiscutibilmente vittima dell’assenza e della denigrazione altrui. Così concentrato sui danni patiti dal sé nell’attualità, e quando abbastanza abile a rintracciare le conseguenze infauste di una violenza perpetrata troppo a lungo nel tempo, accade che egli si disimpegni progressivamente, supportato da contenuti ideativi che rimandano alla delusione e al disprezzo altrui.