“Mi manca mio marito.” “Se avessi il denaro per ….” “Ho perso qualcosa a cui tenevo.” “Vorrei non avere più questo sintomo…” “Non riesco a liberarmi di lei.” “Se riuscissi a non fare più….” Numerosi incontri in studio partono da una mancanza, oppure da un eccesso, che potremmo chiamare  mancanza della mancanza.

Nel primo caso, il presupposto è che non ho qualcosa e suppongo che se lo avessi, sarei felice. Nel secondo, è sottinteso che se non avessi qualcosa, starei molto meglio. In entrambe le situazioni, il discorso è sul registro dell’avere. Così come le persone che, apparentemente hanno tutto, e dichiarano un “Non so cosa mi manca.”

Denunciano in tal modo che, pur avendo tutto, si può star male, tanto da chiedere aiuto.

Ma l’essere propriamente umano può identificarsi completamente a ciò che ha, o non ha, a cosa sa fare o non sa fare? La dimensione esistenziale dell’essere umano non può esaurirsi sul lato dell’avere, eppure dichiara di soffrire a causa di ciò che ha o che non ha.

C’è una logica in questo apparente paradosso.

Come si può definire l’essenza dell’essere umano, il suo cuore, cosa gli dà una consistenza?

Possiamo chiamarla anima, soffio vitale, Sé o Io, ma in realtà non può essere definito. Le identificazioni sono una cosa, l’essere un'altra. Freud parla dell’Io come di una cipolla: ha tanti strati, ma al suo cuore c’è un vuoto, una inconsistenza.

Provate a pensare ed a descrivere voi stessi.

Probabilmente avrete nominato caratteristiche fisiche e caratteriali, pregi, difetti, qualità, mancanze. Pensate alla carta d’identità, documento che vi dovrebbe identificare e distinguere da tutti gli altri individui. Cosa dice di voi in realtà? Nulla. Non credo che abbiate trovato qualcosa che vi definisce nella vostra essenza più intima, quello che vi rende unici, diversi da tutti gli altri.

Quando avete descritto voi stessi con le parole, ecco, quello è l’Io, e le parole sono le sfoglie della cipolla freudiana. L’Io, è ciò che dà una consistenza al nostro essere, una impalcatura che permette la formazione della nostra identità. Come si costituisce? Attraverso la relazione con l’Altro (familiare, sociale). L’essere umano viene al mondo  e si trova catapultato in una rete di significanti, ovvero in un apparato simbolico costituito da aspettative, desideri, speranze provenienti da chi lo ha messo al mondo, così come da condizioni economiche e culturali specifiche, leggi, norme, tradizioni. Il bambino sarà investito di alcuni significanti, e non altri, ne assumerà su di sé taluni e ne rigetterà altri. “Tu sei bravo”, “Tu sei intelligente”, “Tu sei brutto”, “Tu sei pigro” , “Assomigli al nonno” , “Hai preso da tua madre”. E il cucciolo d’uomo costruirà la sua identità su questi significanti, adattandosi progressivamente alle leggi del suo mondo, per farne parte a pieno titolo. Il bambino fa suo ciò che l’Altro gli offre, sia nell’accettazione che nel rifiuto.

La formazione dell’Io ha un carattere “immaginario”, sostiene Lacan, non nel senso di finto, ma di  illusorio: l’Io si fonda e si struttura grazie all’Altro. Io sono io grazie all’Altro, la mia identità si forma per differenza. E’ un paradosso. “Io ho queste caratteristiche, le ho prelevate dall’Altro, ma chi sono veramente?”

Due questioni caratterizzano l’essere umano:

- la dipendenza strutturale dall’Altro, senza il quale non esisterebbe;

- la perdita progressiva della naturalità a favore della cultura (quello che Freud chiamava il passaggio dal Principio di Piacere al Principio di Realtà) implicata nell’adattamento al mondo in cui entra a far parte.

La tensione tra dipendenza e autonomia, tra perdita di sé e guadagno di senso, è una costante nella vita propriamente umana, che tra gli esseri animali è quella che nasce e resta prematura più a lungo, soprattutto affettivamente, e che non è regolata né guidata dall’istinto, bensì dal legame sociale e dalla cultura.

La nascita del soggetto è legata ad un doppio movimento: un’aporia costante tra conquista e mancanza, un più e un meno, guadagnare e perdere. Man mano che cresce, si struttura l’identità, si inserisce nel tessuto familiare, culturale e sociale, si adatta alle leggi del mondo, ma perde qualcosa. Segue le aspettative, rispetta norme e consuetudini, acquista abilità e competenze, perdendo altro. Spontaneità, libertà, autonomia.

Freud e Lacan, sostengono che l’essenza dell’essere umano è ciò che resiste a questo movimento di perdita continuo, intrinseco all’essere al mondo e dovuto all’adattamento.

Il desiderio inconscio è ciò che si oppone alla mancanza. Non si può nominare, ovvero non c’è un significante, una parola che può definirlo totalmente, ma rimanda sempre a qualcos’altro. Il desiderio è una metafora. Si esprime in modo costruttivo nelle sembianze di una passione, di un ideale, di una ricerca che dia senso, che offra una consistenza alla propria vita.

Il desiderio inconscio è una spinta, un movimento che orienta la propria esistenza. E’ un motore, ciò che dà vitalità al soggetto. Va distinto nettamente dal bisogno, che si soddisfa in un oggetto.

Il desiderio non può, e non deve essere estinto.

Il problema è che può essere soffocato, misconosciuto, camuffato, rinnegato. In psicoanalisi si dice rimosso. La particolarità unica e irriducibile di ogni essere umano, se silenziata - più o meno consapevolmente – produce disagio,  sofferenza,  manifestazioni patologiche, sintomi.

L’essere umano si esalta di fronte alla conquista, ma non accetta la perdita. Il bambino gioisce quando sente di appartenere e di avere qualcosa, ma si ribella quando deve cedere i privilegi che gli sono accordati in virtù della sua tenera età. L’adulto si esalta quando ha importanza, ma non tollera la privazione.

Questa è l’angoscia di castrazione di cui parla Freud. E’ l’angoscia di fronte alla perdita, è la non accettazione del limite, indispensabile per la vita e la libertà, la propria e quella altrui.

L’epoca moderna è caratterizzata dall’appiattimento del piano del desiderio su quello del bisogno: “mi manca qualcosa (che non potrà mai essere colmato) ma mi lascio illudere che qualcosa possa darmi la serenità che mi manca:  l’ultimo modello di telefono, la macchina nuova, abiti alla moda, un nuovo partner.” Il discorso economico produce, oggetti gadget e sempre nuovi bisogni. Così gli oggetti proliferano all’infinito, perché il desiderio è infinito, strutturalmente incolmabile. La crisi economica del mondo occidentale ne ha oramai svelato l’inganno.

Il discorso socio culturale moderno qui esposto, amplifica la difficoltà  strutturale ad elaborare la perdita che riguarda il singolo individuo, questione che riguarda l’essere umano in quanto tale (ogni tradizione filosofica e psicologica lo ha identificato e trattato) pur declinandosi in forme diverse da persona a persona. Lacan parla della mancanza-a-essere. L’essere umano è strutturalmente mancante: le identificazioni, che sono sul lato dell’avere, sorreggono l’individuo, ma non dicono nulla del soggetto, dell’essere, della sua unicità.

Ma è, ovviamente, più facile buttare la questione sul lato dell’avere, piuttosto che sul versante dell’essere! E’ un trucco del soggetto per rimandare la questione del suo desiderio. “Non so cosa voglio, chiudo la questione fissandomi su una questione: non ho questo, mi manca l’altro, se non avessi quello”. Oppure, “Non so cosa voglio”. E basta.

La perdita, per essere affrontata, deve essere elaborata grazie ad un apparato simbolico, ovvero, una serie di coordinate che contengono qualcosa di difficilmente accettabile. Ad esempio la morte: non ha un senso, ognuno di noi lo costruisce. Esistono in ogni epoca dell’uomo i riti funebri. Nonostante questo, quella cornice non sarà mai capace di contenere completamente il vuoto di significato.  I riti non spiegano, ma contengono e favoriscono un superamento senza la negazione o l’indugio.

Nel corso della vita, ogni perdita presentifica la perdita assoluta, quella della vita stessa.

La perdita scava una mancanza, che va distinto dal vuoto. La mancanza è la condizione per avviare l’essere desiderante,  e non può essere colmata. Il vuoto è, invece,  qualcosa che può essere riempito. Nel sintomo si trasforma la mancanza in vuoto. Questo significa ingannarsi, vuol dire pagare con una moneta diversa da quella in corso.

IMPLICAZIONI CLINICHE

In questa ottica, possiamo dare una lettura dei sintomi che affliggono gli esseri umani, dal semplice disagio alla patologia vera e propria, sottolineando un aspetto sempre presente che si declina in maniera diversa a seconda di come si esprime: la difficoltà a fare i conti con la mancanza-ad-essere. Essa è strutturale, ineliminabile dalla condizione umana, anzi, è condizione imprescindibile per costituirsi come soggetti desideranti, vivi, non completamente assoggettati alle aspettative dell’Altro: i sintomi, qualunque essi siano, rivelano la problematicità del soggetto ad accettare la faccenda.

Il tranello è questo: mi manca qualcosa, se l’avessi starei bene.

“Se tornasse mia moglie” 

“Se imparassi ad essere più deciso.”

“Se fossi meno impulsivo.”

“Se avessi un figlio.” 

“Se non avessi l’ansia”

Questo non significa che certe cose non manchino e facciano soffrire, o che alcune abilità non siano necessarie per cavarsela nel mondo. Si tratta di guardare anche oltre.

La felicità, lo stare bene, la serenità, è qualcosa che ha a che fare soprattutto con l’essere, col senso di esistere. E’ un movimento orientato dal desiderio.  Una vita piena è quella che sa annodare, in modo originale, le aspettative altrui con la propria singolarità irriducibile.

“Lavoro per vivere, o vivo per lavorare?”

“Amo perché sono, o sono perché amo?”

“Qualcosa orienta la mia vita. Cosa?”

“Godo del presente o vivo immerso nel passato,  proiettato nel futuro?”

I sintomi dello spettro ansioso (ansia, attacchi di panico, fobie) confrontano la persona con la possibilità della morte. Se non si vive la vita che si vorrebbe, se si percepisce di andare nella direzione non giusta, scatta il timore che il proprio tempo finisca senza poter realizzare quello che si desidera. Tanto che, al contrario, quando si è felici e si prova pienezza si esclama “Ora posso anche morire!”

Chi soffre di sintomi depressivi (depressione, lutto patologico) testimonia come la paura dell’incontro con la morte può essere tale da scegliere di viverci completamente immerso dentro.

Isteria, disturbi ossessivo compulsivi indicano il pericolo della scomparsa della propria particolarità se si mette in gioco il proprio desiderio con quello dell’Altro.

I disturbi dell’alimentazione (bulimia, obesità, anoressia) mostrano chiaramente la trasformazione della mancanza-a-essere a vuoto che può essere riempito, traboccato, elevato a valore in sé.

Il sentimento di insoddisfazione non ben specificato sta a segnalare che non si sta seguendo la rotta del proprio desiderio, bensì quello di qualcun altro: forse si è troppo “adattati”,  troppo socialmente adeguati, eccessivamente sintonizzati sul desiderio e sulle aspettative dell’altro, e poco sulle proprie.

Tutti indicano un non saperci fare con se stessi e con l’Altro, un misconoscimento del desiderio, tutti fattori che limitano la vitalità del soggetto e il legame sociale.

 


 

Spunti bibliografici

S. Freud, Introduzione al narcisismo, Opere Vol VII, Bollati Boringhieri

J. Lacan, Il Seminario. Libro 1. Einaudi

J. Lacan, Il Seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi Einaudi

M. Recalcati, Elogio dell’inconscio, Bruno Mondadori

M. Recalcati, Ritratti del desiderio, Raffaello Cortina