Ogni dolore è un evento traumatico che irrompe nella nostra vita in maniera improvvisa, che travolge e spezza la continuità dell’abituale senso di sicurezza psicofisico provocando una perdita dello stato precedente di funzionamento, che sia momentanea (nel dolore acuto) o definitiva (nel dolore cronico); perdita che spesso socialmente si traduce con la perdita del lavoro, delle amicizie, della propria autonomia ed indipendenza, dipende comunque sempre dal grado di disabilità.

Migliaia sono gli esempi di opere d’arte nate dal dolore più profondo del corpo, quello che Eugenio Borgna definisce dell’anima. Molti sono questi riferimenti letterari all’arte come compensazione di un angoscia mentale, ma meno si discute dell’arte come compensazione di un dolore fisico, seppur si sa che ad un dolore fisico cronico fa seguito quasi necessariamente un dolore mentale.

Uno degli esempi più evidenti di artista che si è cimentata col proprio dolore traducendolo egregiamente in arte appare essere Frida Kahlo (1907-1954), una delle più importanti pittrici messicane del secolo scorso. Sofferente sin dalla nascita di spina bifida dovette accogliere nel corso della propria vita una serie di altre tragedie laceranti il proprio corpo, e ironicamente l’incidente del 1925 che quasi uccise Frida, oltre che immobilizzarla, la trasformò in una delle pittrici più rivoluzionarie del mondo, e l’arte divenne l’unico modo per sopravvivere alla terribile agonia delle sue ferite. La pittura divenne così la sua ossessione, ed un modo per affrontare il suo trauma. È come se prendere il proprio dolore e trasferirlo in un dipinto fosse quasi un modo per liberarsene ed esorcizzarlo. La Kahlo ha prodotto più di duecento opere nella sua vita, molte delle quali raffiguranti il suo corpo sofferente, ognuna con un proprio profondo significato.

A mio avviso non v’è ancora una cultura ampia attorno alla concezione dell’arte nel dolore fisico. Non vi sono, infatti, studi che svelino in realtà il legame che potrebbe sussistere tra dolore cronico e sublimazione in un’attività artistica, a differenza di decine di studi che dimostrano la presenza negli artisti di malattie mentali. Resta comunque l’ipotesi che fare arte, a livello di professione o di hobby, funga da distrattore e aiuti il processo di diminuzione del dolore, in fondo ci sono degli studi che confermano il ruolo della distrazione come attenuante del dolore. 

Stando male acquisiamo quelle antenne rabdomantiche che solitamente non abbiamo; quando la sofferenza è così forte e lacerante da chiudere gli orizzonti della speranza ognuno di noi dovrebbe saperla riconoscere o reinventare, e cosa meglio dell’arte, che non parla, ma anzi utilizza il linguaggio dell’emozione, potrebbe dar parola o immagine al dolore.

Cercare una maniera alternativa per comunicare il dolore è essenziale, oltre che doveroso, per i pazienti sofferenti, molti dei quali talvolta non ricevono trattamenti adeguati, anche per incomprensione del grado del loro dolore. Tener conto di canali alternativi di comunicazione potrebbe essere una via terapeutica percorribile nel futuro della terapia del dolore, come già alcune ricerche hanno dimostrato.

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