L’amigdala dal  greco “amygdálì”,  letteralmente: mandorla (per via della sua forma particolare è una piccola struttura situata nei lobi temporali), fa parte di un sistema detto limbico che il neuroanatomo Papez per primo, pensò avesse un ruolo predominante in motivazioni ed emozioni (Papez, 1937).

E’ costituita da diversi nuclei con proprie afferenze ed efferenze: i mediali, i basolaterali, i centrali e i basali. Essi si attivano di fronte alle situazioni che preannunciano dolore, dispiacere, pericolo, rivali, cibo, acqua ma anche in presenza di cuccioli bisognosi di cure.

La ricerca tutta ha, più o meno concordemente, condotto al risultato che i nuclei dell’amigdala, ognuno con propria specificità, si attivano in presenza di stimoli emotivamente rilevanti.

Essa è certamente la responsabile del riconoscimento delle emozioni negli altri e, studi recenti, sembrano dimostrare che essa, attraverso le vie afferenti dalla percezione visiva,  si attivi in discrimine sulle zone del viso dell’interlocutore focalizzando sugli occhi. Attraverso una recente ricerca, infatti, sembra dimostrato che, l’espressione facciale dell’altro ci permette di decidere in 100 millisecondi se, a torto o a ragione, ci possiamo o meno fidare della persona a noi di fronte (Benedetti , 2010).

A proposito dell’ attivazione  a vari livelli  dell’amigdala, è stata accertata (Derntl et al, 2008) una  correlazione negativa tra i livelli di progesterone e la risposta dell’ amigdala alla paura e al riconoscimento di facce tristi e/o neutrali; ciò  sostiene la tesi di una diversa modulazione di risposta neurale e di comportamento durante i cambiamenti ormonali del ciclo mestruale.

Da un punto di vista evolutivo” - sostengono gli autori - “questa significativa influenza del livello ormonale sulla risposta emozionale correlata alla modificata attività neurale amigdolea, può consentire una maggiore sensibilità sociale nelle donne durante la loro fase follicolare, facilitando in tal modo il comportamento socio-emotivo (e di interazione sociale), che potrebbe facilitare l'accoppiamento”.

Ma del resto, già un équipe dell’Harvard Medical School, aveva  ipotizzato, nel genere femminile, un maggiore sviluppo della corteccia limbica responsabile, a onor di logica, di una differenziazione, non ancora ben precisata, delle risposte emozionali di genere (Goldstein et al. 2001).

 

L’amigdala,  è oggi  anche al centro dell’attenzione di  molte ricerche sui disordini pervasivi dello sviluppo e  su patologie come schizofrenia , alzheimer e disturbi dell’umore. (Presti et all 2011); (Baron et all 2000);( Eric S. 2013) Tali patologie presentano, nel soggetto portatore,   a livelli chiaramente differenti, deficit  nella connotazione emotiva dell’ambiente circostante. Le ricerche su citate, quindi, potrebbero rivestire una certa importanza clinica nel più ampio disegno dei trattamenti psicoterapici e  riabilitativi.

 

E’ noto che  già in Darwin le  emozioni acquistavano un valore adattivo favorendo lo stabilirsi di relazioni tra soggetti appartenenti allo stesso gruppo con l’intento ultimo di perpetuare la specie. L’autore nella  sua immane opera( 1871) aveva infatti osservato il carattere universale  del fenomeno emozionale in bambini, adulti, tra individui nati in culture diverse e persino in primati suggerendo che, tale universalità fenomenica delle emozioni, avesse un substrato neurale innato. La  riflessione sulla biologia  delle emozioni continuò grazie a William James (1884) e al fisiologo danese, Carl Lange (1885). La loro teoria, nota come  “James-Lange” , professava che le emozioni fossero la percezione di cambiamenti fisiologici. Come a dire: mi vergogno perché arrossisco e non viceversa.

L’emozione era quindi vista come misurabilissima manifestazione psichica di modificazioni fisiologiche e fu proprio tale straordinaria facilità di verifica sperimentale a far sì che la teoria di James-Lange non sopravvivesse a lungo sotto i colpi della critica. In particolar modo, fu proprio la   biologia delle emozioni tesa alla  mappatura dei centri e delle vie nervose responsabili del fatto emotivo, a dare il colpo di grazia alla vecchia teoria.

L’esordio  di tale nuovo filone di ricerca  ebbe inizio dalla teoria talamica di Cannon (1927), passando per la  teoria ipotalamica di Philip Bard (1934a, 1934b)per poi, da questi due approcci quasi simili, approdare  allo studio dei singoli nuclei ipotalamici studiati da Walter Hess (1957) e finalmente a Papez e Mc Lean negli anni 40.

Proprio quest’ultimo, nella sua visione biologica delle  emozioni, (Mc Lean, 1949, 1954) sulla base di considerazioni funzionali e filogenetiche, identificava il sistema limbico come tra le strutture più antiche del cervello e, proprio per ciò,  responsabile di lotta o fuga,  del maternage, dell’ istinto di sopravvivenza della specie attraverso l’attività riproduttiva. Egli chiamò il sistema limbico “cervello viscerale” ( 1949)  al quale, secondo lo studioso, nel corso dell'evoluzione, si era sovrapposto  ciò che egli definiva  «cervello rettiliano» deputato al  controllo dell'omeostasi fisiologica delle attività di base  come respirazione, circolazione, nutrimento. 

Daniel Goleman, sulla base degli studi appena descritti  si è occupato, e ancor oggi si occupa, della teorizzazione della sua intelligenza emotiva. Lo studioso dando una particolare enfasi alla stratificazione evolutiva del sistema nervoso e connotando l’amigdala tra le strutture più antiche di esso, ha mutuato da Le Doux il concetto di “sequestro neurale” (Goleman 1995b).

Nel suo saggio, difatti, corredandolo di molti esempi  attinti dalla cronaca quotidiana, ipotizza  una  situazione in cui, a fronte di  minaccia forte, è proprio l’amigdala a prendere il controllo della risposta d’emergenza attraverso l’antica linea diretta con il primitivo sistema nervoso simpatico bypassando ,quindi, le zone neocorticali

Difatti Le Doux scriveva:

“Nella sua forma più emergenziale la paura può causare una sorta di “sequestro neurale”, ovvero una reazione esplosiva in cui i circuiti neocorticali, seppur temporaneamente, vengono eclissati dall’intervento dell’amigdala” (Le Doux, 1992).

Secondo Le Doux e Goleman l’amigdala  avrebbe  la capacità di riverberare sull’azione  in maniera talmente rapida e primitiva da  innescare un allarme generalizzato ma scarsamente definito. La sua azione, in particolari casi, risiederebbe a monte dei processi superiori del cervello e quindi la  rabbia, la disperazione e la paura, trascinanerebbero l’individuo in una reazione comportamentale in balìa degli imput che  da essa sgorgano: pensieri istintivi ed irrazionali, che affondano la loro ragione in milioni di anni di evoluzione, prenderebbero il sopravvento veicolando comportamenti irrazionali.

Intelligenza emotiva, solo attraverso essa stessa (Smith 2001, Compas  2004) o quella di Mikolajczak del 2008 la quale fu condotta su ben 490 adolescenti per arrivare al  riscontro che, in situazioni diverse e anche pericolose, esisteva una correlazione positiva tra  il “quoziente” di intelligenza emotiva e la qualità di coping scelto.

Chiaramente, tra i motus che hanno dato il via alle varie ricerche, vi erano interrogativi ed  ipotesi su quanto l’amigdala fosse in causa nella connotazione emotiva di uno  stressor  e quanto, e in che modo, tale coinvolgimento concorresse nelle varie intensità di aurousal e  strategie di coping adottate a fronte di un uguale stimolo stressogeno in individui diversi.

 

La ricerca, attraverso le aree che ricevono afferenze dall’amigdala, ha sicuramente dimostrato che una lesione del nucleo centrale dell’amigdala,  riduce o elimina comportamenti emozionali e risposte fisiologiche rilevanti, controllate proprio attraverso queste regioni tanto che,  animaletti da  laboratorio, in seguito a lesione centrale non mostrano più segni di paura e i livelli di ormoni indotti dallo stress sono più bassi, così come la capacità mnemonica diminuisce (Coover, Maurison, Jellestand, 1992); e, allo stesso tempo, una elettrostimolazione prolungata nel nucleo centrale dell’amigdala provoca malattie comunemente associate allo stress (Henke, 1982).

Una ulteriore ricerca  (R. Mitra & R.M. Sapolsky, 2009) ha riscontrato che l'amigdala svolge un ruolo cruciale nello sviluppo di ansia e nella regolazione della secrezione di ormoni dello stress. Di contro, gli ormoni dello stress possono indurre ipertrofia nell’amigdala e,  disordini affettivi verrebbero accompagnati da  cambiamenti persistenti dei recettori mineralcorticoidi e  glucocorticoidi dell’ippocampo. In breve, secondo gli autori  l’esposizione a stimoli stressanti come discontinuità affettive, traumi, malattie proprie e dei propri cari,  potrebbe  influire enormemente  nei soggetti vulnerabili.

Infatti essi  confidavano sul fatto che  “… modulare la funzione amigdolea può potenzialmente ridurre le caratteristiche maladattive di risposta allo stress…”.

 

Come abbiamo già avuto modo di menzionare, i nuclei basolaterali dell’amigdala (BLA) sembrerebbero, attraverso la trasmissione sensoriale ai nuclei centrali, i corresponsabili di attività neuronali che si traducono poi in strategie comportamentali di coping.

Sembrerebbero, infatti, le aree più fortemente implicate nel consolidamento mnemonico dell’ emozione e, quindi, dell’apprendimento in quanto, questi, proiettano i loro fasci neurali anche allo striato ventrale che è una  zona neurale implicata nel rinforzo dell’apprendimento.

Altri esperimenti hanno rinforzato la tesi che l’attività dei nuclei basolaterali dell’amigdala, durante uno stimolo stressogeno, aumenta e che, tale aumentata secrezione, stimolerebbe  particolari siti di proiezione del BLA ma anche la plasticità neurale di “qualche altra parte del cervello”  (Parè, 2003; Duvarci , Paré , 2007).

Di fatto, gli autori, nelle conclusioni, ammettono che l’azione diretta dei glucocorticoidi sulla BLA non sono stati pienamente compresi ma che, sia l’apprendimento emotivo sotto attivazione aurosal, sia il consolidamento dei ricordi ad esso legati, subiscono un aumento. Ciò sembra dovuto ad  un incremento esponenziale di noradrenalina (NA) e acetilcolina (presenti transitoriamente fino a due ore dopo lo stimolo indotto) nel BLA.

Il  senso comune  che i ricordi  spiacevoli e dolorosi rimangono più vividi  di quelli piacevoli, pare trovare conferma. Ciò probabilmente a risultato dell’evoluzione che ha lasciato, nella nostra specie, come trasmissione  filogenetica, la capacità di imprinting  più marcato per situazioni che, ai fini della conservazione della vita, successivamente, sarebbe stato meglio aggirare.

A tal proposito è utile ricordare le parole di  Damasio che a  conferma dell’essenzialità del valore cognitivo del sentimento nel suo “L’errore di Cartesio -emozione, ragione e cervello umano” scriveva  : “ ..sentire gli stati emotivi, vale a dire, essere consci delle emozioni,  dà flessibilità di risposta sulla base della  nostra particolare storia di interazione con l’ambiente. Anche se sono necessari dispositivi innati per avviare la ruota della conoscenza, i sentimenti  offrono sempre qualcosa di più” (1995).

 

 

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