La resistenza in psicoterapia

Giuseppe Santonocito"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria".
Articolo a cura di .  Pubblicato il 18/12/2008, cliccato 9384 volte.
 

Introduzione

"Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria".

Chiunque si sia mai trovato a cercare di persuadere qualcuno, si sarà confrontato con questo fenomeno: digli di fare qualcosa ed è probabile che ne farà un'altra. Ancor più prevedibilmente, farà la cosa opposta a quella suggeritagli.

Anche in psicoterapia, quando si utilizzano processi di tipo persuasorio, è come se la 3^ legge di Newton sulla dinamica sopra enunciata mantenesse inalterata la propria validità.  E suona familiare anche nello studio del terapeuta: egli ha indagato, ha posto le domande giuste al paziente, ha capito qual è la manovra che potrebbe aiutarlo a sbloccare il suo problema e gliela propone.

Ma questi, stranamente, non sembra ben disposto a riceverla: s'irrigidisce, è titubante, incerto, cambia discorso. Oppure scherza, la butta sull'ironia. E poi non esegue il compito che gli viene prescritto. Insomma, fa resistenza.

Fin dai tempi di Freud questo fenomeno è stato riconosciuto e discusso, ma in modi diversi a seconda degli autori che se ne sono occupati. Per alcuni, il fenomeno indubbiamente esiste. Per altri non solo esiste, ma è inevitabile e ineludibile. Per altri ancora non esiste nemmeno.

Ad esempio, alcuni sostengono che non può esservi alcuna resistenza e che discuterne equivale a discutere della capacità del terapeuta. Certamente parrebbe questa una posizione molto scrupolosa e rispettosa, nei confronti degl'interessi del paziente. Anche se, enunciata in modo così pomposo, potrebbe generare essa stessa una certa resistenza proprio nell'accettarla.

D'altra parte bisogna osservare che la resistenza è stata effettivamente usata come alibi da alcuni terapeuti, per giustificare le terapie concluse con un insuccesso: il paziente aveva una resistenza troppo alta, non era ancora pronto.

Resistenza al cambiamento come omeostasi

La resistenza altro non è che una reazione, per la precisione una reazione al cambiamento. Ancor più propriamente, nel caso dell'essere umano, è una manifestazione di omeostasi.

L'omeostasi è definita come la condizione di stabilità interna di un sistema animato o inanimato, che tende a rimanere tale anche in presenza di perturbazioni esterne. Quando un agente esterno ne sposta la posizione, il sistema opererà per ritornare al punto d'equilibrio originale.

Quello di omeostasi è uno dei più pregnanti concetti interdisciplinari mai individuati e messi a punto. Esso fu coniato negli studi della fisiologia da W. B. Cannon (1932), ma è presente anche nell'ingegneria dei sistemi di controllo sotto il nome di retroazione negativa.

In entrambi i casi si tratta di sistemi dove una parte del comportamento generato è impiegato per ottenere la stabilità, mediante la regola generale: se un certo valore X aumenta troppo, diminuiscilo; se invece X diminuisce troppo, aumentalo; in entrambi i casi opera fino a che X non ritorna al valore originale.

Un classico e semplice esempio di meccanismo omeostatico è il termostato. Anche se la temperatura esterna varia, il termostato accenderà o spegnerà il sistema di riscaldamento o condizionamento fino a riportare la temperatura al valore prestabilito.

Ogni sistema attivo si trova in una condizione d'equilibrio e quest'equilibrio è stato ottenuto al prezzo di un certo lavorio di aggiustamento interno e di tentativi andati a vuoto. E può trattarsi sia di un equilibrio funzionale che di uno disfunzionale. La persona che va in terapia si trova per l'appunto in uno stato d'equilibrio disfunzionale che, per quanto la faccia soffrire, è stabile.

Alterare quell'equilibrio significherebbe dover spendere dell'energia e quindi il sistema - in questo caso la persona - non sarà disposto ad abbandonarlo tanto facilmente. È evidente che si tratta di processi in gran parte inconsapevoli, ossia il paziente non boicotta di proposito la sua stessa terapia. È solo che egli "sente" che deve resistere e quindi resiste. E poi magari giustificherà e razionalizzerà questo suo comportamento in altri modi: "Il terapeuta mi era antipatico", "Ero stanco", "In fondo non sto così male" e via dicendo.

Vantaggio secondario?

In passato si pensava che la resistenza fosse dovuta unicamente alla paura di perdere il cosiddetto vantaggio secondario, implicito nel sintomo. Ad esempio, l'isterica può usare le sue manifestazioni per ottenere attenzione ed è evidente che guarendo non potrebbe più ottenerla. Ma poi si è osservato che spesso non c'è alcun vantaggio secondario dietro il sintomo e che una certa resistenza, invece, di norma è sempre presente.

È fastidioso doverlo puntualizzare, ma persino la terapia comportamentale pura, tanto sminuita e denigrata nelle nostre Università, spesso ottiene buoni risultati senza curarsi minimamente di ciò che starebbe nascosto "dietro" o "sotto" al sintomo.

Resistenza e terapia breve

Per ottenere un cambiamento attraverso l'impiego di un modello di terapia breve è necessario agire delicatamente, toccando il minor numero di punti possibile e senza inutili sconvolgimenti. Quindi, anche se è vero che la resistenza esiste ed equivale al concetto di omeostasi, essa dovrebbe essere sollecitata il meno possibile e, anzi, ove possibile, aggirata (Nardone & Watzlawick, 2004).

L'approccio breve strategico si basa sull'agire per quanto possibile in modo dimesso, sotto traccia, evitando inutili contrapposizioni. Questo modello di terapia distingue attualmente quattro tipi di resistenza al cambiamento. Essi fanno capo a differenti tipologie di disturbo e prevedono strategie specifiche per il loro trattamento. In altri termini, ogni disturbo tende a esibire un modello caratteristico di resistenza e il terapeuta, forte di questa nozione, potrà agire in modo da non contrapporvisi.

Ad esempio, per i disturbi fobici è possibile prescrivere un compito fra una seduta e l'altra che abbia apparentemente un certo scopo ma che invece mira a ottenere un effetto diverso. Questo benefico inganno sarà poi spiegato al paziente la volta successiva, dopo avergli fatto sperimentare il cosiddetto evento casuale pianificato.

Nella terapia breve strategica le spiegazioni si danno quasi sempre dopo aver fatto eseguire un certa prescrizione comportamentale, evitando ridondanti e potenzialmente inutili descrizioni anticipate: sarà il paziente stesso a sperimentare ciò di cui ha bisogno e poi, eventualmente, a porre domande su ciò che ancora gli manca per consolidare la nuova prospettiva acquisita.


Bibliografia

Cannon B C, 1932. The Wisdom of the Body. W. W. Norton, New York.

Nardone G, 2003. Cavalcare la propria tigre. Ponte alle Grazie, Firenze.

Nardone G, Watzlawick P, 2004. Brief Strategic Therapy. Rowman & Littlefield Publishers Inc, MD, USA.


 

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