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I disturbi di personalità (parte prima). La personalità, tra normalità e patologia

 Psicologia - News generale del 02/07/2011

Le diverse teorie psicologiche che si sono succedute nel tempo hanno assegnato al termine “personalità” significati così diversi da renderne impossibile una definizione precisa e utilizzabile tout court; per lo più, personalità significa l’essenza stessa degli aspetti psicologici dell’individuo. Chi si è occupato dello studio della personalità l’ha più o meno definita coerentemente con gli orientamenti della propria scuola di pensiero; per alcuni la personalità è il modo peculiare che ognuno ha di reagire agli stimoli, per altri è l’approccio alla realtà, per altri ancora è un modo di essere nel mondo; per tutti, ad ogni modo, la personalità rappresenta e riguarda aspetti “profondi” dell’individuo.

Secondo il DSM-III-R: “i tratti di personalità sono modi costanti di percepire,rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di sé stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali importanti”; in altre parole, la personalità è quanto vi è di costante, tipico e stabile nel modo che il soggetto ha di costruire la realtà. La definizione del DSM è molto attenta agli aspetti cognitivi coerentemente con la teoria secondo la quale ad ogni particolare tipo di personalità corrisponda uno specifico “stile cognitivo”.

I disturbi di personalità rappresentano un estremo “irrigidimento” di tratti di personalità normalmente presenti in misura maggiore o minore in ognuno di noi. In altre parole, quando i tratti di personalità sono rigidi, disadattivi e causano una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo oppure una sofferenza soggettiva è possibile parlare di un disturbo della personalità.

Quale rapporto connette i disturbi di personalità con la patologia psichiatrica? Alcuni sostengono che non si tratti di patologie ma più semplicemente di variazioni quantitative tra normalità e patologia; altri, invece, sostengono che si tratti di patologia vera e propria. Gli studiosi che propendono per quest’ultima ipotesi si dividono in due schieramenti: chi vede i disturbi di personalità come una forma lieve di una specifica patologia maggiore (in questo modo, ad esempio, il disturbo di personalità ossessivo compulsivo sarebbe una forma attenuata di nevrosi ossessiva destinata a sfociare nella forma clinica in caso di peggioramento) e chi invece vede i disturbi di personalità come una patologia a sé stante che, pur giocando un ruolo fondamentale nella prognosi di disturbi maggiori, non concorre in senso stretto a determinarli (un disturbo borderline, dunque, può coesistere con una depressione maggiore modificandone l’espressione e il decorso, ma resta comunque tutt’altra cosa).

Riallacciandoci alla definizione data dal DSM, si parla di disturbo quando qualcuno soffre, sia egli il soggetto stesso o siano gli altri e la causa di questa sofferenza e di questa disadattività risiede nella “rigidità” dei tratti di personalità. Essenza del disturbo di personalità non è tanto il modo peculiare di costruire la realtà ma la sua immodificabilità. Come spesso accade, dunque, l’essenza della patologia si riduce proprio al concetto di coazione, di riduzione dei gradi di libertà.


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