Quando il sacrificio non è funzionale!

Dr. Armando De VincentiisData pubblicazione: 03 luglio 2012

Quante volte ci si è trovati di fronte ad una scelta carica di sacrifici? Quante volte, proprio in virtù di questi sacrifici abbiamo fatto retromarcia e/o scelto vie più semplici? E quante volte si è stati accusati di non accettare il sacrifico sentendosi etichettati come troppo comodi o peggio vigliacchi?

Esiste una sorta di legge morale grazie alla quale chi si sacrifica mostra una maturità superiore a chi tal sacrificio non lo accetta o, meglio, possiede maggiori virtù.

Ma in cosa consistono queste virtù? E in cosa il sacrificio rende migliori?

Ricordando che il termine di derivazione latina sacrificium, sta per sacer + facere, ossia "rendere sacro” esso è un concetto prettamente religioso. Nella religione cristiana, ad esempio, rievoca il sacrificio di Cristo sulla croce per liberare il mondo dal peccato originale. In altre religioni esso è un dono offerto agli dei per ottenere benefici. In un modo o nell’altro il sacrificio è un atto orientato ad ottenere qualcosa in cambio: la benevolenza degli dei, la salvezza dell’animo.

Nella nostra cultura il sacrifico ha espressioni più funzionali, ossia rinunciare a qualcosa in favore di qualcos’altro più redditizio. Es. rinunciare ad un lavoro immediato poco remunerato per ottenere qualcosa di più consistente o rinunciare ad un piacere oggi per avere maggiori possibilità di qualcosa di più piacevole domani.

Tuttavia si assiste ad una sorta di degenerazione di questa azione sempre più fine a se stessa, riprendendo e rimarcando l’antico concetto religioso di salvezza e/o di virtù senza alcuna pretesa.

Ed è proprio questa degenerazione alla base di molti conflitti famigliari e di coppia. Il concetto di sacrificio, ad esempio, viene esaltato al solo scolpo di ottenere dall’altro un’adesione ai propri progetti. Dobbiamo sposarci, ma non ci sono soldi, dobbiamo quindi sacrificarci! E per cosa? Verrebbe spontaneo rispondere. Non sarebbe più funzionale fare un passo quando ci sono possibilità effettive? Quest’ultimo concetto è, purtroppo, ritenuto l’espressione di una mancanza di virtù che spinge il suo portatore a star lontano dal sacrificio. E per cosa? Verrebbe spontaneo ribadire.

In prossimità di una scelta funzionale del tipo: sposiamoci quando avremo le possibilità economiche, o mettiamo su famiglia quando ce lo potremo permettere, spesso, il conflitto nasce perché un membro della coppia opta e/o impone la scelta meno funzionale in virtù del sacrificio, ed ecco che la coppia, inevitabilmente, segue due vie: la rottura o la frustrazione che, grazie al sacrificio, non tenderà ad arrivare. A sua volta il sacrificio scatenerà reazioni a catena sempre più frustranti basate su rinfacci, puntualizzazioni, con frasi tipiche: lo faccio per te, te lo avevo detto, pensavo fossi disposto ecc. tutto in virtù di un sacrifico, e per cosa?

Un altro esempio è quando un figlio sceglie una via più semplice in ambito lavorativo e/o di studio. Non vuoi sacrificarti!? Sente spesso dirsi, anche qui ribadiremmo: e per cosa? L’obiezione sarebbe quella di educare il figlio al sacrificio onde evitare frustrazioni future e, quindi, farlo abituare a questo atteggiamento. Per evitare possibili frustrazioni future, si tende a frustrare oggi. Una tentata soluzione che diventa un problema! Infatti dall’esperienza clinica sappiamo che chi apprende a sacrificarsi tende a perpetuare tale processo insegnando a sua volta il sacrificio senza pretese, se non per il puro concetto fine a se stesso. Ed ecco che in molte famiglie continua ad aleggiare la dimensione del sacrificio in termini prettamente religiosi privi di alcun fine funzionale. Esiste, oggi, una tradizione orientata alla rinuncia o alla sofferenza fine a se stessa senza l’ottenimento di un beneficio se non il sacrificio stesso che, in termini più tecnici, potremmo definire un’educazione alla frustrazione.

Se il sacrificio non è orientato ad ottenere un bene funzionale prossimo è, secondo il nostro punto di vista, un’inutile frustrazione che fa ricadere nell’antico concetto religioso del dono della propria sofferenza in cambio di un benessere spirituale da vivere in un altro mondo. E’ bene distinguere, quindi, il sacrificio morale (fine a se stesso) poco funzionale e fonte di frustrazione, dal sacrificio pragmatico in virtù di un ritorno più appetitoso e, quindi, più funzionale sotto l’aspetto operativo.

Se il sacrificio pragmatico può essere fonte di ricchezza futura e di crescita, il sacrificio morale è, nelle famiglie e nelle coppie, fonte di conflitti ed inutili frustrazioni.

Non prendiamocela, quindi, con chi non vuole sacrificarsi senza alcun motivo, semplicemente ha scelto di vivere al meglio il qui ed ora!

Autore

a.devincentiis
Dr. Armando De Vincentiis Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 1996 presso Università La sapienza di Roma .
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Puglia tesserino n° 1371.

6 commenti

#1
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

Aggiungerei anche un altro aspetto.

Credo che molti dei disagi nascano dalla ridotta capacità delle persone di descrivere e di utilizzare i termini lessicali adeguati per descrivere la propria esperienza. Se il sacrificio, e quindi la rinuncia a qualcosa di preziose in virtù di una vantaggio maggiore porta frustrazione, allora non siamo di fronte ad un sacrificio, ma di fronte ad una perdita, un lutto, o ...un furto.

Ho perso per niente qualcosa a cui tenevo o mi è stato sottratto con l'inganno qualcosa a cui tenevo.

E forse è proprio l'uso di un'etichetta non adeguata che genera il disagio, poichè quella parola\etichetta attiva delle aspettative che poi vengono disattese.

Forse bisogna stare attenti a non usare la parola "sacrificio" per "indorare la pillola", e quindi per nascondere altro. Quindi una definizione errata della situazione.

#2
Psicologo
Psicologo

Caro Armando, l'argomento è interessante, ti propongo un paio di spunti che mi sono venuti in mente leggendo la tua news:

- i genitori che si sacrificano per i figli, cosa ne ottengono in cambio? Da un punto di vista evolutivo (ma sono solo speculazioni), ne aumentano le probabilità di sopravvivenza, e quindi la possibilità di perpetuare il patrimonio genetico. Ma se il sacrificio mira soltanto ad aumentarne il benessere?

- scrivi che si insegna ai figli il concetto di sacrificio per evitar loro sacrifici futuri. Può essere vero a volte, ma può esser vera anche un'altra ipotesi: insegno ai miei figli a sacrificarsi "in laboratorio" perchè tanto, prima o poi, la vita li costringerà a sacrificarsi comunque. Semplicemente, li "alleno" a farlo.

- ho conosciuto soltanto quest'anno almeno 4 "no-frustration children", cui i genitori premurosi ed amorevoli risparmiavano ogni proibizione ("ma se il bambino - 14 anni! - non vuole spegnere il PC che faccio, lo costringo?"). Erano 4 ragazzini confusi, intolleranti, con una rabbia ed un senso di vuoto cronico già a quell'età.

"Sacrificarsi", antropologicamente, può avere anche un altro valore: quello di rafforzare il "patto" con la Divinità, certo, ma anche quello di rafforzare il legame sociale e le gerarchie (vedi i rituali di potlatch, che sono praticamente diffusi in tutto il Pianeta).

Condivido appieno il discorso sulle "pretese", come ogni pretesa assoluta il buon Ellis ci insegna che è soltanto foriera di dolore psicologico inutile. Ma leggendo la news mi sembra di scorgere l'equazione "sacrificio buono=investimento", il che può essere anche vero, ma forse non esclusivamente.

Fino a qualche tempo fa, era costume abbastanza diffuso, in Sicilia, "leccare la sarda", ovvero vivere in modo estremamente frugale, e mettere da parte tutti i frutti dei propri sacrifici per le generazioni a venire. Che ci guadagnavano?

#3
Dr. Armando De Vincentiis
Dr. Armando De Vincentiis

(..)ovvero vivere in modo estremamente frugale, e mettere da parte tutti i frutti dei propri sacrifici per le generazioni a venire. Che ci guadagnavano?(..)

già, è un atteggiamento presente in molte famiglie. I nonni, le mamme, spesso, sacrficano tutto per far si che i figli non debbano farlo. Purtroppo questo crea più problemi sotto l'aspetto relazionale. Tale atteggiamento sacrificale è condannato dagli stessi figli e, spesso, sono proprio quest'ultimi ad invogliare i genitori a vivere di più. Tal messaggio è percepito però come segno di immaturità con il conseguente aumento del sacrificio a mo di modello.

La sofferenza del genitore è fonte di preoccupazione e di timore spingendo ad un pensiero del tipo: "anche noi saremo così"? ed ecco il rifiuto totale del modello genitoriale con conseguente conflitto generazionale.

Abbiamo quindi due vie, la prima è raprresentata dalla totale adesione a questo modello (adesione per apprendimento) per cui il sacrificio del genitore per far si che il figlio non debba farlo è reso vano per aver insegnato a sacrificarsi.
Anche il figlio quindi si sacrificherà venendo meno ai buoni propositi dei geniutori.

l'altra via è il rifiuto per timore con conflitto ed incomprensioni annesse.
in effetti questo sacrificio a cosa è servito se non a creare problemi?

Commenti degli utenti: aperti!
Commenti dei professionisti: aperti!

Per aggiungere il tuo commento esegui il login

Non hai un account? Registrati ora gratuitamente!

Vuoi ricevere aggiornamenti in Psicologia?

Inserisci nome, email e iscriviti:

* Autorizzo il trattamento dei miei dati da parte di Medicitalia s.r.l. per finalità di marketing telefonico e/o a mezzo posta elettronica o ordinaria, compresi l'invio di materiale pubblicitario, la vendita diretta e lo svolgimento di indagini di mercato.

Cliccando su iscriviti acconsento al trattamento dei dati personali come da privacy policy del sito.

Ansia: sai riconoscerla? Scoprilo con il nostro test