Quanto dura una psicoterapia?

Dr. Alberto MiglioreData pubblicazione: 14 giugno 2013

La durata di una psicoterapia dipende da una serie di variabili, non dovrebbe essere scelta né arbitrariamente né la scelta essere condizionata dalle sole competenze tecniche del terapeuta, come il terapeuta “ingenuo” che ha una preparazione specifica per una tecnica breve e la utilizza con tutti i suoi pazienti, indipendentemente dalla loro caratteristiche. Oggi, per i professionisti della mente, così come per le altre discipline sanitarie, il ventaglio delle tecniche a disposizione è diventato molto più amplio di un tempo. Il terapeuta può, dopo i primi colloqui iniziali, decidere a seconda del paziente e della sua sintomatologia quale percorso gli sarà più efficace; consigliando un approccio diverso se si ritiene più utile per quel determinato soggetto. La variabile della durata e di conseguenza della tecnica va gestita a seconda di colui che si siede sulla poltrona del terapeuta, in breve dipende molto dal paziente che si ha davanti.

Nella durata di una psicoterapia distinguiamo fin da subito due livelli di variabili una quantitativa (il tempo) dipendente da una serie di variabili di natura qualitativa, fondamentali per la scelta della terapia da utilizzare. Se parliamo di tempi, generalizzando molto, possiamo dire che un intervento breve va dai 2/3 mesi fino all’anno, oltre non si dovrebbe più parlare di psicoterapia breve. La terapia Breve ha una tradizione paragonabile a quella  della psicoterapia. Era presente già a partire dagli anni successivi al 1890. Agli albori non godeva di una buona fama, e veniva considerata uno strumento terapeutico di second’ordine, da usare solo quando non si aveva a disposizione niente di meglio. Con il XX secolo e lo sviluppo della psicoterapia, nacquero diverse scuole e tendenze, ognuna delle quali elaborò la propria forma: oggi troviamo scritti sulla psicoterapia breve nei diversi orientamenti teorici e non solo nei trattamenti individuali ma anche di coppia, gruppo e familiari. Essendo molto vasto il mondo delle psicoterapie brevi qui mi soffermerò solo sull’orientamento psicoanalitico.

Come abbiamo scritto sopra gli aspetti qualitativi sono gli elementi che possono aiutare il terapeuta, con una specifica formazione, nel “pensare” alla possibilità di un approccio breve per un determinato paziente. Alcuni autori (Alexander, 1946, Sifneos, 1972; Malan, 1976; Davanloo, 1980; et al.) hanno rilevato dei criteri specifici da tenere in considerazione nella scelta di un percorso di psicoterapia breve. Vediamo alcune di queste variabili.

La “salute mentale” può diventare un criterio di selezione importante. Questa categoria raggruppa diverse dimensioni psicologiche, che riguardano la gamma e la ricchezza degli affetti, la duttilità e l’adattabilità dei tratti di carattere, le difese primarie usate e la loro flessibilità, la proporzione fra le difese di livello superiore, come l’altruismo e la repressione, e quelle di livello più basso, come la proiezione e il diniego. Un soggetto con una salute mentale molto compromessa può avere meno probabilità di ottenere dei risultati soddisfacenti con un approccio breve. Inoltre, una struttura molto compromessa può avere bisogno di un approccio più “delicato” nel costruire una buona alleanza terapeutica e tempi più lunghi per il raggiungimento di un livello di lavoro proficuo.

Secondo Alexander, la lunghezza della terapia dipende dalla capacità di riflessione psicologica e dalla “forza dell’Io” (equilibrio, maturità, integrità personale, razionalità e affidabilità, etc.): più l’Io è forte, più il terapeuta può lavorare sul materiale in profondità, ottenendo ugualmente un effetto terapeutico nonostante i tempi limitati. Malan adotta alcuni criteri di selezione derivati dalle sue ricerche, per esempio, che ci sia la possibilità di individuare un “focus”, ossia un problema ben delineato. Un “focus” è costituito da un sintomo circoscritto, o da un’area delimitata di difficoltà, la cui risoluzione soddisfi i bisogni attuali del paziente, nel senso che, qualora i problemi riguardanti il focus vengano risolti, il paziente sentirà che la terapia ha raggiunto il suo scopo. Se non può essere individuato alcun focus, se i disturbi del paziente sono vaghi, diffusi, o compromettono molti aspetti della vita e del funzionamento psichico, la psicoterapia breve è controindicata (W.V. Flegenheimer, 1986).  Inoltre, è importante che il paziente sia in grado di rispondere in modo significativo alle “interpretazioni di prova”, viene osservato l’atteggiamento che il soggetto ha verso se stesso: l’attitudine a parlare con sincerità di se stesso e a considerare i propri problemi in termini psicologici; Malan lo rileva come un segno prognostico favorevole. È altresì importante il rapporto che si crea tra paziente e terapeuta e i primi segni dell’alleanza di lavoro oltre alla motivazione a lavorare del paziente.

In sintesi si possono utilizzare i criteri individuati da Sifneos che nonostante siano assai rigidi riprendono molte delle variabili  più utilizzate nella selezione dei pazienti per la terapia breve.

- Capacità del paziente di enunciare un disturbo prioritario circoscritto (concetto similare al “focus” se il soggetto ritiene che le questioni da risolvere siano molte e apparentemente slegate una dall’altra, il tempo a disposizione in questa tecnica non sarà sufficiente per prenderle in considerazione tutte e di conseguenza la psicoterapia breve non dovrebbe essere consigliata).

- Presenza di un rapporto di reciprocità o significativo con un’altra persona (criterio utile nel provare l’esistenza di sentimenti di intimità, fiducia, reale coinvolgimento emotivo. Elementi utili per la costruzione di una buona alleanza terapeutica).

-Capacità di interagire con il terapeuta, esprimendo in maniera adeguata i propri sentimenti e mostrando un certo grado di flessibilità.

- Intelligenza e capacità di comprensione e riflessione psicologica.

- Motivazione al cambiamento e disponibilità a partecipare attivamente alla terapia.

Secondo Malann, se si usano tecniche valide e criteri di selezione adatte ad esse, un’ampia gamma di disturbi possono essere trattati con tali modalità di terapia: i risultati di una terapia breve possono consistere non solo nella remissione o nel miglioramento dei sintomi, ma anche in alcuni cambiamenti nella struttura del carattere e nei principali meccanismi di difesa. Gli scopi della psicoterapia breve possono quindi essere simili a quelli della psicoterapia a lungo termine, anche se, ovviamente, non in tutti i casi.

 

Bibliografia

Alexander, F., French, T.M., (1946), “Psychoanalytic Therapy”, Ronald Press, New York.

Davanloo H., (1980), “Short-Term Dynamic Psychoterapy”, Jason Aronson, New York.

Flegenheimer, W.V., (1986), “Psicoterapia breve, teorie e tecniche di trattamento”, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Malan, D.H., (1978), “Uno studio di psicoterapia breve”, Astrolabio, Roma.

Sifneos, P.E., (1982), “Psicoterapia breve e crisi emotiva”, Martinelli, Firenze.

 

 

Autore

albertomigliore
Dr. Alberto Migliore Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 2003 presso Università degli studi Torino.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Piemonte tesserino n° 6246.

3 commenti

#1
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

A beneficio dei lettori, un paio di precisazioni.

>>> come il terapeuta “ingenuo” che ha una preparazione specifica per una tecnica breve e la utilizza con tutti i suoi pazienti, indipendentemente dalla loro caratteristiche
>>>

Alcune forme di terapie breve, come la strategica, sono particolarmente adatte per i disturbi acuti e invalidanti, ma lo sono di meno per i disturbi per i quali non c'è una richiesta immediata e precisa di cambiamento da parte del paziente, oppure nei disturbi di personalità.

Perciò, il terapeuta breve non "ingenuo" è quello che utilizza la tecnica in cui è formato con i disturbi in cui essa è nota per rispondere bene. In altre parole la selezione è più corretta in base al tipo di disturbo, che in base al tipo di paziente.

>>> Se parliamo di tempi, generalizzando molto, possiamo dire che un intervento breve va dai 2/3 mesi fino all’anno, oltre non si dovrebbe più parlare di psicoterapia breve
>>>

"Breve" può essere definito in vari modi. In ambito strategico e soprattutto nel modello di Nardone, la brevità è riferita al numero di sedute totali più che alla durata in mesi o anni. Perciò si può arrivare al paradosso di una terapia strategica breve che dura due anni, ma magari con 15 sedute soltanto, la maggior parte delle quali concentrate nel periodo iniziale: si cerca di sbloccare il problema nel più breve tempo possibile, mentre le sedute successive, più distanziate fra loro, servono per consolidare i risultati ottenuti.

#2
Dr. Alberto Migliore
Dr. Alberto Migliore

Ha fatto bene a specificare alcuni aspetti della terapia breve strategica, anche se l’orientamento trattato nell’articolo è di tipo psicoanalitico.

Inoltre, al di là dei tempi e dei paradossi temporali, breve ma diluita in 2 anni, penso che sia importante valutare l’efficacia di una determinata terapia rispetto al disturbo, ma senza dimenticare che dietro al disturbo c’è una persona con la sua complessità. Un depresso prima di essere tale è una persona che porta delle differenze rispetto alla motivazione alla cura, partecipazione, sensibilità psicologica, etc… Queste sono variabili importanti per una buna scelta terapeutica.

#3
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> motivazione alla cura, partecipazione, sensibilità psicologica, etc.
>>>

Sono certamente variabili importanti, ma a un livello che dal mio punto di vista attiene più all'adattabilità del terapeuta che al tipo di terapia.

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