Danni da consumo di cannabis

Dr. Antonio FlorianiData pubblicazione: 07 settembre 2014Ultimo aggiornamento: 15 settembre 2014

Il dibattito sul consumo di cannabis (hashish e marijuana) è da anni notoriamente in atto. La componente ideologica e politica ha di gran lunga prevalso in tale dibattito, inaridendo il confronto scientifico su questo tema. Anche in campo clinico, tuttavia, le contrapposizioni tra ricercatori e luminari di fama internazionale non sono mancate.

Già nel 2004 Cohen aveva evidenziato come l'uso di cannabis porti alla compromissione delle strutture cerebrali con gravi implicazioni sulle facoltà cognitive, del ragionamento, dell'apprendimento e della gratificazione. Ciò tanto più è vero quando il consumo è continuativo (settimanale o giornaliero) e soprattutto quando esso avviene in giovane età (soprattutto in adolescenza). Uno studio più recente condotto ad Harvard ha confermato la tesi di Cohen.

Le attuali tecniche di neuroimaging (TAC, RMN, PET, SPET) hanno infatti dimostrato in modo evidente l'alterazione delle strutture cerebrali conseguente il consumo di cannabis. Hashish e marijuana, al pari di altre sostanze psicotrope quali la cocaina e i derivati amfetaminici, gli allucinogeni ma anche l’alcol, possono condizionare lo sviluppo psico-emozionale con distorsione della personalità, in taluni casi irreversibile, con conseguenze sul piano dell'adattamento e della capacità di relazionare a lungo termine.

Il cervello di chi fuma cannabis, anche occasionalmente, presenta alterazioni in zone cerebrali collegate all’emotività e alla dipendenza in misura direttamente proporzionale al grado di consumo della droga. Da qui la spiegazione degli importanti cambiamenti del carattere e degli stati emotivi altalenanti (dalla perdita di interessi e motivazioni, sino al discontrollo degli impulsi) che si possono osservare nel medio-lungo termine nei consumatori abituali di cannabis.

Autore

antonio.floriani
Dr. Antonio Floriani Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 2007 presso Unversità degli Studi di Genova.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Genova tesserino n° 15196.

1 commenti

#1
Ex utente
Ex utente

La mancanza di reali citazioni, nomi, centri scientifici ed un molto vago e non ben indentificato studio di harvard getta ombra sulla credibiltà di questo articolo.

Come voi dovreste ben sapere, in un articolo scientifico non si può, a meno che non sia una semplice rivista da intrattenimento, citare una conseguenza senza dimostrarne una causa che ne sia la diretta derivazione.

Qual'è esattamente il funzionamento delle marijuana e del suo principio attivo? Come il THC esattamente intacca il funzionamento celebrale? Se dopo l'assunzione della sostanza il funzionamento torna normale in che maniera, se ci è permesso chiederlo, l'effetto a lungo termine lascerebbe il segno?

Le attuali tecniche di NeuroImaging, come avverte il dott. Mike P.A. Page, della University of Hertfordshire "Finding that the brain "activates" differentially while performing
different tasks is therefore gratifying but not surprising. The key problem is that the additional
dependent variable that imaging data represents, is often one about which cognitive theories
make no necessary predictions. It is, therefore, inappropriate to use such data to choose
between such theories."

In parole povere il NeuroImaging può solo dire cosa accade in quel momento al cervello senza poter far predizioni nè derivazioni: se la parte del cervello che riguarda la cognitività funziona di meno può essere semplicemente un effetto della noia o di una distrazione.
Purtroppo queste sono tutte speculazioni statistiche che non hanno, alla loro base, una dimostrazione farmacologica o chimica.

A causa del sensazionalismo si perde di vista il buon giornalismo scientifico.

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