La questione della diagnosi in ambito psicopatologico ha difficile soluzione per sua stessa natura. Mi riferisco a come prendere le premesse e le deduzioni che girano intorno all’atto del “diagnosticare”. Intendo portare quindi all’attenzione ciò che con-porta con sé questo importante passaggio sia per il professionista che per il paziente al di là dell’aspetto tecnico. Ciò perché la diagnosi è questione aperta sotto vari aspetti. Come è evidente sarà sempre dipendente dall’avanzare della conoscenza sui fenomeni psichici e, nello studio del professionista, al procedere della terapia psicologica o psichiatrica che sia. Certo, una simile costatazione è genericamente valida in ambito medico e suona come un’ovvietà ma il campo legato al mondo dei fenomeni psicologici non è completamente assimilabile a quello medico. In altri termini un conto è diagnosticare una patologia ortopedica o, ad esempio, cardiovascolare e ben altro diagnosticare un DOC. Nei dibattiti interni alla comunità Psi si sente spesso chiedere se sia sempre così importante effettuare una diagnosi per una buona riuscita del percorso psicoterapico. La risposta non può che essere affermativa. Ed è tanto importante quanto più essa sia da orientamento per indicare la direzione che dovrà seguire la cura.

Già più di un secolo fa Freud attribuiva ai primi incontri un nome ben preciso: colloqui preliminari. Indicando come nelle prime sedute fosse necessario, là dove possibile, una diagnosi differenziale che individui da subito una via per la direzione da dare alla cura. Ma è altresì vero che per una corretta diagnosi e quindi per una corretta individuazione della via giusta la questione fondamentale ci rimanda ad una particolare dimensione etica a cui è chiamato il terapeuta.

Determinare per esempio la struttura di personalità in gioco, nel lavoro con un paziente, è sicuramente fondamentale perché permette all’analista di prender posizione metaforicamente rispetto a detta struttura e poter quindi introdursi nella logica di ciascun caso. Questo prender posto è in relazione con il luogo da occupare nella relazione di transfert. Indubbiamente tale “luogo” che occupa l’analista nella conduzione della cura sarà differente da paziente a paziente e avrà diverse finalità che si tratti di una nevrosi o di una psicosi. Sembrerebbe un problema tecnico e quindi ci si potrebbe domandare perché un richiamo all’etica e all’etica della diagnosi. I risvolti etici indirizzano non solo a questioni di ordine deontologico ma hanno una portata clinica notevole. L’attribuire erroneamente una diagnosi al di là del dover “aggiustare” la terapia, cosa che è statisticamente possibile che avvenga, in fondo implica il pietrificare il soggetto sotto una determinata etichetta: tizio è bipolare, caio è depresso, sempronio è psicotico etc.. Porta a stimmatizzare il paziente. È quindi qui che si impone la necessità di un’etica della diagnosi nelle psicoterapie per non correre il rischio di coagulare un soggetto in una diagnosi e far si che questa possa a sua volta coagulare, conseguentemente, il destino se non del paziente sicuramente della cura.

Il terapeuta quindi è si libero sotto il versante della tecnica, cioè del metodo per il conseguimento degli obiettivi ma molto meno dovrebbe esserlo sotto il versante etico. Si tratta di una logica che si discosta dalla diagnosi in ambito medico che in questo periodo storico segue la linea dell’etichettatura del paziente anche dando seguito a protocolli e linee guida realizzati ed emanati dai più importati Organismi medico-sanitari. Con questo non intendo attribuire giudizio alcuno ma rimarcare una differenza come quella che dovrebbe esistere tra le figure dello psichiatra e quello del terapeuta orientato analiticamente. Diversamente dovrei condividere i dubbi di molti pazienti riguardo all’utilità e ai differenti ruoli che questi due professionisti, così in questo breve articolo genericamente intesi, giochino in una cura. Differenza che al di là delle sfere di competenza delle due figure (una è medico l’altra non necessariamente) non investe certo la sfera deontologica ma quella etica cioè, ripeto, quella di approccio al paziente. Un approccio che dovrebbe nel caso delle psicoterapie indirizzarsi verso un’esaltazione della soggettività lasciando all’ambito esclusivamente medico l’applicazione di procedure standardizzate includendo in ciò anche la stessa terapia farmacologica.