Che peso hanno i nostri pensieri sulla realtà? La profezia che si autoavvera

Dr.ssa Erica BadalassiData pubblicazione: 21 giugno 2016Ultimo aggiornamento: 26 giugno 2016

"Se gli uomini definiscono reali certe situazioni,

esse saranno reali nelle loro conseguenze."

W.T.

pensieriUno psichiatra, preoccupato per un suo paziente che, credendosi un cadavere, aveva smesso di mangiare, tentò un esperimento per dissuaderlo da tale convinzione. “Secondo lei, i cadaveri sanguinano?” chiese lo psichiatra. “Certo che no, sono morti, nessuna funzione vitale è in atto nel loro corpo” fu la risposta del paziente. Allora lo psichiatra si avvicinò, lo punse delicatamente con un ago e ne osservò la reazione. “Caspita, non posso crederci...anche i cadaveri sanguinano!” rispose incredulo il paziente.

Questa storia spiega in modo esemplare, per quanto estremo, quanto le nostre credenze siano così radicate in noi al punto da guidarci nell'interpretare la realtà, modificandola ed adattandola alle nostre credenze (questo meccanismo generalmente avviene inconsapevolmente). E' come se indossassimo delle lenti deformanti che alterano la percezione di ciò che ci circonda, come aveva affermato Hegel “se i fatti non concordano con la teoria, tanto peggio per i fatti!”

Ma c'è di più, quando crediamo vera una cosa tendiamo a realizzarla! Si tratta della cosiddetta profezia che si autoavvera: l'aspettativa che qualcosa possa accadere induce la persona che crede in ciò ad agire in modo tale da produrre effettivamente ciò che si era aspettato o che avrebbe voluto evitare.

Ad esempio, una persona che agisce in base alla credenza “non piaccio a nessuno” si comporterà in modo sospettoso, difensivo, aggressivo, ed è probabile che gli altri reagiscano con antipatia al suo comportamento, confermando la premessa da cui il soggetto era partito.

Oppure, una persona che, temendo di perdere il partner, inizia a controllare la sua vita, a chiedere continue rassicurazioni, a spiarlo, ad accusarlo, otterrà con molta probabilità esattamente ciò che temeva, costruendo in lui, con il suo comportamento, il desiderio di “fuggire” dall'oppressione.

In entrambi i casi, ma gli esempi potrebbero andare avanti all'infinito, l'individuo crede di reagire a quegli atteggiamenti e non di provocarli. Nel primo caso, infatti, la persona penserà che l'idea secondo la quale non piace agli altri era fondata. La profezia che si autoavvera è un meccanismo subdolo, poiché raramente la persona si rende conto che è egli stesso, con le sue credenze e il suo agirle, a creare la realtà che poi subisce. Tuttavia, è tanto subdolo quanto frequente.

Fortunatamente, anche profezie positive possono essere autorealizzate mediante un procedimento di benefico autoinganno. Lo dimostra un famoso esperimento di psicologia sociale: in una scuola elementare, all'inizio dell'anno, venne comunicata agli insegnanti una cosa non vera: gli allievi della scuola erano stati sottoposti ad un test di intelligenza e dai risultati era emerso che alcuni avevano un'intelligenza sopra la media. Dopodiché, venne dato agli insegnati l'elenco dei bambini “dotati”, in realtà scelti in modo casuale tra tutti gli allievi. Alla fine dell'anno questi bambini erano davvero migliorati ed avevano raggiunto davvero risultati sopra la media. Le maestre avevano creato ciò che credevano di trovare. Insomma, è bastato crederlo per realizzarlo!

Una volta compreso il potere della profezia che si autoavvera, la si può utilizzare orientandola a proprio vantaggio, per costruire realtà a noi funzionali.

Per ridurre quindi il rischio di fregarci con le nostre stesse mani è utile cercare di evitare di irrigidirci nel nostro modo di vedere, allenandoci a mettere in discussione ciò di cui siamo convinti, sia nel caso in cui, a tale convinzione, ci siamo arrivati col ragionamento sia che si tratti di una sensazione (il cosiddetto “sesto senso”). Evitare di credere che esista un'unica, vera, realtà ma sforzarsi di assumere quante più prospettive possibili, facendo proprie le parole del grande Paul Watzlawich “l'illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un'unica realtà”.

Un ottimo esercizio, una volta individuata una credenza che ci influenza negativamente, ad esempio quella “non piaccio a nessuno”, è quello di iniziare a compiere delle piccole azioni quotidiane “come se” non avessimo tale convinzione. Quindi, ogni giorno, porsi la domanda “cosa farei oggi di diverso, come mi comporterei diversamente se credessi di piacere agli altri?” tra le cose che vengono in mente, scegliere la più piccola e metterla in pratica. In questo modo si innescherà un piccolo cambiamento che innescherà a sua volta una reazione a catena di ulteriori cambiamenti fino invertire il nostro modo disfunzionale di percepire e affrontare la realtà, come una sorta di effetto “Butterfly”, giungendo a vedere le cose come abbiamo scelto di vederle. Già Pascal aveva suggerito a coloro che “scelgono di credere in Dio” ma che hanno difficoltà a farlo: “andate in chiesa, inginocchiatevi, pregate, onorate i sacramenti, comportatevi come se voi credeste. La fede non tarderà ad arrivare”.

La qualità dei nostri pensieri determina la qualità della nostra vita, comprendere il meccanismo della profezia che si autoavvera può aiutarci a passare da una realtà subita a una realtà costruita e gestita.

 

Bibliografia:

Nardone, G, psicosoluzioni, 1998, Superbur

Watzalawich, P, Pragmatica della comunicazione umana, 1971, Astrolabio

Autore

e.badalassi
Dr.ssa Erica Badalassi Psicologo

Laureata in Psicologia nel 2013 presso padova.
Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Toscana tesserino n° 7691.

11 commenti

#1
Utente 414XXX
Utente 414XXX

È proprio vero che a volte le nostre convinzioni modificano la realtà, però ci sono anche situazioni in cui si sa che un pensiero è superficiale ed infondato, ma questo genera comunque emozioni, queste sono difficili da soffocare, le persone poi tendono più a credere al linguaggio del corpo che a quello verbale, quindi può provocare delle reazioni sgradevoli, metterci in imbarazzo, mettere in imbarazzo altre persone, porta a fraintendimenti, ed a quel punto anche se tu hai sempre saputo che quel pensiero non aveva valore il danno è fatto.
Io posso soffocare un pensiero, ma non posso eliminarlo, prima o poi il cervello lo ritirerà fuori, spesso capita nelle situazioni meno opportune. Come comportarsi in questa altra situazione?

#2
Dr.ssa Erica Badalassi
Dr.ssa Erica Badalassi

Caro utente,
un pensiero non va soffocato, anzi, cercando di scacciarlo il più delle volte si ottiene esattamente il risultato opposto.
Può capitare che, nonostante sappiamo perfettamente che certe reazioni o comportamenti che abbiamo sono irrazionali, non riusciamo comunque a non metterle in atto. E' molto frequente.
Nel suo caso però non riesco a darle un suggerimento specifico poiché la situazione che mi ha descritto è troppo generica.
Se vuole, può spiegarmi meglio la situazione.

#3
Utente 414XXX
Utente 414XXX

Buongiorno, grazie per la sua risposta, in realtà mi chiedevo se ci fosse proprio un modo generico per affrontare situazioni del genere, indipendentemente dal caso specifico. Volendo fare degli esempi a me per esempio è capitato più volte il pensiero di una infatuazione, più che altro il pensiero che dall'altra parte si pensasse ad una mia infatuazione, ero consapevole del fatto che fosse un pensiero generato frettolosamente, ma questo mi ha provocato comunque situazioni imbarazzanti, emozioni che hanno portato a fraintendimenti.
O per esempio lavorando in cassa ad un negozio, ogni sera al conteggio dei soldi mancava qualcosa, io mi sentivo un ladro, non riuscivo a essere tranquillo, eppure sapevo che dall'altra parte nessuno pensasse male di me. Ma di esempi ne potrei fare altri e diversi.
Per la questione sull'essere convinti di qualcosa, lei dice, se non ho inteso male, bisogna cercare di rendersi consapevoli del fatto che è solo un pensiero e andare a smantellare quella convinzione a poco a poco.
Ma quando la nostra mente dice A ed il nostro cervello si comporta come se dicesse B?
Lei dice che questo "tilt emotivo" è frequente ed infatti a me è successo più volte, credo anche di averlo visto succedere anche ad altri, ma spesso questo porta inevitabilmente a fraintendimenti.
Certo ogni situazione è a sé, ma speravo fosse possibile analizzare il caso generico.

#10
Utente 494XXX
Utente 494XXX

Sono un'inguaribile ottimista e sostenitrice ad oltranza del pensiero positivo.
Ho fatto mia la frase di Einstein "meglio essere ottimisti e avere torto, che essere ottimisti e avere ragione"...
alla fine le cose vanno comunque come devono andare, ma abbiamo vissuto serenamente.
Grazie dottoressa per questo interessante articolo.

#11
Utente 494XXX
Utente 494XXX

che essere pessimisti...ho sbagliato a scrivere la frase...ma meglio riderci su!!!

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