Lo psicodramma è  un gruppo che lavora in un modo  particolare, infatti si parla, ci si racconta, ma oltre a questo si può anche rappresentare, mettere in scena brani del proprio racconto.

Esistono varie versioni di psicodramma, anche molto differenti tra loro.

Lo psicodramma di cui vorrei parlare è lo psicodramma analitico, che é analitico non solo perché è stato elaborato nell’ambito della Scuola di Lacan ( da due suoi allievi, Jennie e Paul Lemoine );  è analitico soprattutto per il fatto che  risponde della stessa logica della psicoanalisi, nel senso che opera nella direzione dell’apertura dell’inconscio.

 

Psicoanalisi e psicodramma analitico, una stessa logica

Dire che la psicoanalisi e lo psicodramma rispondono di una stessa logica significa che i  due dispositivi – pur essendo evidentemente molto differenti – sono entrambi orientati verso l’inconscio e dunque verso la singolarità di ciascun soggetto; questo è possibile a condizione che i due terapeuti del gruppo (l’animatore e l’osservatore), così come l’analista nella sua funzione, abbiano una certa posizione nei confronti del soggetto dell’inconscio, una posizione etica.

Cosa vuol dire?

Partiamo da Freud.

Freud ha parlato dell’inconscio come di un’ipotesi necessaria , necessaria per spiegare quelle che sono le formazioni dell’inconscio, le sue produzioni e cioè i sogni, i sintomi, i lapsus, gli atti mancati, i motti di spirito.

“Necessaria “  ma pur sempre un’ipotesi, vale a dire che sta a ciascuno di noi fare una scelta, crederci oppure no, una scelta di assunzione soggettiva. Perché si può benissimo pensare che sogni e lapsus siano sciocchezze prive di senso, di cui non vale la pena occuparsi; si può pensare che il proprio malessere, il sintomo di cui si soffre, sia dovuto a una causa esterna:  di volta in volta  genitori, partner, sfortuna  e, perché no, un DNA ereditato, di cui non si è certo responsabili.

Essere nel campo della psicoanalisi vuol dire aver fatto una scelta nella direzione dell’inconscio e della responsabilità soggettiva, come a dire: non siamo responsabili degli eventi che hanno caratterizzato la nostra vita,  siamo però responsabili della posizione – inconscia - che abbiamo preso (e che prendiamo) nei confronti di questi eventi, perché proprio lì, nella posizione che prendiamo, si manifesta la nostra soggettività.

 

 Responsabili del proprio destino

Per la psicoanalisi nessuno è completamente determinato dagli eventi della sua storia, altrimenti non sarebbe un soggetto. Un soggetto è tale in quanto responsabile (che non vuol dire colpevole) del suo destino perché il suo destino è anche, sempre, effetto delle sue scelte, delle sue reazioni , inconsce, agli eventi che hanno segnato la sua vita.

 Fare  propria l’ipotesi dell’inconscio significa  rivendicare la responsabilità del proprio destino, significa, per dirla con Lacan, ammettere che abbiamo una parte nel disordine di cui ci lamentiamo.

 

Clinica ed  etica

Si tratta di una posizione etica  che ha delle conseguenze dirette nella propria pratica di curanti: è cosa diversa infatti considerare il soggetto con cui abbiamo a che fare come l’inevitabile effetto di una certa situazione (quante volte siamo portati a pensare: è così perché la madre.. o perché nella sua famiglia… o poco amato ..o troppo…o....o..), insomma una conseguenza automatica di cause esterne; altra cosa é pensarlo come qualcuno che ha fatto una sua  scelta, certo non nel senso del libero arbitrio, una scelta a livello inconscio e strettamente legata al suo godimento, ma comunque è lui che ha reagito a quel modo – e non in un altro – agli eventi della sua storia. Ciò di cui soffre è farina del suo sacco. Solo così diamo una dignità di soggetto all’altro che incontriamo nel suo malessere. Del resto è quello che ha fatto Freud quando ha cominciato ad ascoltare le prime isteriche che gli hanno permesso di inventare il metodo analitico, ha pensato che dovevano pur avere una ragione per ridursi a vivere una vita così misera.

Pensare: ‘deve avere una ragione’ è già avere interesse per la ragione di quel soggetto, è già fare l’offerta di una relazione aperta alla ricerca della sua verità.

Non si tratta dunque né di compatire né di volere paternalisticamente rieducare o riadattare; si tratta di fare un credito soggettivo, pensare cioè che quello è il modo che quel soggetto ha trovato per dire qualcosa di suo, e che forse potrebbe trovarne uno migliore, meno costoso. La scelta di cambiare è sempre possibile e nello stesso tempo assolutamente libera.  Il discorso della psicoanalisi è un discorso di libertà e di rispetto per il soggetto.

 

 Psicodramma analitico, parole e gioco

La scommessa dello psicodramma  analitico è quella di poter lavorare in gruppo, insieme con altri  e insieme tenere aperto, salvaguardato, lo spazio di ciascun  partecipante preso nella sua singolarità,  perché l’inconscio fa di ciascuno di noi un soggetto unico.

Il discorso del gruppo produce infatti quello che Freud ha individuato come  l’effetto-massa, vale a dire che i componenti di un gruppo sono  inevitabilmente portati a uniformarsi, a  togliere di mezzo ciò che li fa differenti per esaltare quello che accomuna; il risultato è l’omogeneizzazione e la tendenza ad una modalità di parola vuota, un bla-bla infinito;  come operare allora verso l’apertura dell’inconscio, che fa di ciascuno un essere irriducibilmente diverso da tutti, come operare in contro-tendenza?

E’ questo il compito dei due terapeuti presenti nel gruppo, l’animatore e l’osservatore, che lavorano insieme ma con funzioni ben distinte.

 L’animatore è nel gruppo, anche se piuttosto ai bordi, interviene per far circolare il discorso, puntualizzare qualcosa, ma il suo intervento principale è quello di tagliare il discorso del gruppo, che tende a essere infinito; l’animatore mette a un certo punto uno stop alla circolazione delle parole dicendo: proviamo a vederla questa cosa di cui stai parlando, mettiamola in scena, giochiamola.

 

L’osservatore è invece fuori dal gruppo e prende la parola solo alla fine per  riprendere alcuni temi  che sono circolati, evidenziare qualche questione emersa, non allo scopo di riassumere o di concludere,  ma piuttosto di far risaltare quello che è rimasto sospeso e rilanciarlo. L’osservazione non è tanto la chiusura della seduta  che si è svolta quanto l’apertura di quella successiva.

  

Un punto di vista nuovo

Il passaggio dal racconto al gioco costituisce lo specifico dello psicodramma e rappresenta, anche spazialmente, un’uscita dal cerchio del gruppo; ci si alza e si va nel centro, che è uno spazio vuoto,  si scelgono tra i componenti del gruppo quello/i che saranno i partner nella rappresentazione e si gioca. Ogni volta é un mettersi in gioco in prima persona.

Succede che nel gioco il soggetto rappresenti un quadro che molto spesso illustra la posizione che si trova ad occupare nei confronti dell’Altro, quella in cui si sente messo dall’Altro (dagli altri della sua storia), il quadro che ha costruito a partire dal suo romanzo familiare ad esempio.

Il cambio di ruolo all’interno del gioco permette di occupare un punto di vista diverso, un posto nuovo da cui si possono vedere le cose diversamente.

Il gioco offre quindi la possibilità di vedere diversamente le cose di cui si era parlato, può far cadere una certa immagine che si aveva di sé e svelare qualcosa di nuovo, magari anche una verità scomoda che si preferiva non sapere. Spesso ciò che fa problema lo si vorrebbe evitare, ma l’evitamento è anche il modo migliore per ritrovarselo sempre tra i piedi.

 

Lo psicodramma, strumento di cura e di formazione

Il gruppo psicodrammatico è uno strumento molto flessibile da proporre sia a chi non ha mai fatto un percorso terapeutico perché può essere un’occasione per iniziare un lavoro su di sé, sia a chi lo abbai fatto o anche lo stia facendo, può infatti rappresentare una fonte di rilancio interessante anche per chi abbia esperienza di un lavoro terapeutico.

Lo psicodramma è anche uno strumento  di supervisione e formazione molto utile per  tutti coloro che nella loro pratica quotidiana siano alle prese con soggetti in difficoltà - dunque terapeuti ma anche educatori, insegnanti, infermieri…

Il gruppo di psicodramma offre infatti l’opportunità  di parlare dei momenti di difficoltà incontrati nel proprio lavoro, ma soprattutto permette di cogliere come ciò che crea intralcio nella relazione con l’altro ha sempre a che vedere con il proprio inconscio; nel gioco psicodrammatico  si può farne l’esperienza. E’ proprio quest’ultimo aspetto che ne fa un dispositivo decisamente efficace nell’ elaborazione delle difficoltà che si possono incontrare quando, nella propria pratica quotidiana, si è in relazione con soggetti presi, e a volte persi, nelle problematiche dell’attuale disagio della civiltà.

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