Devo sentirmi in colpa?
Buongiorno
Ho 60 anni, nessun problema di salute né soffro di ansia o simili.
Cinque anni fa, da Monza mi sono trasferita a Belluno per sposarmi, insieme a mio fratello pensionato, che avrebbe abitato con me e mio marito a casa di mia suocera.
Purtroppo, dopo circa due anni, mio marito ha ripreso con l'alcolismo, con l'abuso di psicofarmaci e con un comportamento ossessivo, geloso, vessatorio e manipolatore, costringendomi a rivolgermi al centro antiviolenza e scappare letteralmente di casa.
Nel frattempo, a mio fratello è stato diagnosticato un parkinsonismo atipico, con problematiche sia fisiche che cognitive, in parte corrette dalla terapia.
Ovviamente, per la sua salute e sicurezza, ha dovuto anche lui andarsene: per alcuni mesi ha vissuto in affitto, aiutato da due amici e da una badante, considerando che io ho dovuto cercare un lavoro per mantenermi e non ero in grado di dargli aiuto.
In seguito, i due neurologi che lo seguono e il medico di base, mi hanno consigliato di indirizzarlo verso una RSA, così che fosse assistito 24 ore e potesse avere una migliore qualità della vita.
Da dicembre 2025 è quindi ospite in una struttura direi più che eccellente, dove è seguito in maniera quasi maniacale, dall'assistenza medica, alle attività ricreative, alla fisioterapia, alla possibilità di dedicarsi alle sue passioni, come l'ascolto della musica e la pittura.
Ha migliorato la mobilità e l'equilibrio, riceve un supporto psicologico costante; poiché porta un catetere vescicale è soggetto a problemi di infezione che vengono però gestiti tempestivamente sia dal medico interno alla struttura, sia direttamente dall'urologo dell'ospedale.
Tuttavia, io vado a trovarlo diverse volte a settimana e ogni volta lui si lagna di qualcosa, dice che dovevamo restare a Monza, che per colpa mia si trova lì dentro dove non può fare quello che vuole, si rende conto chiaramente di avere una patologia che richiede assistenza professionale, ma purtroppo è sempre stato incontentabile, ed è convinto che io avrei dovuto trovargli una soluzione migliore.
Questo mi fa sentire ogni volta in colpa, come se l'avessi lasciato da solo, mentre in realtà lui è al sicuro, quella sola e che deve tirare la fine del mese con grandi difficoltà sono io. . .
A volte penso che forse vado da lui troppo spesso, alimentando le sue lamentele, anche perché con gli operatori si mostra sempre gentile e perfino brillante, mentre con me sembra quasi si diverta a mettermi in ansia, amplificando tutti i problemi a cui già devo far fronte, ma temo che diluire le visite influisca sul suo umore, mentre in realtà lui non ci fa troppo caso. . .
Ho valutato la possibilità di assistenza domiciliare ma, oltre alla spesa elevata e alla necessità di una persona capace di trattare una persona con catetere permanente, alcune ore avrebbe comunque dovuto passarle da solo, con conseguente rischio.
Cosa dite?
Devo sentirmi in colpa?
Avrei potuto fare meglio e diversamente?
Davvero non so.
Grazie
Ho 60 anni, nessun problema di salute né soffro di ansia o simili.
Cinque anni fa, da Monza mi sono trasferita a Belluno per sposarmi, insieme a mio fratello pensionato, che avrebbe abitato con me e mio marito a casa di mia suocera.
Purtroppo, dopo circa due anni, mio marito ha ripreso con l'alcolismo, con l'abuso di psicofarmaci e con un comportamento ossessivo, geloso, vessatorio e manipolatore, costringendomi a rivolgermi al centro antiviolenza e scappare letteralmente di casa.
Nel frattempo, a mio fratello è stato diagnosticato un parkinsonismo atipico, con problematiche sia fisiche che cognitive, in parte corrette dalla terapia.
Ovviamente, per la sua salute e sicurezza, ha dovuto anche lui andarsene: per alcuni mesi ha vissuto in affitto, aiutato da due amici e da una badante, considerando che io ho dovuto cercare un lavoro per mantenermi e non ero in grado di dargli aiuto.
In seguito, i due neurologi che lo seguono e il medico di base, mi hanno consigliato di indirizzarlo verso una RSA, così che fosse assistito 24 ore e potesse avere una migliore qualità della vita.
Da dicembre 2025 è quindi ospite in una struttura direi più che eccellente, dove è seguito in maniera quasi maniacale, dall'assistenza medica, alle attività ricreative, alla fisioterapia, alla possibilità di dedicarsi alle sue passioni, come l'ascolto della musica e la pittura.
Ha migliorato la mobilità e l'equilibrio, riceve un supporto psicologico costante; poiché porta un catetere vescicale è soggetto a problemi di infezione che vengono però gestiti tempestivamente sia dal medico interno alla struttura, sia direttamente dall'urologo dell'ospedale.
Tuttavia, io vado a trovarlo diverse volte a settimana e ogni volta lui si lagna di qualcosa, dice che dovevamo restare a Monza, che per colpa mia si trova lì dentro dove non può fare quello che vuole, si rende conto chiaramente di avere una patologia che richiede assistenza professionale, ma purtroppo è sempre stato incontentabile, ed è convinto che io avrei dovuto trovargli una soluzione migliore.
Questo mi fa sentire ogni volta in colpa, come se l'avessi lasciato da solo, mentre in realtà lui è al sicuro, quella sola e che deve tirare la fine del mese con grandi difficoltà sono io. . .
A volte penso che forse vado da lui troppo spesso, alimentando le sue lamentele, anche perché con gli operatori si mostra sempre gentile e perfino brillante, mentre con me sembra quasi si diverta a mettermi in ansia, amplificando tutti i problemi a cui già devo far fronte, ma temo che diluire le visite influisca sul suo umore, mentre in realtà lui non ci fa troppo caso. . .
Ho valutato la possibilità di assistenza domiciliare ma, oltre alla spesa elevata e alla necessità di una persona capace di trattare una persona con catetere permanente, alcune ore avrebbe comunque dovuto passarle da solo, con conseguente rischio.
Cosa dite?
Devo sentirmi in colpa?
Avrei potuto fare meglio e diversamente?
Davvero non so.
Grazie
Gentile utente,
L'inserimento in RSA necessita di un tempo di adattamento di durata soggettiva, ma non inferiore ad alcuni mesi.
Occorre infatti che la persona riesca ad accettare la nuova situazione, le nuove relazioni, le limitazioni nella libertà che inevitabilmente vi sono ..
Per questi motivi, nonostante la persona sia più curata, più seguita, più stimolata cognitivamente e fisicamente, trova sempre il modo di lamentarsi con i famigliari, provocando in loro sensi di colpa e interrogativi ricorrenti ("Ci sarebbe stata un'alternativa?" "Posso provare a riportarlo a casa?").
Faccio il paragone con i bambini/e nella fase di inserimento alla scuola materna: frequentemente all'ingresso del mattino piangono e si aggrappano a mamma; dopo 5 minuti sono in pieno gioco e in pieno benessere. Mentre la mamma tutto il giorno ha il cuore stretto pensando al proprio bambino piangente.
Realmente in questa fase iniziale di RSA accade spesso che la visita del/la congiunt* riattivi la nostalgia, il rimpianto, la sottolineatura del bicchiere mezzo vuoto.
E dunque può essere corretta la sua intuizione di visitarlo meno, in questo periodo.
L'altenativa è di fare patti chiari:
"Vengo a trovarti, ma solo se mi parli di cose belle"
oppure:
Puoi lamentarti per 5 minuti (da verificare orologio alla mano) e nel tempo successivo SOLO di cose belle che avvengono qui.
In questo secondo caso diamo alla persona tempo e modo di liberarsi del proprio dolore, ma non permettiamo che il dolore occupi tutto il tempo e tutto il cuore.
Comprendo profondamente i suoi sensi di colpa:
ne soffrono le madri lasciando i figli/e al nido
le figlie o sorelle quando sono costrette ad istituzionalizzare il/la parente stretto.
Si vorrebbe a tutti i costi NON provocare dolore a chi si ama.
Eppure delegare al altre persone può essere necessario, talvolta può essere addirittura il meglio.
Come è avvenuto a suo fratello, non si riesce ad immaginare quante persone sono migliorate con l'inserimento nella residenza RSA sia dal punto di vista fisico che cognitivo, per merito di:
- assistenza medica e infermieristica costante
- riabilitazione FKT
- pasti e sonno regolari
- interazione sociale più ricca che al proprio domicilio
- attività di animazione.
Oltre a suo fratello, anche Lei è nella fase di adattamento alla nuova situazione di RSA.
Sottoporre al dubbio più e più volte la decisione assunta non fa il bene di nessuno di voi due:
avete valutato, avete deciso. Ora occorre rimboccarsi le maniche per lavorare sull' "adattamento attivo", infinitamente differente dalla passiva "rassegnazione".
Se qualche punto risulta poco chiaro, sono qui.
Un abbraccio.
dott. Brunialti
L'inserimento in RSA necessita di un tempo di adattamento di durata soggettiva, ma non inferiore ad alcuni mesi.
Occorre infatti che la persona riesca ad accettare la nuova situazione, le nuove relazioni, le limitazioni nella libertà che inevitabilmente vi sono ..
Per questi motivi, nonostante la persona sia più curata, più seguita, più stimolata cognitivamente e fisicamente, trova sempre il modo di lamentarsi con i famigliari, provocando in loro sensi di colpa e interrogativi ricorrenti ("Ci sarebbe stata un'alternativa?" "Posso provare a riportarlo a casa?").
Faccio il paragone con i bambini/e nella fase di inserimento alla scuola materna: frequentemente all'ingresso del mattino piangono e si aggrappano a mamma; dopo 5 minuti sono in pieno gioco e in pieno benessere. Mentre la mamma tutto il giorno ha il cuore stretto pensando al proprio bambino piangente.
Realmente in questa fase iniziale di RSA accade spesso che la visita del/la congiunt* riattivi la nostalgia, il rimpianto, la sottolineatura del bicchiere mezzo vuoto.
E dunque può essere corretta la sua intuizione di visitarlo meno, in questo periodo.
L'altenativa è di fare patti chiari:
"Vengo a trovarti, ma solo se mi parli di cose belle"
oppure:
Puoi lamentarti per 5 minuti (da verificare orologio alla mano) e nel tempo successivo SOLO di cose belle che avvengono qui.
In questo secondo caso diamo alla persona tempo e modo di liberarsi del proprio dolore, ma non permettiamo che il dolore occupi tutto il tempo e tutto il cuore.
Comprendo profondamente i suoi sensi di colpa:
ne soffrono le madri lasciando i figli/e al nido
le figlie o sorelle quando sono costrette ad istituzionalizzare il/la parente stretto.
Si vorrebbe a tutti i costi NON provocare dolore a chi si ama.
Eppure delegare al altre persone può essere necessario, talvolta può essere addirittura il meglio.
Come è avvenuto a suo fratello, non si riesce ad immaginare quante persone sono migliorate con l'inserimento nella residenza RSA sia dal punto di vista fisico che cognitivo, per merito di:
- assistenza medica e infermieristica costante
- riabilitazione FKT
- pasti e sonno regolari
- interazione sociale più ricca che al proprio domicilio
- attività di animazione.
Oltre a suo fratello, anche Lei è nella fase di adattamento alla nuova situazione di RSA.
Sottoporre al dubbio più e più volte la decisione assunta non fa il bene di nessuno di voi due:
avete valutato, avete deciso. Ora occorre rimboccarsi le maniche per lavorare sull' "adattamento attivo", infinitamente differente dalla passiva "rassegnazione".
Se qualche punto risulta poco chiaro, sono qui.
Un abbraccio.
dott. Brunialti
Dr. Carla Maria BRUNIALTI
Psicoterapeuta, Sessuologa clinica, Psicologa europea.
https://www.centrobrunialtipsy.it/
Questo consulto ha ricevuto 1 risposte e 28 visite dal 02/06/2026.
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