In quest’articolo si affronta il tema della solitudine e delle sue molteplici forme. Che cosa significa concretamente "essere soli"? Perché molte persone evitano la solitudine come se fosse un nemico da combattere o una terribile malattia da sconfiggere? Nel viaggio esistenziale nessun passo in avanti può essere compiuto senza avere il tempo per riflettere. E in questo percorso il nostro rapporto con la solitudine è necessario perché ci offre l'opportunità di esplorare e conoscere meglio noi stessi.

In quest'articolo si affronta il tema della solitudine e delle sue molteplici forme. Che cosa significa concretamente "essere soli"? Perché molte persone evitano la solitudine come se fosse un nemico da combattere o una terribile malattia da sconfiggere? Nel viaggio esistenziale nessun passo in avanti può essere compiuto senza avere il tempo per riflettere. E in questo percorso il nostro rapporto con la solitudine e con le sue ambiguità è necessario perché ci offre l'opportunità di esplorare e conoscere meglio noi stessi.
Attraverso un linguaggio semplice, l'articolo orienta e accompagna il lettore a riflessioni personali sulla complessità di questa condizione necessaria dell'uomo e in particolare sul senso di vuoto che spesso lo accompagna. Quel senso di vuoto, se impariamo ad accettarlo e attribuirgli la giusta valenza, può però rivelarsi un dono prezioso, come una via maestra per capire effettivamente chi siamo e cosa desideriamo per raggiungere una vita piena e soddisfacente.

Bisogno di appartenenza

1) VERSO UNA DEFINIZIONE DEL CONCETTO

La solitudine è un concetto apparentemente di facile comprensione. Si collega alla mancanza di compagnia e, più in generale, alla dimensione oggettiva dell'essere soli e privi dei contatti sociali con i propri simili. Il termine deriva precisamente dal latino “solus” (solo), anche se alcune fonti sostengono che questa parola discenda da “sollus”, cioè “intero” e indichi un qualcosa che non ha bisogno di altro per completarsi. In questa accezione "solo" è dunque chi vive nell'incertezza di non saper su chi contare nel momento del bisogno. L'immagine che è spesso associata, è quella una persona senza un partner al suo fianco, una rappresentazione dell'essere soli che induce al sentimento di commiserazione verso colui o colei che vive questa condizione esistenziale. Il significato che ne scaturisce è quindi prettamente negativo: "Sono solo, dunque mi manca qualcosa”, un quantum di segno “meno” che sembra d'altra parte avvallato dalla ricerca scientifica. Infatti, le persone sole hanno speranze di vita infauste rispetto alle persone che sono inserite solidamente a livello sociale. La solitudine indebolisce le difese immunitarie e impedisce la funzione di alcuni geni importanti per il corretto funzionamento delle cellule di difesa. L'organismo di una persona sola affronta, di fatto, con difficoltà gli agenti infettivi ed è più soggetto a processi infiammatori (John Cacioppo e altri, 2018).

Se la solitudine fosse legata esclusivamente alla relazione che s'instaura con l'ambiente di vita più immediato, come possiamo chiarire che è possibile esperire questa condizione anche quando si è concretamente circondati dalle persone? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo partire dal presupposto che la solitudine non è solo un dato oggettivo, legato alla presenza o assenza legami sociali che intratteniamo con l'ambiente esterno (in questo secondo caso sarebbe più corretto parlare d'isolamento), ma è anche un dato di natura qualitativa. Si ritiene quindi opportuno operare una distinzione importante tra l'”essere soli” e il “sentirsi soli”. La prima espressione rimanda al concetto di rete sociale (Bronfenbrenner, 2002), in altre parole all'esistenza di un numero di contatti o "nodi" tra le persone. "Sentirsi soli" rimanda, invece, alla qualità della relazione con i propri simili e, precisamente, a uno stato d'animo soggettivo che trae origine dal proprio mondo interiore e dal rapporto che abbiamo con esso e con il mondo esterno. La seconda accezione di solitudine è evidentemente collegata a una dimensione soggettiva di solitudine e in particolare al significato che attribuiamo a noi stessi e al valore che diamo al nostro essere persone interagenti nei diversi ambienti in cui viviamo. La solitudine quindi è ben di più dell'essere fisicamente da soli: è una condizione interna che s'impadronisce di noi quando siamo completamente rivolti e concentrati su se stessi. Se percepiamo questa condizione come uno stato di isolamento doloroso oppure come un'opportunità di crescita personale (e indipendente da norme e costrizioni di natura sociale) non è stabilito a priori, bensì è influenzato dalle esperienze dei vita che si maturano nel tempo.

Nella solitudine sono implicate diverse emozioni negative come la paura e la liberta e positive, quali la tristezza e l'euforia. Ecco perché spesso la solitudine può suscitare uno stato d'animo di insicurezza, mentre in altri momenti può trasmettere serenità e leggerezza. Nella maggioranza dei casi questi affetti sono mescolati, ovvero diversi stati emozionali si sovrappongono tra loro, producendo turbamenti molto intensi ed espressioni di comportamento di segno diverso tra coloro (come il piangere e il ridere allo stesso tempo). Pertanto si può arrivare a sperimentare l'ambivalenza di questa condizione e costatare il fatto che la solitudine è un fatto personale che forse nessuno può capire realmente. Il senso di solitudine che sperimentiamo, prima di essere il risultato del rapporto con gli altri, è quindi il risultato del rapporto con noi stessi. Non può essere condiviso ma solo accettato e affrontato senza paure, per essere così trasformato in una vera e propria esperienza personale e di crescita per una vita sociale completa.


Condizione necessaria dell’essere umano

Nei secoli passati era presente una forte consapevolezza rispetto il valore della solitudine e gli affetti implicati in questa condizione umana. La solitudine non era tuttavia così “marchiata”, in termini d'isolamento sociale e di sofferenza, come nei tempi più recenti e l'assenza di contatti e di forme di socialità non era sentita in modo virulento.
Il termine solitudine comincia a perdere di valore e a connotarsi di caratteristiche di ambiguità e anche di “sospetto” generale con l'inizio della modernità e, precisamente, quando nella storia dell'umanità si indeboliscono i legami con la società tradizionale e le persone cominciano a tendere al ritiro generale. Allo stesso tempo si sviluppa però anche un movimento contrario: l'Illuminismo e il Romanticismo cominciano a promuovere un atteggiamento positivo a favore della solitudine che diventa la condizione privilegiata per la scoperta umana dell'autonomia della ragione e dello spirito. Il concetto di essere da soli si va a connotare inoltre di “sapore” melanconico. La solitudine diventa il punto di partenza fondamentale per la compenetrazione emozionale dell'individuo nel mondo. Non ha più importanza in quale direzione oscilla il pendolo di questa condizione ineluttabile dell'uomo. La sofferenza e la felicità sono le emozioni fondamentali dell'esperienza umana che vanno a caratterizzare l'esperienza della solitudine. E' quanto si desume dagli scritti letterari e opere artistiche dell'epoca, come ad esempio il saggio di Johann Jakob Zimmermanns “Über die Einsamkeit” (1784), il romanzo epistolare Werther di Goethe (1774) e infine nei ritratti di Edward Hopper. In tutte queste opere biografiche si arriva sempre a cogliere la natura ambivalente di questo sentimento e le forme poliedriche del suo manifestarsi.

2) LA PERCEZIONE SOCIALE

Oggigiorno il marchio sociale apposto sulla solitudine appare cosi importante da portare molte persone a ritirarsi in azioni individuali poco o per nulla appaganti, pur di assicurarsi uno “spazio libero” nella comunità delle persone non-sole. La paura di rimanere isolati, in altre parole, di passare del tempo in esclusiva compagnia di questa temuta condizione, può tuttavia impedire l'opportunità di fare esperienze arricchenti con se stessi.
In generale, le persone tendono a sovrastimare i benefici della compagnia. Il frequentare da soli dei luoghi pubblici - uguale se si tratta di recarsi al cinema, partecipare a un evento teatrale oppure fare un salto al ristorante per gustare un piatto speciale - è visto come un'azione che li potrebbe “stigmatizzare” e perciò deve essere evitata incondizionatamente. Le persone sole temono di essere giudicate all'esterno come delle persone poco amate. Per contro, le attività finalizzate come il fare la spesa oppure una passeggiata in città sarebbero intraprese a livello individuale molto più spesso e senza remore particolari.
«Le persone non fanno altro che rinunciare a fare qualcosa solo per il fatto che sono da sole. Il punto è che sarebbero probabilmente più felici a uscire e fare qualcosa». E' quanto riferisce Rebecca Ratner, professoressa di Marketing presso la Robert H. Smith School of Business dell'Università del Maryland. In effetti, andare fuori da soli comporta, per molte persone, un grande sforzo: il timore di affrontare i luoghi pubblici e trovarsi in mezzo a tanti collegamenti costretti a un dialogo con se stessi, mentre gli altri hanno una controparte con cui scambiare una parola e potersi distrarre.
La paura di essere giudicati male andrebbe tuttavia “ricalibrata”. In verità gli studi psicologici evidenziano che gli occhi altrui sono molto meno focalizzati su di noi rispetto a quanto noi, ci immaginiamo. Noi ci prendiamo invece tanto seriamente da pensare di essere "trasparenti" e arrivare a credere che i nostri stati d'animo possano facilmente essere “letti” da chi ci osserva, una distorsione della percezione che è denominata effetto Spotlight (Lawson, 2010; Gilovich et al., 2010). La tendenza a distorcere la portata dell'attenzione altri su di noi non è altro che un sistema di difesa che utilizziamo allo scopo di sopravvalutare quelle qualità che ci rendono “unici e speciali” e “meritevoli” di attenzione da parte del prossimo. Ad esempio, ci convinciamo che gli altri prestino attenzione al nostro aspetto esteriore e al nostro comportamento più di quanto non facciano effettivamente.
L'approvazione del pubblico sembra offrire una sorta di “riparo” in termini di sicurezza e rinforzare positivamente l'immagine della persona nella società. Maggiore è il grado di accordo che la persona percepisce quando si trova da sola in luoghi pubblici, maggiore è la possibilità che si senta a suo agio nella sua uscita. Secondo lo psicologo Christopher Long, anche la natura ha un ruolo importante nell'infondere fiducia alle persone che escono senza un accompagnatore. Precisamente, i luoghi naturali come i boschi, le spiagge, le montagne o i parchi sono riferiti da molte persone come posti di spiritualità. Uscire da soli all'aria fresca produce un effetto distensivo, permette una migliore sintonizzazione con se stessi e di raggiungere una soddisfazione piena nelle uscite da soli. Le persone tenderebbero ad associare a questi posti un senso generale di pace interiore.

3) I NUOVI SCENARI DELLA SOLITUDINE

Scenari di solitudine

L'ideologia del social networking

La “solitudine” sembra nei giorni nostri una parola passata di moda. Il fatto di potersi percepire persone sole sembra, in effetti, stridere con lo sviluppo delle nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione. L'avanzamento tecnologico ha generato profondi cambiamenti anche di tipo culturale ed è andato a condizionare gli stili di vita.
L'ideologia dell'online è divenuta pregnante nella società e i social media hanno elevato alla massima potenza il senso di appartenenza in ogni momento.

La nascita dei social networking delinea un momento storico in cui modi diversi di relazionarsi prendono gradualmente posto e, nello stesso tempo, qualcosa viene anche tolto al valore della solitudine. Le persone sole usano le community e si sentono pienamente impegnate nell'online, una condizione che limita tuttavia energie mentali per le attività sociali e la costruzione di amicizie di tipo tradizionale.

Siti d'incontri come Tinder, Match ed Eharmony delineano la nascita di questi luoghi della socialità dove è possibile allacciare nuovi tipi di incontri o “connessioni” amichevoli e intime che di fatto non esistevano una generazione fa. Il Credo implicito del social networking recita: “Siamo persone felici quando siamo collegate. Siamo persone felici quando ci sentiamo di far parte della rete. Ed è meglio che ciò avvenga il più spesso possibile”. Le implicazioni di questo modo di pensare sono così importanti che al giorno d'oggi sembra dominare una fobia spropositata della solitudine. Coloro i quali rivendicano il bisogno di rimanere fuori dalla community sarebbero considerati, secondo questa logica, come delle persone antiquate (perché non allineate con la modernità) e perfino dei perdenti. Nel clamore del progresso tecnologico e nella “frenesia” di accedere a questi nuovi modi di comunicazione, si cela tuttavia un disagio di base. L'euforia del primo contatto può arrivare ad affievolirsi, lasciando spazio a sentimenti di fastidio e di invadenza per una vicinanza altrui sentita inopportuna e spesso eccessivamente assillante. Ecco quindi che il bisogno originario di “appartenere” e di essere in contatto con altri users e friends della grande rete, può tramutarsi in un'esperienza di tormento per le crescenti sollecitazioni che esigono la nostra presenza senza concedere di fatto uno “spazio” altro, dove stare semplicemente in modo indisturbato. Quest'inquietudine di voler tornare indietro sui propri passi trae origine, paradossalmente, dalla bramosia primitiva e spesso inconsapevole, che aveva motivato la persona in un primo tempo a entrare nella community.

Il fatto di aderire ad una rete sociale, come ad esempio Facebook, nasce dal desiderio di trovare dei luoghi speciali e personalizzati, come se questi andassero a rappresentare dei “nascondigli” veri e propri (con parole alla moda, retreats e hideaways) dove potersi intrattenere indisturbati. Questi spazi dell'essere e queste nuove forme di appartenenza in un mercato di vuoto assoluto, impattano anche su un bisogno primitivo che probabilmente non è appagato in altro modo. Se da una parte gli spazi segreti di un social network sembrano offrire una risposta al bisogno di ognuno di noi di essere parte di un gruppo e di parteciparvi, dall'altro le risorse e potenzialità individuali rischiano di essere lasciate sempre più atrofizzare. Le community si rivelano, in realtà, come un mezzo che rimanda nel tempo la possibilità della persona di stare da sola in modo pieno e appagante. Chi ha letto i bestseller di Tim Parks oppure di altri autori di successo che trattano il tema della ricerca di se stessi o che raccontano di persone che almeno una volta ha desiderato essere “offline” e svanire nel nulla, ha avuto probabilmente l'opportunità di “immergersi” in un viaggio di sopravvivenza,alla ricerca di sé e delle proprie origini.
Il successo della narrativa “Escape (nel senso di evasione dalla vita quotidiana) è indicativo dello svilupparsi di una società sovra riscaldata sul piano comunicativo. La diffusione di questo genere letterario evidenzia la necessità umana di trovare “possibilità” dove ritirarsi. Sempre più individui sentono il bisogno di uscire dalle loro abitudini e rifuggire per il tempo necessario dagli obblighi reali (indotti dalle costrizioni e vincoli della società) come se questo fosse qualcosa che potrebbe veramente giovare la loro esistenza. Date queste nuove tendenze, qual è lo stato attuale delle cose? Quanto è capace l'uomo in verità di bastare a se stesso in modo appagante e rimunerativo?

Siamo in un universo di single

Single

L'attualità del tema “solitudine” ha a che fare indubbiamente anche col fatto che le persone sono, oggigiorno, geograficamente più mobili e dunque hanno maggiori probabilità di vivere lontano da amici e familiari. Sempre più individui riferiscono di vivere da soli.
Secondo i dati ISTAT del 2016 la Norvegia è la nazione in Europa con la più alta percentuale di single. In Italia, precisamente nella regione ligure e valdostana, i dati sulle percentuali di famiglie unipersonali sono tuttavia più alti dei Paesi scandinavi. Più in generale, si osserva un nesso tra modernizzazione degli stili di vita e numero di famiglie single. Soprattutto nelle zone metropolitane dei Paesi europei, la percentuale di single è sempre superiore al dato della media nazionale. E' il caso di Oslo (52,2%) e di Parigi (51,1% sul totale delle famiglie), ma anche di Berlino e Copenhagen, dove i dati delle famiglie single sfiorano il 50%. Le condizioni del mercato lavorativo hanno ovviamente il loro peso in questi dati percentuali.

Nuovi modelli di lavoro, come ad esempio il telelavoro, e nuovi accordi contrattuali di tipo "gig economy" (modello economico dove non esistono più le prestazioni lavorative con il contratto fisso e a tempo indeterminato ma si lavora solo quando c'è richiesta) hanno creato flessibilità, ma spesso hanno anche ridotto le possibilità d'interazione e relazioni personali.

Queste tendenze fanno ipotizzare che il modello di vita “unipersonale” non sia solo il frutto di una scelta individuale ma sia, prevalentemente, influenzato da fattori strutturali ed economici. La forma unipersonale è quella che presenta il carattere di maggiore adattabilità rispetto ad altri modelli di famiglia dove sono presenti vincoli di coppia e di genitorialità. Negli ultimi trent'anni si è assistito ad una diminuzione significativa delle convivenze con conseguenze sulla perdita di legami di coppia stabili, anche con riferimento agli aiuti per il menage famigliare. Il sociologo Jan Eckhard dell'Università di Heidelberg ha approfondito i punti salienti della regressione delle partnership e dell'ascesa delle famiglie monocomponente. Li descriviamo, brevemente, di seguito.

- Status lavorativo della donna: spesso le donne lavoratrici non appartengono a nessuna partnership. Il loro status di donne-single non sembrerebbe tanto dipendere dal grado di avanzamento professionale raggiunto, quanto dal fatto che questa nuova forma sociale permetterebbe loro di badare meglio, e in modo più efficiente, a se stesse.
Fino agli anni sessanta le donne ricoprivano un ruolo di subordinazione dal partner. L'uomo era il “provider”che assicurava a loro (e alla loro prole) il sostentamento. Questo ruolo maschile ha perso di importanza quando le donne sono entrate nel mondo del lavoro. Le donne attualmente possono garantirsi le proprie sostanze e i rapporti con i loro partner si basano sulla liberalità. Probabilmente la crisi delle partnership e, in particolare, la facilità con cui si scioglie la convivenza è anche influenzata da questo cambiamento di status sociale.

- Richiesta di flessibilità sul lavoro: la precarietà del lavoro e, soprattutto, le difficoltà di poter compiere “salite” professionali nel nostro paese incidono sulla scelta, spesso obbligata, di andare a vivere da soli. Le condizioni del lavoro portano le persone a vivere sempre più delle vere e proprie insicurezze biografiche. Per aspirare a un lavoro, agli individui è chiesto di reagire in modo versatile e di inventare nuovi modi di condurre la propria vita anche molto diversi da quelli utilizzati in precedenza. Dato lo scenario descritto è comprensibile che l'individuo incontri ostacoli a legarsi stabilmente oppure a fondare una propria famiglia.

- Impasse del mercato delle Partnership: in conseguenza del calo demografico, è andato a diminuendo in modo crescente il numero delle partnership potenziali. Non c'è più un livello adeguato di uomini e di donne, che in termini di età, potrebbero sviluppare delle convivenze potenziali e andare a coprire il gap generazionale.

- Trasmissione "intergenerazionale” di nuove forme di vita: Eckbard ipotizza l'esistenza di una trasmissione tra generazioni del modello di famiglia single. Coloro i quali hanno sperimentato in infanzia delle rotture biografiche (precisamente l'allontanamento di uno dei genitori dalla famiglia di origine) avranno probabilità maggiori di sciogliere la loro partnership, oppure opteranno direttamente di vivere da soli. La scelta di rimanere single è da interpretarsi come la possibilità di accedere a una forma più praticabile e facilitante di vita. La separazione dei genitori offrirebbe loro degli strumenti concreti per condurre la loro vita da adulti in un modo più “vantaggioso” di prima e di superare i rischi di eventuali nuovi inceppamenti biografici.

- Pluralismo dei modelli di vita: mai come in quest'epoca l'uomo ha conosciuto così tante forme di libertà nel vivere e nell'allestire i più svariati tipi di partnership e di famiglia preferiti. Si può essere insieme in modo duraturo o per un certo periodo, si può fare esperienza di forme svariate d'intimità e di sessualità anche al fuori di convivenze fisse.
Si possono governare in contemporanea le case di due o più nuclei familiari separati. Si può vivere un rapporto eterosessuale oppure un rapporto omosessuale, con o senza figli, oppure si può essere semplicemente dei single.

4) “NON SONO DA SOLO, SONO SOLO PER ME!” COME ALLENARCI AD UNA BUONA SOLITUDINE.

Non tutte le persone che sono fisicamente da sole si sentono isolate. Alcune di esse preferiscono semplicemente condurre una vita centrata su se stesse. In altre parole, sentono l'esigenza di allontanarsi dalle pressioni sociali per vivere un rapporto intenso e più intimo con il proprio Sé e aspirano, probabilmente, anche ad una maggiore tranquillità quando sono in relazione con gli altri.

Quali condizioni dovrebbero essere tuttavia esaudite per trascorrere del tempo utile e proficuo per se stessi? Secondo lo psicologo dello sviluppo dell'Università del Maryland Kenneth Rubin i principi di base di ogni buona esperienza di solitudine sono i seguenti:

  • Sono una persona libera: sono libero di scegliere quando stare da solo per me.
  • Posso scegliere: mi posso aggregare a un gruppo sociale sempre e quando lo desidero.
  • Sono già in grado di regolare efficacemente le mie emozioni: posso controllare con successo le mie emozioni.
  • Posso aderire ad un gruppo sociale quando lo desidero: sono in grado di coltivare e mantenere i rapporti positivi anche al di fuori di esso.

Quando queste condizioni basilari non sono soddisfatte la solitudine può avere risvolti dannosi per l'individuo e può trasformarsi in tristezza e isolamento. La persona che esperisce la solitudine come “buona” è capace di esprimere se stessa come appartenente a una più grande comunità, anche quando è fisicamente assente dagli altri. Tuttavia, sostiene Rubin, l'essere umano ha bisogno anche di interazioni sociali. Queste dovrebbero essere gestite dalla persona in forma appagante. La differenza tra solitudine come ringiovanimento e solitudine come sofferenza umana è la qualità dell'auto-riflessione che si può generare mentre si è in essa, e la capacità di re-integrarsi nei gruppi sociali quando si vuole.

Chi, al contrario, non riesce a coltivare esperienze soddisfacenti d'interazione con la propria comunità di appartenenza, è destinato a ritirarsi in modo spontaneo. In questo caso la scelta di aderire al gruppo sociale prevede costi troppo alti da far propendere l'individuo al ritiro sociale. Le persone che restano per lungo tempo senza contatti non hanno scelto in modo libero di essere soli e sono destinate a provare nel tempo la disperazione. E le conseguenze di ciò potranno essere avvertite difficilmente dal loro ambiente di vita prossimale.

La via meditativa
Per approfittare dei benefici della solitudine c'e‘ bisogno di acquisire familiarità con questa compagna di vita. La meditazione è da sempre la tecnica per mezzo della quale si può cercare una forma di comunicazione armoniosa con la solitudine. Probabilmente il primo contatto sarà in un primo momento un'incognita ma poi elargirà la sua immensa bontà. La meditazione riguarda l'allontanare la propria presenza e attenzione dall'ambiente più prossimo. Il ritiro dei sensi dal mondo esterno è la condizione fondamentale per la pace di se stessi e l'equilibrio personale. Attraverso l'educazione al silenzio ci liberiamo da tutto quello cui noi siamo attaccati. A questo proposito i buddisti utilizzano il termine “aderenza” per riferirsi a una forma di bramosia nociva per l'animo umano. La modestia nel buddismo è la via regina per essere illuminati e ispirati. Nella solitudine noi ci educhiamo alla disaffezione dalle cose materiali e da tutti i pensieri e desideri che assillano il nostro agire quotidiano. Ci lasciamo scivolare via in modo libero questo attaccamento, arrivando a percepire la solitudine come la via maestra per la tranquillità interiore, perché ci sentiamo dentro liberi e rimaniamo placidi.
La solitudine è un'oasi nel deserto di una dimensione più umana. Spesso non abbiamo un' esperienza reale di cosa significhi veramente ritirarsi con noi stessi. L'immergersi nella solitudine ricompensa in modo autentico la persona e porta a momenti di appagamento e felicità molto più arricchenti di quanto si potrebbe immaginare. La premessa di ciò è che sussista la disposizione personale a entrare in rapporto con questa mutabile compagna della nostra vita.

La desensibilizzazione sensoriale
Nello stress della quotidianità il nostro cervello è abituato a ricevere una quantità notevole di stimoli. La solitudine presuppone che l'individuo si allontani dall'insieme di queste stimolazioni oppure che riduca sensibilmente. Arriverà così a percepire di non prestare più attenzione alle cose che le passano davanti, a rimane come “sospesa”.
La solitudine porta a un raffinamento dei sensi e aumenta la ricettività per la bellezza del mondo. Unisce insieme il mondo e l'io in un modo armonico. L'affascinante paradosso della solitudine è dato dal fatto che tutti i collegamenti con l'ambiente esterno sono tenuti separati in modo tale che questi poi vadano a completarsi in un'unità più grande. Nella solitudine troviamo nella sua interezza una forma più chiara di unità, non con le persone, ma con la natura filosoficamente parlando. La solitudine porta alla condizione di trovarsi da soli con il tutto. “Credo che la felicità, e con questo ciò che concerna l'essere da soli, sia il momento nel quale al posto di chiedersi come ci si sente ci si sente veramente dove si è” è quanto riferisce la scrittrice Meike Dinklage a proposito dei viaggi solitari. Chi viaggia da solo è in grado di apprezzare la propria persona lontana da ogni ruolo, dai doveri e dalle costrizioni. L'isolamento, nel senso del ritiro nella solitudine, fa bene.

L'influsso rilassante di una fuga temporanea dal quotidiano convulso è provato anche scientificamente attraverso la terapia REST (Restricted Environmental Stimulation Therapy) applicata alle persone iperstressate. Le persone affette di Burn out, ad esempio, traggono giovamento da una determinata deprivazione sensoriale ovvero dalla riduzione di stimoli esterni. Non appena questi impulsi smettono di operare, si diventa spontaneamente più attenti nei confronti del proprio corpo. L'induzione terapeutica permette l'accesso della persona a nuove forme di autoconsapevolezza e l'esperienza di nuovi stati d'animo che, altrimenti, naufragherebbero nella frenesia del quotidiano. Attraverso esperienze di “ritiro” più lunghe che si possono indurre tramite immagini mentali (di valore emotivo intenso come le visioni e i vecchi ricordi biografici) la terapia può esplicare un effetto catartico sul paziente, è quanto sostiene lo psicologo Ulrich Ott dell'istituto Bender di neuroimmagini dell'Università Gießen.

Nella solitudine si guadagnano una prospettiva di grande giudizio e conoscenza verso noi stessi. I rapporti sociali costruiti dei quali ci sentiamo prigionieri diventano più chiari. La solitudine crea quella giusta distanza che ci permette di riconoscere i problemi irrisolti e conduce a delle soluzioni. L'essere da soli per se consentono di " portare via" tutto ciò che si era messo entro le mura dell'ostinazione e della testardaggine. Arriviamo a riconoscere in modo creativo chi siamo, di fare il punto su dove siamo arrivati e di metterci in marcia verso dove vorremo arrivare. Inoltre, lo stato di solitudine riporta indietro ai motivi originari della vita quando noi li avevamo già dimenticati, consente di rispolverare i nostri convincimenti e i principi fondamentali con i quali abbiamo cominciato l' esistenza. Permette di fare chiarezza su cosa è importante nella nostra vita, lascia riconoscere l'essenziale e attribuisce significati nuovi ai nostri desideri e alle nostre nostalgie. Nella solitudine si progettano nuove strade, si da a queste nuovo nutrimento e si scoprono modi creativi di apprezzare la vita in prima persona.


5) ASPETTI CONCLUSIVI

Sebbene la solitudine possa portare a molteplici risvolti positivi, la maggior parte delle persone preferisce occupare i propri spazi personali con il rumore del mondo esterno pur di non restare soli con questa temuta compagna.
Partendo dal suo significato terminologico, si è cercato di focalizzare l'attenzione in modo crescente su un'accezione rinnovata di solitudine, quella di una terza solitudine che non respinge ne nasconde la propria espressione di se e che consente alla persona il privilegio di intrattenersi esclusivamente e senza paure con la propria presenza. Così concepita l'esperienza di solitudine potrebbe rappresentare un momento catartico dell'esistenza in grado di favorire l'autoconsapevolezza su di sé e di alimentare allo stesso tempo esperienze sociali sempre più appaganti con i propri simili.
Uno spazio dell'elaborato è dedicato, infine, agli aspetti di percezione sociale implicati nella solitudine e agli scenari più recenti dell'essere soli connessi al mondo delle community sociali e alla ricerca di nuovi luoghi dove soddisfare i bisogni di appartenenza.

6) BIBLIOGRAFIA

  • Bronfenbrenner U., “Ecologia dello sviluppo umano”, Il Mulino, 2002.
  • Cacioppo J.T. & Cacioppo S., “The Growing Problem of Loneliness”, Lancet, Vol. 391, pag. 426, 2018.
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  • Schopenauer Arthur, “L'arte di conoscere se stessi”, a cura di Adelphi, 2013.
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Sitografia di possibile interesse