L’Anatomia Patologica: una specializzazione antica ma moderna. Contributo alla “Breast Unit”

 Non c’è dubbio che in questi 300 e più anni di esistenza della Anatomia Patologica, questa si è evoluta con l’evolversi delle tecnologie (frenetiche dagli anni 1960 in poi) ed è rimasta sempre al passo con  i tempi, cosa che le ha permesso di assumere un ruolo primario nella gestione sanitaria di quasi tutti i pazienti spedalizzati e di diventare, oggi, con l’avvento della “target therapy”, il fulcro attorno a cui ruotano sopratutto gli oncologi, per poter curare in maniera ottimale e quasi avvenieristica alcune patologie oncologiche  e tale possibilità è in costante aumento di anno in anno.

Quindi, dapprima la diagnosi citologica (classificando i preparati citologici da agoaspirato mammario secondo le Linee Guida Europee), a volte con il prelievo effettuato proprio dall’anatomopatologo, seguita dalla diagnosi istologica su piccole biopsie, oppure da un esame “in diretta”, quasi al tavolo operatorio, il cosiddetto esame estemporaneo al criostato o microtomo congelatore e poi la stadiazione, sul prelievo operatorio, per terminare con metodiche particolari, che permettono di dare un giudizio sulla possibilità di effettuare una terapia oncologica mirata; per non parlare dell’invisibile: prima la microscopia elettronica, ora gli anticorpi monoclonali e la biologia molecolare sempre più spinta.

Tutto questo per introdurre e capire il ruolo della Anatomia Patologica nel contesto di una “Breast Unit”, quale quella che può configurarsi in un  Ospedale.  Se fino a qualche anno fa la funzione dell’Anatomopatologo in campo senologico oncologico consisteva oltre che nella diagnosi, identificando il tipo di carcinoma, anche nella valutazione complessiva dello stato dei linfonodi ascellari regionali, del grado di aggressività della neoplasia e della Stadiazione Patologica (pTNM), oggi si è verificata una rivoluzione epocale, demandando all’Anatomopatologo la decisione ultima su come curare una paziente affetta da carcinoma mammario (Consensus Conference di San Gallo, Svizzera).

Questa trasformazione avviene  attraverso due fasi: la prima correlata all’avvento e all’utilizzo di marcatori immunoistochimici, che permettono una valutazione della ormonoespressività della neoplasia mammaria (Recettori per Estrogeni e Progesterone), una valutazione dell’indice di proliferazione cellulare della neoplasia (Mib 1), una valutazione della presenza o meno di mutazioni geniche (HER2), tutti fattori tra loro strettamente interdipendenti, che vanno a indicare, oltre che una più precisa indicazione prognostica, anche e soprattutto una indicazione terapeutica mirata, che varia da paziente a paziente in base al suo profilo biologico tumorale. La seconda fase, altrettanto importante, è quella della introduzione della valutazione anatomopatologica del linfonodo sentinella, cioè di quel linfonodo ascellare che, ricevendo per primo linfa direttamente dal tumore, viene identificato mediante tecnica linfoscintigrafica, secondo le linee guida della F.O.N.Ca.M. (Forza Operativa Nazionale per il Carcinoma Mammario). Tecnicamente, dopo una prima valutazione macroscopica, l’Anatomopatologo effettua un esame estemporaneo al congelatore che, se risulta positivo, dà indicazione al chirurgo per una immediata linfoadenectomia. Nel caso di negatività il linfonodo sentinella (possono anche essere due o tre) viene esaminato, tutto, con sezioni seriate ad intervalli di 50 micron, allestendo coppie di preparati che, alternativamente, non vengono colorati, ma accantonati per eventuali indagini immunoistochimiche con anticorpi monoclonali, nel caso di sospetto diagnostico microscopico; a questo punto, in assenza di metastasi, le diagnosi possono essere di due tipi: di negatività totale oppure di positività per ITC (cellule tumorali isolate, per lo più identificate attraverso l’uso di anticorpi monoclonali) e spetta al chirurgo la decisione se procedere o meno alla linfoadenectomia totale regionale.

Pertanto come si può evincere da quanto descritto l’Anatomia Patologica si inserisce a pieno titolo, ad esempio, nella squadra specialistica formata da tutte le altre figure professionali che costituiscono una “Breast Unit”, collaborando tra loro e lavorando con le adeguate risorse tecnologiche ed infrastrutturali, per dare alle pazienti una risposta globale, che vada dalla prevenzione alla diagnosi, dal supporto psicologico alla terapia chirurgica ricostruttiva e dalla terapia oncologica alla prognosi e  al controllo periodico nel tempo (follow-up).