Gli alimenti contenenti soia rappresentano la base delle diete tradizionali delle popolazioni Asiatiche e sono diventati popolari in Occidente ormai da molti anni per alcuni potenziali effetti benefici sulla salute, specialmente il miglioramento di alcuni sintomi nelle donne in menopausa, quali sintomi depressivi e vampate. In effetti, ci sono molti componenti bioattivi nei semi di soia che possono contribuire a questi benefici: in particolare gli isoflavoni, che possono esercitare attività sia di tipo ormonale che non ormonale.

A fronte di ciò, sono emersi negli ultimi anni alcuni dubbi che la soia possa in realtà essere controindicata in alcune persone. Ad esempio alcuni studi nell'animale avevano posto il quesito se la soia potesse alterare la biosintesi degli ormoni tiroidei o interferire con l'assorbimento intestinale della tiroxina sintetica (l'ormone utilizzato per la terapia dell'ipotiroidismo).

Analizzando alcuni studi clinici in soggetti sani (cioè senza problemi tiroidei) e con adeguato apporto alimentare di iodio, sia uomini che donne, si è giunti alla conclusione che nessun effetto - o comunque in misura trascurabile - è evidente sulla funzione tiroidea dall'aggiunta di isoflavoni o cibi contenenti soia nella dieta. Al contrario, altre evidenze suggeriscono che l'assorbimento intestinale della tiroxina in soggetti ipotiroidei può essere alterato in concomitanza di una dieta contenente soia, inducendo spesso ad aumentare la dose del farmaco da somministrare. Questo potrebbe determinare dei problemi in alcuni gruppi di pazienti ipotiroidei in cui è necessario assicurare la massima stabilità delle dosi circolanti di ormone, quali donne in gravidanza, pazienti sottoposti ad asportazione chirurgica o radiometabolica della tiroide, pazienti cardiopatici.

Non è tuttavia chiaro se si tratti di un effetto dose-dipendente, cioè quale sia la quantità alimentare di soia in grado di produrre questa interferenza. Non ci sono quindi indicazioni mandatorie a non assumere alimenti a base di soia nella maggior parte dei pazienti ipotiroidei, avendo l'accortezza di mantenere un apporto alimentare adeguato di iodio; ma soprattutto occorre un adeguato scambio di informazioni tra l'endocrinologo e il nutrizionista sulle abitudini alimentari del paziente, al fine di interpretare correttamente l'eventuale "effetto collaterale" ed evitare la somministrazione di dosi inappropriatamente elevate di farmaco.

 

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