Viaggi di Nozze con Carlo Verdone, trasmesso ieri. Il suo affresco sociale, soprattutto negli episodi dei due coatti (Ivano e Jessica) e della coppia sfortunata alle prese con la meschinità e l'egocentrismo dei parenti. Nessuna delle tre coppie del film riuscirà a coronare un sogno, a festeggiare. La prima vivrà la sua depressione grottescamente fino al suicidio finale nell'indifferenza del marito, la coppietta sfortunata non riuscirà a concedersi il piacere per l'incapacità di ignorare i ricatti familiari e per un senso ansioso del dovere. La coppia che forse meglio incarna però il senso del film e il tema satirico è quella di Ivano e Jessica. Il loro matrimonio avviene come rilancio per una storia sessualmente ruspante, ma forse già in fase calante. Hanno bisogno di novità, di stranezze: quella che apparentemente è fantasia e trasgressione è però anche incapacità di entusiasmo per la normalità dell'esperienza umana. Piano piano, proprio durante il viaggio di nozze, i problemi si concretizzano: lui fa cilecca, lei perde la voglia, i tentativi di cambiare stile per riprodurre la passione sono ridicoli e innaturali ormai. "O' famo strano ?!" è il principio della noia, perché non dura all'infinito, e soprattutto se lo strano è sempre, finisce di essere interessante, fatalmente. La stessa cosa che accade nelle sindromi espansive, che siano mania o ipomania: il seme della noia è nell'eccitamento, specialmente se è prolungato. Non è soltanto questione di rimanere senza benzina per averla consumata tutta e subito, è anche il fatto di aver configurato il cervello per sentire solo quel che è sopra un certo livello. Se quel livello è risultato della novità, della stranezza, dell'eccesso, arriva un momento in cui niente è nuovo, niente è diverso, niente è perverso e niente è più tanto. Il mondo sembrerà un piatto grigio, insapore, inodore, già mangiato comunque.

Una scena è emblematica di questo sentimento di noia cosmica, di sensazione di aver ormai finito la cuccagna, di aver visto la prima parte del paradiso e di aver finito lì le proprie credenziali per proseguire: o non esiste altro paradiso, ed era tutto lì, o comunque non c'è più modo di andare avanti. In ogni caso, una delusione, perché l'idea di crescere sempre e di non frenare mai si rivela illusoria, e forse anche patologica, se in quel modo non è più possibile tornare indietro. Se a trent'anni non c'è più niente da scoprire, è necessario trovare un modo per scendere e ricominciare dalla base. Guardando in alto non sembra esserci più nulla, e guardare in basso sembra una vertigine insopportabile, una caduta definitiva e una rinuncia anche a provare.

La scena è quella in cui Ivano e Jessica, nel parcheggio di un locale dopo una notte di divertimento malriuscito, insieme ad una coppia di amici si riposano guardando il cielo stellato. L'amica dice "Una stella cadente ! Una stella cadente !". Gli altri in silenzio guardano in alto. Lei chiede "Avete espresso un desiderio ?". Uno dei tre fa "A me non m'è venuto"; l'altro "Io non l'ho vista proprio..."; "Ma che te voi desiderà..!" conclude Jessica.

Questa sensazione, a volte passeggera, che tutti magari hanno provato dopo la fine di un periodo esaltante, dopo la caduta di un'illusione, in alcuni casi diventa una malattia, perché rimane e peggiora, e soprattutto impedisce di guardare indietro, e di scendere dall'alto per aiutare il cervello a ricominciare dal basso, e ritrovare la piccola felicità e la capacità di vedere le stelle quando si guarda in alto.

Il primo stadio è non riuscire a esprimere un desiderio compiuto subito, dover pensare a cosa si vuole, l'apatia

Il secondo stadio è non riuscire a vedere la possibilità che quel che si vuole possa comunque realizzarsi, il pessimismo

Il terzo stadio è non riuscire più a capire cosa possa significare un desiderio, l'anedonia

A volte si tratta di uno sbalzo temporaneo, altre di una depressione, e specialmente quando si tocca il terzo stadio.

 

http://www.youtube.com/watch?v=-vQWzsWVfzg