(Sempre da Junkie/La scimmia sulla schiena di W.Burroughs, ultimo capitolo – vedi post precedente)

 

Burroughs parla della terapia con questo nuovo farmaco (apomorfina), che non mira a curare l'astinenza ma al controllo del desiderio, e non era una terapia "di riduzione", ovvero "di scalaggio", come tutte le altre che aveva sperimentato, ma di mantenimento nel tempo.

Il meccanismo di questa nuova cura dovrebbe essere quello di produrre una sorta di "nausea" per la sostanza, non perché assumerla diventi sgradevole, ma perché il desiderio di assumerla cala, per cui la persona perde l'interesse, e prova disgusto come se fosse costretta a consumarla contro la propria inclinazione, se capita.

Questo lo convince perché il tossicomane rimane tale anche quando non è intossicato, anche dopo lunghi periodi passati a non drogarsi. Non può più usare la sostanza senza ritornare rapidamente ai comportamenti della dipendenza e all'intossicazione. Egli afferma che qualcosa è cambiato nel cervello del tossicomane, e non ritorna a posto togliendo la sostanza. 

“Perché il tossicomane guarito ritorna alla morfina alla prima occasione ?” – “Perché non è stato guarito. Io non  mi riferisco qui alla tossicomania psicologica o a una qualsiasi di tali forme mistiche. Il tossicomane non è stato guarito fisicamente dalla terapia di riduzione”.

Burroughs quindi ritiene, così come i primi scienziati che misero a punto le cure della dipendenza, che la tossicomania sia una malattia del cervello, organica (a livello non visibile a occhi nudo, ma a livello cellulare-molecolare), che rimane in assenza della droga, e quindi non corrisponde all’intossicazione. Una super-sensibilità acquisita e irreversibile alla sostanza, che fa scaturire la voglia senza alcun motivo, e impedisce il controllo sulla sostanza.

Il testo è degli anni 50. La terapia metadonica, secondo lo stesso principio che Burroughs ha formulato, inizia a dare i primi risultati negli anni '60 in America. Così come aveva detto lui: non una terapia a scalare, ma di mantenimento, non mirata all'astinenza ma al desiderio (craving), che riabilita le persone nella misura in cui arresta la tossicodipendenza. Una terapia pensata per riequilibrare una funzione alterata, non secondo le regole del normale metabolismo cerebrale, ma secondo quelle che la malattia ha creato nel cervello, le regole del parassita.

Ci sono anche idee che invece non corrispondono. L'idea di un farmaco anti-dipendenza universale, che sia efficace per tutte le droghe, al momento non è confermata. Tuttavia, è verissimo che con una buona terapia a base di oppiacei anche l'abuso di altre categorie di sostanze, come l'alcol e i barbiturici/tranquillanti, sono contrastate, specialmente se si erano sviluppate insieme a quella da eroina. Esiste anche (non in Italia) la possibilità di curare l'alcolismo puro con gli oppiacei.

 

Altra nota curiosa su Burroughs è quella circa la politica antidroga. Nella sua epoca le reazioni del Governo americano sono di lotta alla diffusione della droga a partire dai tossicodipendenti e dai medici, che sono sottoposti a controlli sulle prescrizioni di narcotici. Da una parte Burroughs guarda criticamente la persecuzione legale contro i tossicodipendenti, e con disprezzo il fatto che la polizia manipoli i tossicomani come infiltrati e confidenti in cambio di droga, o li ricatti in cambio di soffiate. Dall’altra egli osserva che, trattandosi di una malattia indotta dalla droga, la libera circolazione della droga comporta un rischio minore di conseguenze legali, ma aumenta i casi di tossicodipendenza. Infatti, osserva, in Inghilterra la metà dei tossicodipendenti maschi sono medici, perché hanno accesso agli stupefacenti.

 

Infine dice che per i tossicomani, che ci sia poca o tanta eroina è indifferente, non cambia la loro dipendenza: poca basta per mantenerla, perché quel che conta è il desiderio. Come disse infatti una mia paziente “per noi bisognerebbe che l’eroina non ci fosse proprio”, il che riassume bene il principio della terapia. Hanno bisogno che per loro non esista l’eroina, o dall’esterno, o dall’interno, per azione di una cura sul cervello che altrimenti è portato a desiderarla a vuoto.

Burroughs conclude che, almeno per evitare inutili criminalizzazioni di una malattia, servirebbe una legge speciale che consenta ai tossicodipendenti –e solo a loro- di avere l’eroina gratis (ammesso che non funzionino le cure, ma all’epoca non funzionavano). Programmi simili esistono oggi (l’eroina “di stato” a dosi controllate e con somministrazione sul posto), ma la differenza maggiore tra gli anni ’50 e ora è che le cure esistono. L’esperimento di eroina prescritta dai medici ai tossicodipendenti in Inghilterra all’inizio sembrò funzionare, ma di fatto finì per generare un mercato clandestino fuori dal circuito dei tossicodipendenti.

In definitiva, Burroughs profetizzò, con qualche imprecisione, i principi e il funzionamento della terapia con agonisti oppiacei, oggi standardizzata ma purtroppo ancora male applicata in molti casi.