Sono stato attirato dal titolo di questo film. Si tratta di una storia vera, e affronta brillantemente un tipo di sindrome psichiatrica che si può definire come “falsificazione patologica”, o sindrome dell'impostore, o bugia patologica (o sindrome di Munchausen se riguarda lo stato di salute).

Si tratta di una sequenza di comportamenti, ad un certo punto abituali come fossero un “punto di non ritorno”, che caratterizzano la vita di alcuni individui, prima inclini e poi schiavi di una loro tendenza a mentire, falsificare, costruire imbrogli o messe in scena sempre più complicate ma anche sempre più pericolanti o grossolane.

disturbo bipolare 1Si tratta quasi sempre di una manifestazione del disturbo bipolare, probabilmente unita ad una particolare abilità che rende le persone in grado di recitare, fingere, mentire senza comunicare agli altri imbarazzo. Una sorta di immedesimazione naturale, che crea nel tempo problemi di identità e spinge sempre più a cercare un'identità appagante diversa dalla propria, attraverso la facilità con cui si convincono inizialmente gli altri. Esiste una serie in onda su Sky Crime and Investigation, intitolata “Le vite degli altri”, in cui si raccontano casi veri di impostori cronici. La migliore miniera di casi di queste genere è la cronaca giudiziaria, compresi alcuni grandi processi (quello della “Mantide” Guerinoni ad esempio, il mostro del Circeo Angelo Izzo).

Un altro film che tratta la sindrome è “Il talento di Mr. Ripley”, questo ha il fascino di raccontare un caso vero. Lo scrittore Irving cerca di sfondare, vivendo nel frattempo al di sopra delle sue possibilità. Affascinato lui stesso da come alcuni individui riescano a ingannare gli altri con la loro bravura, decide di cimentarsi personalmente. Finge di avere in mano un libro sensazionale, con rivelazioni politiche e storiche tratte da dichiarazioni esclusive di uno degli uomini più potenti dell'epoca, Howard Hughes, schivo e eccentrico.

Arriverà a falsificarne la voce, la grafia, a fingersi costantemente in un inesistente contatto confidenziale con Hughes, o suo rappresentante, e anche a appropriarsi di materiale di altri per pubblicarlo a suo nome. Parallelamente sembra perdere contatto con la realtà, ed entrare in una dimensione paranoica in cui i servizi segreti lo obbligano a collaborare con loro per ricattare, con la minaccia di pubblicazione, il presidente degli Stati Uniti.

Hughes alla fine rilascia una dichiarazione in cui sbugiarda il millantatore Irving, mentre lui è in preda ad uno stato maniacale, in cui delira e allo stesso tempo pretende di aver acquisito il diritto di rappresentare effettivamente la volontà di Hughes, avendolo impersonato in maniera perfetta.

Il riferimento allo stato maniacale del protagonista è evidente fin da subito, quando la moglie gli dice “mi avevi detto di avvertirti se ti avessi visto su di giri”...

Alcuni manuali di auto-gestione del disturbo ingenuamente dicono appunto di farsi dire dai familiari se si è troppo “su di giri”, con il risultato che tale osservazione è presa con irritazione, o ignorata con sprezzo.

Irving è su di giri e va avanti, ovviamente. Mano a mano che la truffa procede, gli espedienti sono sempre più sul filo del rasoio, e talmente tanta è l'attenzione alla riuscita della messa in scena che Irving dimentica poi dettagli tecnici banalissimi (ottiene un assegno di un milione di dollari a nome di Hughes, che ovviamente non potrà incassare).

Insieme allo sbugiardamento pubblico, dall'inchiesta salterà fuori anche una, forse la meno grave, di tutte le “bugie”, ovvero il tradimento di una notte con una vecchia fiamma, negato alla moglie come estremo tentativo di tenersi accanto almeno lei. Una bugia patologica non permette di tenere in piedi le bugie fisiologiche, in un paradossale corollario.

La parte più buffa del film è l'epilogo. Irving è incarcerato per truffa e sconta un anno e mezzo di galera. Quando esce ritorna a fare lo scrittore, e pubblica comunque un libro sulla storia del suo grande imbroglio, ma finisce per sostenere di avere comunque materiale per un libro su Hughes. Il libro falso era un falso, ma in realtà ne esisterebbe uno vero, ancora non pubblicato e in mano sua. Insomma, ripete l'impostura per cui è stato condannato e che lui stesso ha alla fine ammesso. La ammette e poi torna a negarla, come se fosse possibile tentare una via di mezzo. A condanna scontata, si può ancora sostenere la falsità per cui si è stati condannati... Basta immedesimarsi sufficientemente.

I falsari patologici sono tanto abili nella costruzione dei loro castelli che facilmente smascherabili. Sono più illusionisti che falsificatori reali, ovvero puntano sulla capacità persuasiva e sulla creazione di un clima in cui non li metterà in dubbio, oppure li si metterà in dubbio ma nella direzione sbagliata.

La loro gratificazione deriva dall'ingannare e anche nel condizionare le persone a controllarli così come loro vogliono, per risultare credibili. Ad un certo punto di solito tentano di trarre da questo un guadagno, anche se di regola ne ottengono anche un danno, proprio perché sono scoperti subito dopo esser riusciti a portare a termine la truffa. Le truffe in genere si svolgono intorno a “grandi” nomi o situazioni importanti, o che loro considerano importanti, e l'identificazione può essere tale che alla fine la realtà fasulla diventa l'unica che riescono a sostenere. In altre parole potranno anche ritrattare ciò che hanno ammesso in tribunale, ammettere una parte ma continuare a negarne un'altra, nonostante questo peggiori la loro situazione legale o sociale.

Nei contesti comuni, una delle sindromi da falsificazione più diffuse, che riguarda adolescenti o giovani, è quella riguardante la carriera di studi, i riconoscimenti, o la propria posizione sociale.

Spesso queste sindromi si rivelano al momento dello smascheramento, perché la persona compie gesti autolesivi, fugge, o entra in una fase depressiva. Il momento centrale è però la capacità di mentire senza ansia, di impersonare per il bisogno di gratificazione, e l'irritazione con gli altri perché non hanno creduto alle bugie. Il mentitore patologico infatti ritiene di “meritarsi” che gli altri gli credano, perché ha mentito bene. Aver creato bene una realtà inesistente darebbe il diritto di poter poi prendersene i meriti nella vita reale. Se ciò non si verifica la reazione istintiva è di rilanciare la bugia in maniera sempre più avventurosa e per scopi sempre meno pratici. Nel caso del film vi è un vero e proprio sconfinamento delirante, o sogno a occhi aperti, con immedesimazione (la cosa non è chiarita fino in fondo, e la seconda eventualità è quella più probabile).