Ciò di cui la persona in difficoltà ha realmente bisogno è qualcosa che non coincide necessariamente nè con ciò che essa esplicitamente chiede e neppure con ciò che più generosamente colui che porge aiuto è portato ad elargire in modo immediato e " pre-tecnico " e, a questo proposito, si prenda, ad esempio, il caso molto semplice e comune della persona in preda ad una perdurante reazione depressiva, in seguito ad una serie di sfortunate circostanze di vita. Il " grado zero " della tecnica psicoterapica, cioè l'aiuto spontaneo, consiste nell'accoglimento e nella commiserazione, e dunque, per gradi, in una serie di tentativi di consolazione, di qui, chi porge aiuto, anche se non ha alcuna conoscenza psicologica, è spontaneamente portato ad un atteggiamento più attivo, che non confermi la malinconia dell'altro ma, al contrario, la combatta, da qui deriva un intervento frequentissimo ed ingenuo, e non di rado venato di impazienza, ovvero quello che consiste nel dire con insistente ed affettuoso vigore al depresso che egli può e deve reagire mobilitando, dentro di sè, le doti delle quali sicuramente dispone, di fiducia, forza, interesse per la vita. Purtroppo però, ciò che a questo punto il profano quasi mai comprende spontaneamente, è che un intervento del genere tende sempre a far peggiorare lo stato d'animo dell'altro, infatti il depresso soffre di schiaccianti sensi di colpa, e tende a rimproverarsi per la propria insufficienza, per cui il sentirsi dire che se soltanto lo volesse, potrebbe tranquillamente reagire, se da un lato tende a convincerlo dell'esistenza di questa effettiva potenzialità, da un altro lato lo espone immediatamente ad una ulteriore sconfitta, perchè di fatto egli non riesce affatto nel suo tentativo di mobilitare queste parti più vitali. Cio' ribadisce in lui alcuni degli aspetti tipici della sua patologia, ovvero che, oltre a trovarsi oppresso da una convinzione profonda di fallimento, egli ha anche la sensazione di soffrire non già per via di fattori oggettivi, che comunque non potrebbe, in qualsiasi caso, controllare direttamente, ma a causa di una sorta di difetto della volontà, di cui invece si sente moralmente responsabile. A questo punto si può aggiungere che il depresso ha sovente un interesse patologico inconscio ad indurre in chi lo assiste atteggiamenti frustranti e punitivi, che gli permettano di espiare una parte dei propri sensi di colpa, e marginalmente di utilizzare la propria sofferenza all'interno di nuove strutture di rapporto interpersonale occultamente sadomasochistiche, egli infatti potrebbe anche tendere ad indurre, senza accorgersene, atteggiamenti pseudoterapeutici che cristallizzano la sua situazione psicologica di sofferenza. Il paziente, ad esempio, che per propri motivi psicopatologici è ipercoinvolgente e seduttivo, tende facilmente ad indurre nel terapeuta ingenuo un atteggiamento simmetrico di calda intesa, ma questa situazione di immediata e pseudo-paritaria complicità reciproca non conduce, in genere, ad esiti positivi sul piano clinico, infatti, il terapeuta, in quanto lusingato dalla connivenza con l'altro, vi si identifica e si trova a perdere il proprio ruolo, e quindi ogni fulcro possibile per il suo operare curativo, per questo qui, come in molti altri casi, una disponibilità solida, disciplinata e silenziosa verso l'altro è spesso molto più efficace che una serie di interventi più attivi. Per concludere, si potrebbe dire che, di fatto, le attenzioni " tecniche " della psicoterapia si fondano soprattutto sulla possibilità che la persona investita di un ruolo curativo non sia ecessivamente intralciata da personali problematiche irrisolte o mal compensate, nè da significative fragilità interiori e che le più prudenti ed efficaci articolazioni psicoterapiche dipendono dalla possibilità che il curante sia in grado di distanziarsi dal rapporto in cui è emozionalmente impegnato, e di esaminarlo con un minimo di oggettività, così da coglierne i principali aspetti inconsci.