Il pregiudizio può essere iniquo, ma risponde a una necessità di difesa

Riccardo Bacchelli, 1929

 

Perché non se ne tornano da dove sono venuti? Non li vogliamo quelli come loro!”.

Frasi come queste sono all’ordine del giorno, rivolte spesso verso immigrati, ma anche nei confronti di chi non appartiene alla maggioranza in un dato contesto culturale (donne in un azienda, “tossicodipendenti” in un parco, bambini disabili in una scuola).

In psicologia un atteggiamento di questo tipo è definito pregiudizio, ovvero considerazioni verso gli altri basate unicamente sulla loro appartenenza ad un gruppo, una categoria. Talvolta i pregiudizi si trasformano in aperte discriminazioni, ovvero in comportamenti violenti tesi ad eliminare, isolare, precludere, gli individui bersaglio degli stereotipi.

Molte ricerche ci dicono che l’origine del pregiudizio è culturale ed estremamente influenzata dalle credenze costruite all’interno della comunità di appartenenza. Ciò che caratterizza le forme di pregiudizio più violente è il potere; sono in fatti in misura maggiore i gruppi più forti a creare stereotipi negativi, al fine di mantenere lo “status quo”, impedendo il cambiamento degli equilibri.

Potremmo comunque affermare che una componente del pregiudizio è estremamente generalizzata, tanto da renderlo quasi inevitabile, mentre un’altra è più strettamente contestuale e legata al clima comunitario del momento.

La prima ha a che fare con la nostra identità.

Nel momento in cui ci fermiamo a riflettere su chi siamo, assieme ad una serie di caratteristiche personali (estroversione/introversione, curiosità, maggiore o minore affidabilità, ecc.) inizieremo a definirci sulla base dei gruppi di appartenenza: professionale (sono un medico, un operaio, uno psicologo, ecc.), familiare (figlio, padre, nipote, ecc.), ricreativo (tifoso, pallavolista, giocatore di scacchi, ecc.).

La nostra identità è dunque strettamente connessa a specifiche categorie gruppali. Siamo fatti di gruppi. Dato che, in termini generali, preferiamo avere un’immagine positiva di noi e che la nostra identità vive anche di “luce riflessa” rispetto ai successi/insuccessi dei gruppi a cui apparteniamo, avremo la tendenza a considerare positivamente i membri che fanno parte delle nostre stesse categorie e negativamente le persone legate ad altre classi, in particolare modo se in concorrenza con noi. Ecco che il pregiudizio diventa quasi necessario.

La seconda componente che sostanzia gli stereotipi, maggiormente collegata agli aspetti comunitari, ha a che fare con il clima emotivo collettivo.

Numerose ricerche hanno evidenziato una stretta relazione tra umore e pregiudizio. Nel momento in cui il disagio sociale è più elevato le discriminazioni diventano più frequenti. Si tratta di una sorta di meccanismo difensivo, per cui il disagio, mal sopportato, deve essere “scaricato” creando una capro espiatorio. In questo modo si sostanzia l’illusione che eliminando l’altro si può eliminare il problema, creando una via d’uscita psicologica “vantaggiosa”, poiché ci fornisce una soluzione apparentemente semplice e che non ci responsabilizza direttamente.

Sostanzialmente è quello che è successo nella Germania nazista, quando un leader influente come Hitler, operando in un clima emozionale negativo, ha indotta la popolazione a prendersela con un “gruppo bersaglio”, gli ebrei.

Il pregiudizio è dunque un meccanismo estremamente potente, connesso con elementi sia interni, che hanno a che fare con la nostra identità, che esterni, legati al clima sociale. Per poterlo contrastare le leggi non sono sufficienti, anche se utili, a modificare la percezione sociale. Le leggi possono cambiare dall’oggi al domani, mentre per cambiare il comportamento in genere ci vuole molto di più. Occorre dunque un continuo processo di riflessione personale e collettiva.