Introduzione

L'incidenza dei Disturbi di Personalità (DP) nella popolazione generale e nei pazienti psichiatrici è piuttosto elevata (4-10% e 30-40% rispettivamente), tuttavia questa diagnosi resta ancora poco considerata in ambito clinico. La diagnosi di DP è comples­sa e spesso si sovrappone ai normali tratti del funzionamento personologico dell'individuo e per queste ragioni molte volte rischia di non essere riportata, causandone una sottostima. Essere affetto da un DP significa soffrire in maniera intensa e spesso drammatica, avere difficoltà a condurre una vita produttiva e a relazionarsi in maniera adeguata. Le persone che vivono con chi è affetto da questo disturbo sono spesso vittime di comportamenti disfunzionali, per esempio violenze, separazioni o abusi.

I DP sono egosintonici, cioè la persona non riconosce i sintomi come parte di un disturbo, ma semplicemente come un modo di essere. Questa egosintonia spesso non permette di chiedere aiuto se non per la presenza di sintomi secondari (per esempio, ansia, depressione) o di comportamenti pericolosi (per esempio, abuso di sostanze, violenza). Spesso, a causa del comportamento proble­matico, questi soggetti vengono inviati agli specialisti da amici o familiari: in questo caso diventa difficile costruire una forte alleanza terapeutica e far comprendere loro la natura del problema.

I disturbi più frequentemente associati sono abuso di alcol o farmaci, comportamenti violenti o autodistruttivi, ansia, de­pressione, ma anche sintomi transitori di tipo psicotico. Si com­prende quindi come i soggetti con un disturbo di personalità siano quelli con minori probabilità di conformarsi al regime di trattamento prescritto. Inoltre sono spesso "fastidiosi" per chi sta loro accanto, terapeuti inclusi, che devono far fronte a paure irrazionali, a richieste eccessive, all'inosservanza delle prescrizioni e a denigrazioni rabbiose.

Difficoltà nel riconoscere un Disturbo di Personalità

La diagnosi dei DP si basa sull'osservazione di schemi di comportamento rigidi e ripetitivi che causano sofferenza e compromettono il funzionamento sociale, schemi di cui spesso il paziente non ha consapevolezza.

In realtà non sempre è possibile stabilire un netto confine tra chi presenta solo alcuni tratti alterati di personalità e le personalità realmente patologiche. È verosimile pensare a un graduale passaggio fra tratti costitutivi della personalità armonica, tratti "sfumati" in senso disadattivo e tratti caratteristici del disturbo. Tutti condividiamo in grado maggiore o minore parte dei "tratti" caratteristici dei DP, come per esempio l'idealizzazione, la svalutazione, la vanità, gli scoppi d'ira, la noia, la seduttività, i cambiamenti rapidi di emozioni, la devastazione di fronte alle critiche, il bisogno di essere speciali e unici, i fallimenti dell'empatia, infedeltà, l'ipervigilanza, le idee di riferimento, i manie rismi stravaganti, il bisogno di consigli per piccolezze, l'avere problemi a iniziare delle attività, il sentirsi deva­stati quando una relazione finisce, l'essere perfezionisti o irresponsabili, l'essere troppo sottomessi o distaccati, l'odiare la solitudine, il desiderare l'accettazione e temerne il rifiuto, il risentirsi per il controllo degli altri o criticarne l'autorità. La domanda che ne consegue è quanti di questi tratti debbano essere presenti e per quanto tempo prima di essere considerati affetti da un DP. In realtà solo quan­do sono «rigidi e maladattivi, e causano menomazione funzionale significativa o disagio soggettivo» i tratti di personalità configurano un DP.

Per diagnosticare correttamente un DP è necessario rivol­gersi a un esperto che, dopo un'attenta valutazione e, quan­do possibile, utilizzando test psicometrici e colloqui con i familiari, elaborerà una diagnosi, valutandone la gravità e prescrivendo le cure necessarie.

Il Minnesota Inventory II (MMPI II), la Structured Clinical Interview for DSM (SCID-II), il Millon Clinical Multiaxial Inventory (MCMI‑ III) e il Temperament Character Inventory (TCI-R) sono i test di personalità più largamente utilizzati.

Nel medesimo individuo frequentemente coesistono tratti di due o più DP. Solo in alcuni casi è possibile che una persona con DP rientri perfettamente nello schema di uno specifico DP.

Le persone affette da un DP mantengono comunque alcune relazioni con gli altri; spesso sembrano corrispondere a cri­teri di normalità e sono inserite, seppure in maniera insoddi­sfacente, nella società. A differenza di altri disturbi mentali possono non essere presenti alterazioni grossolane del com­portamento. Questo rende ancora più difficile la diagnosi e facilmente la persona può essere definita come scarsamente motivata e responsabile della propria situazione.

I Disturbi di Personalità nella Nosografia attuale

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (Dia­gnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, DSM­IV-TR), individua dieci DP codificati con specifici criteri e inoltre applica una definizione generale utile per rilevare la presenza di un DP. Il DP viene definito «un modello duraturo di esperienze interiori e comportamenti che devia marcatamente dalle aspettative della cultura dell'indivi­duo; è pervasivo e inflessibile, compare nell'adolescenza o all'inizio dell'età adulta, è stabile nel tempo e comporta sofferenze o inabilità». Questa definizione permette di iden­tificare la presenza di un DP senza valutare quale specifico disturbo sia presente.

Di seguito si riportano nello specifico i criteri generali adottati dal DSM, che devono essere tutti con­temporaneamente rispettati per una diagnosi di DP.

Criteri generali adottati dal DSM-IV-TR per la diagnosi di Disturbo di Personalità

A Un modello abituale di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo. Questo modello si manifesta in due (o più) delle aree seguenti:

1 cognitività (cioè modi di percepire e interpretare se stessi, gli altri e gli avvenimenti)

2 affettività (cioè, la varietà, l'intensità, la labilità e l'adeguatezza della risposta emotiva)

3 funzionamento interpersonale

4 controllo degli impulsi

B Il modello abituale risulta inflessibile e pervasivo in una varietà di situazioni personali e sociali.

C Il modello abituale determina un disagio clinicamente significativo e la compromissione del funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti.

D II modello è stabile e di lunga durata e l'esordio può essere fatto risalire almeno all'adolescenza o alla prima età adulta.

E Il modello abituale non risulta meglio giustificato come manifestazione o conseguenza di un altro disturbo mentale.

F Il modello abituale non risulta collegato agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per esempio, una droga di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale (per esempio, un trauma cranico).

 

Il DSM-IV-TR definisce una serie di specifici DP, codifi­cati sull'Asse II, classificandoli in tre gruppi in relazione a caratteristiche comuni.

Il gruppo A, definito bizzarro-eccentrico, comprende il Disturbo Paranoide, il Disturbo Schizoide e il Disturbo Schizotipico.

Il gruppo B, definito drammatico-imprevedibile, è compo­sto dal Disturbo Antisociale, dal Disturbo Borderline, dal Disturbo Istrionico e dal Disturbo Narcisistico.

Infine, il gruppo C, detto ansioso-timoroso, comprende il Disturbo Evitante, il Disturbo Dipendente e il Disturbo Ossessivo-Compulsivo.