Secondo un recente sondaggio il 71% delle persone pensa che il mondo stia andando a rotoli. Davvero è così oppure si tratta solo di un’illusione psicologica?

Di certo il 2015 non sembra cominciato con il piede giusto. Attentati efferati, omicidi di massa e, proprio ieri, l’eccidio in Iraq di un gruppo di adolescenti a opera degli integralisti. Solo per aver assistito a una partita di calcio in tv. Di certo non un inizio incoraggiante, a voler essere eufemistici.

Ma il mondo è davvero così in declino?

L’emittente radio britannica The Human Zoo ha di recente mandato in onda un servizio sul declinismo, l’idea secondo cui gli esseri umani sarebbero predisposti a vedere il passato in modo più favorevole e a preoccuparsi che in futuro le cose vadano peggio. In un sondaggio informale condotto dall’emittente, il 71% degli intervistati ha dichiarato di credere che il mondo sta peggiorando e solo il 5% che sta migliorando.

Come stanno in realtà le cose?


Il declinismo è un’illusione percettiva

Due linee di ricerca psicologica potrebbero illustrare perché la gente crede che il mondo stia peggiorando.

La prima fa riferimento al cosiddetto picco dei ricordi (reminiscence bump). In ricerche condotte a cavallo fra gli anni 80 e 90 gli studiosi hanno mostrato che chiedendo a soggetti settantenni di ricordare fatti autobiografici, essi mostravano la tendenza a ricordare meglio gli eventi accaduti dai 10 ai 30 anni di età. La capacità di richiamo subiva una caduta nella fascia dai 30 ai 60 anni e poi saliva di nuovo vicino ai 70. In altre parole, si ricordano meglio gli eventi avvenuti in tarda gioventù o all’inizio della senilità.

La seconda è nota come effetto positività (positivity effect), spiegato in uno studio del 2005 di M. Mather e L. Carstensen. In sintesi, quando le persone invecchiano tendono a esperire meno emozioni negative e inoltre ricordano i fatti positivi meglio di quelli negativi.

Mettendo insieme questi due concetti, picco dei ricordi ed effetto positività, il risultato è che le persone ricordano meglio i fatti passati e positivi. Ovvero, ci ricordiamo più favorevolmente degli anni più giovani. Questo potrebbe spiegare perché molti pensano che il mondo sia in declino.

Si potrebbe aggiungere un terzo effetto, paradossale, riportato da S. Pinker nel suo Il declino della violenza: la vita è sempre meno violenta, sostiene Pinker, ma le norme morali si evolvono più velocemente della realtà. Il risultato è che siamo sempre più sconcertati da cose che un tempo avremmo accettato come normali. Le notizie di torture ed eccidi ci disgustano perché tortura ed eccidio non fanno più parte della nostra vita quotidiana. Ne avvengono meno che un tempo, ma oggi le consideriamo intollerabili.


Le cose non sono così male come sembrano

Certo, le persone potrebbero pensare che oggi le cose vadano peggio che in passato perché potrebbe davvero essere così. Ma di nuovo la ricerca ci viene in soccorso e mostra evidenze di segno contrario.

In uno studio del 2013 pubblicato da Psychological Science, A. Sutin e colleghi studiano dati su 30 anni di benessere percepito provenienti da tre gruppi sociali: giovani, di mezza età, anziani. In generale, gli anziani riportano una percezione di  benessere inferiore rispetto a giovani e persone di mezza età. Ma aggregando i dati dei gruppi si nota che la percezione del benessere aumenta largamente lungo l’arco di vita. Allora perché i livelli più bassi si trovano negli anziani? Gli autori sostengono che ciò accade perché molte persone di questo gruppo, nate nei primi anni del 1900 in un periodo di guerra e incertezza economica, sono partite con livelli più bassi di benessere. Una volta considerato adeguatamente questo effetto, tutti e tre i gruppi hanno mostrato un effetto di benessere aumentato. È solo che sono partiti (e arrivati) a livelli diversi.

Va detto che il benessere percepito è uno solo dei tanti indicatori che si possono utilizzare in ricerca. Ma anche considerando altre misure, le cose oggi paiono andare abbastanza bene. L’aspettativa di vita è aumentata, la violenza diminuita, perciò il declinismo potrebbe realmente essere un artefatto mentale.


Bias della negatività e depressione

Così come esistono evidenze di una tendenza alla positività, ne esistono anche in favore della negatività. Gli eventi a impatto emotivo negativo si ricordano meglio di quelli positivi e possono avere un effetto maggiore su atteggiamenti e comportamenti. Ad esempio, rimuginiamo di più sulle critiche ricevute che sui complimenti ed elaboriamo le informazioni negative meglio di quelle positive.

E com’è facile intuire, la tendenza all’interpretazione negativa degli eventi è più pronunciata negli individui affetti da depressione.

Tale rilievo è ancor più saliente se si considera che la depressione è in generalizzato aumento. Ciò potrebbe essere un bene, dato che implica una maggior conoscenza del funzionamento della nostra mente, della capacità di diagnosticare i disturbi mentali e di poterli curare meglio.


La storia si ripete

Fatto salvo tutto quanto sopra, è chiaro che le differenze individuali giocano un ruolo chiave. Non tutti vedono nero e non tutti ricordano entusiasticamente gli anni più giovani.

Nulla di nuovo sotto il sole, del resto. Ogni epoca ha i suoi affanni. Una tavoletta assira del 2800 A.C., quindi di quasi 5000 anni fa, recita: «In questi ultimi tempi il mondo si è degenerato al dì là di ogni immaginazione. La corruzione e l’insubordinazione sono diventate cosa comune. I figli non obbediscono più ai genitori e ormai non può che essere imminente la fine del mondo».


Fonti:
The Guardian online. 2015. Declinism: is the world actually getting worse? (by Pete Etchells)
Internazionale online. 2015. Dolore cosmico (di Oliver Burkeman).