«Un domani, quando moriremo, i nostri cari non dovranno piangere sulle tombe, basterà schiacciare un tasto e attivare il nostro gemello digitale per interagire con noi»
John Smart

 

E’ risaputo che il lutto è uno stato emotivo inevitabile col quale ognuno nella vita dovrà prima o poi confrontarsi e viene inteso generalmente come la reazione fisiologica alla perdita di una persona cara.

Uno dei modelli del lutto maggiormente seguiti è quello formulato dalla Kübler-Ross (1970), un modello a cinque fasi che rispecchierebbe le reazioni di fronte ad un evento traumatico, peraltro specificando che potrebbero non avere un ordine ed una durata definiti per ognuno, ma anzi tutto dipende dalle risorse presenti nel soggetto.

L'autrice riconosce nella prima fase il rifiuto, inteso come la negazione di ciò che è successo; la fase successiva sarebbe quella della rabbia, che dà modo di interrogarsi su domande apparentemente senza risposta certa, "perchè a me?", "perchè proprio ora?", "perchè non ho capito?", con attribuzione di colpe e responsabilità per l'accaduto.

Seguono poi il patteggiamento (una sorta di negoziato che ristabilisce la speranza) e la depressione, reazione fisiologica all'evento di perdita che il soggetto sta vivendo, per poi culminare nell'accettazione, fase che però non tutti raggiungono. L'accettazione, infatti, risulta più difficile quando la morte è traumatica (es. omicidio, suicidio, o incidente stradale).

L’elaborazione del lutto è un processo che cambia nelle varie culture e si adatta nelle varie ere in cui l’uomo la fronteggia.

In un mondo in cui la vita corre sui social a discapito della propria reale identità, ci si dovrà chiedere fino a che punto, la tecnologia, si impadronirà di noi. Quanto è fondata quindi l'affermazione secondo cui siamo i fautori della nostra distruzione?

A mostrarcelo, in maniera tanto angosciosa quanto verosimilmente realistica, ci pensa bene la serie Tv "Black mirror". Giunta alla seconda stagione con puntate che raccontano storie diverse e con personaggi diversi ma con un fil rouge narrativo: la tecnologia avanzata, quella ancora sconosciuta all'essere umano del 2015, quella che abbraccia intelligenza artificiale e neuroscienze, quella che annienterà la coscienza e i sentimenti umani.

Il titolo della miniserie non è per nulla casuale: il vero specchio nero è quello creato dall'uomo con la tecnologia, quella tecnologia spinta all'estremo che non gli consente di vedere l'immagine di sè allo specchio, di riconoscersi come persona. Tutto ciò, in metafora, significa la perdita irreparabile del sè, l'annientamento dell'Io, l'obnubilamento della coscienza, la distruzione dell'essere umano.

"Torna da me" è uno dei sei brevi episodi della miniserie, che parla di difficoltà di accettazione, di fronte alla morte. "Torna da me" è quel desiderio che deve essere soddisfatto a tutti i costi, pur se non si crede come realistico. "Torna da me" parla del lutto in chiave infantile, come soddisfacimento di un proprio bisogno primordiale, il bisogno dell'altro, accanto alla difficoltà ad accettarne la perdita, la fine. "Torna da me" controverte le cinque fasi della Kubler-Ross, dà uno schiaffo all'accettazione, controvertendo le leggi umane ed umanoidi.

“Torna da me” tratta di una morte traumatica e della difficoltà, per chi sopravvive, di poterla accettare. Parla di un programma tecnologico avanzato che consente al sopravvissuto di dialogare telefonicamente col defunto, ricevendo risposte veritiere come se egli fosse vivo.

Un defunto il cui profilo viene ricostruito attraverso un complicatissimo algoritmo che attinge le informazioni dai social network in cui il defunto stesso aveva riposto, in vita, tutte le proprie quotidianità ed abitudini (in poche parole, la propria identità). Non accontentandosi della sola voce la protagonista richiede il profilo avanzato del programma tecnologico ossia l’invio a casa (tramite corriere) di un umanoide di cellulosa, delle stesse sembianze del defunto, che si attiva con degli elettroliti, programmato per funzionare come se fosse un umano.

Poco ci vuole ad accorgersi, anche nella serie stessa, che non v’è paragone con la vita reale e che l’umanoide, per quanto simile, non potrà mai avere sentimenti infatti la protagonista, verso il finale, con l'intento di liberarsene, recita: "Tu non sei lui, sei tu. Sei solo un accenno di ciò che era lui. Non hai nessuna storia, sei l'interprete di ciò che lui faceva senza pensare. Non può bastarmi ciò che sei". Nonostante tutto, nonostante la presa di coscienza, non ne può fare a meno, non può accettare il reale abbandono, non può decretarne la morte.

Con ciò parliamo ovviamente di pura fantascienza, non molto distante però da una rappresentazione (pur grottesca) di ciò a cui “avere i nostri dati online” ci sta conducendo. 

Il messaggio alla base è che “anche da morti saremo vivi”, in uno spazio indefinito.

Il messaggio alla base è la paradossale rappresentazione di cosa voglia dire non accettare una fine, non accettare la morte.

Tutto ciò merita uno spunto di riflessione.



  

Bibliografia:

Kübler-Ross E. (1970), La morte e il morire, Assisi, Cittadella Editore, 13° ed. 2005.

Totaro, S., Scocco, P. (2015). "Perchè occuparsi di chi è in lutto per un suicidio? L'esperienza di progetto Soproxi". Storie e geografie familiari, 13/14.

The black mirror. Serie Tv, 2013. Episodio “Torna da me”.