“Non mi abbandonare!”

E’ l’urlo del neonato quando col pianto chiama.. .

"Ho fame … Ho caldo... Ho freddo... Sono sporco... Oppure ho semplicemente voglia di un abbraccio, voglio sentire che il tuo corpo c’è ed è ancora per me, che ancora vuole darmi il suo calore, che ancora vuole concedermi la vita e che mi accoglie … Una nuova volta … Ancora "...

"Fammi sentire le tue mani mentre con dolcezza accarezzano il mio viso, e si stringono attorno alle mie spalle, dandomi la sicurezza che ce la farò, che potrò camminare anch’io da solo in questo mondo"...

"Non so ancora riconoscere il tuo volto, ma so che quest’odore è il tuo, che questo dolce profumo mi accompagnerà, come questa voce, che mi tiene compagnia, mentre sto aprendo i miei occhi al mondo, senza sapere se mi piacerà, né ciò che avrò di fronte

“Non mi abbandonare!”

Dice il pianto del bambino, che non vuole essere lasciato all’asilo e rimane ancorato alla sottana della mamma, perché teme di rimanere  in quel posto sconosciuto, per un tempo che non sa quantificare, perché non ne conosce ancora la dimensione.

“Non mi abbandonare!”

Dice il pianto del bambino quando si tappa le orecchie, per non sentire le urla che sente intorno a sè, per la paura che stia accadendo qualcosa di terribile, che non riesce a contenere.

Basterebbe un abbraccio per dissipare le sue paure, lo sconcerto per un mondo sconosciuto e avverso.

Provate a camminare di notte, nella melma di una lago, a piedi nudi e gli occhi bendati… La sensazione che provereste, non sarebbe minimamente comparabile a quella che prova un bambino, quando un adulto non gli offre protezione e sostegno, il senso di smarrimento è totale.

L’abbandono è un vissuto devastante.

Sentirsi “preso” nelle braccia, "contenuto" tra le braccia, ha una valenza emotiva molto forte per il bambino, poiché risponde la suo bisogno di sicurezza e protezione.

L’abbraccio dona al bambino la sicurezza di essere “visto”, che non riguarda solo una funzione visiva, ma qualcosa di molto più profondo, perché è proprio l’essere considerati, ascoltati, capiti, valorizzati.

Accogliere tra le proprie braccia un bambino con sicurezza, vuol dire trasmettergli il messaggio di rispondenza, vuol dire dare valore alla sua venuta al mondo, al suo essere tra di noi e con noi.

Un bambino che non si sente adeguatamente accolto dall’abbraccio, vivrà la sofferenza della delusione, rispetto alla sua richiesta di accoglienza. Conoscerà sensazioni negative, che si scriveranno sulla sua pelle, come delle piccole cicatrici, che col tempo lo porteranno a strutturare un modo di essere sempre più svincolato dalle richieste, indotto ad una fredda e staccata autonomia emotiva.

Non sarà un’autonomia raggiunta consapevolmente, che attesta il suo valore e le sue capacità di individuo, quindi positiva per la sua crescita, al contrario, si tratta di un’autonomia indotta da situazioni e circostanze, non scandite da valori positivi, ma da abbandoni e negazioni emotive.

L’autonomia dall’affettuosità, non è una buona autonomia, non è lo svincolo verso la crescita sana ed equilibrata, verso la crescita di fiducia in se stessi, bensì una forma distorta di indipendenza, con la quale il bambino sopperisce alla mancanza di attenzioni e affettuosità, che non riesce a ricevere in modo naturale.

Pareggia la propria sofferenza con l’acquisizione di un distacco emozionale. Le reazioni potranno essere di varia natura.

Tenderà a sviluppare atteggiamenti impulsivi, oppositivi e incapacità di dare e ricevere affetto, oppure assumerà atteggiamenti di chiusura,verso il mondo, con l’ incapacità a stabilire relazioni stabili e coinvolgenti.

Viene spontaneo chiedersi: Che tipo di adulto sarà questo bambino?. . . 

Cercherò di dare una risposta nel prossimo articolo, per il momento lascio a voi le deduzioni...