Quanto influisce il nostro sistema sociale nell’incrementare la malattia mentale? Ansia, stress, depressione, fobia sociale, disturbi alimentari, autolesionismo colpisco sempre più persone al mondo, coinvolgendo non solo adulti ma anche bambini e adolescenti. Ci sono diverse variabili che entrano in gioco nello sviluppo del disagio psichico, rimane di particolare importanza la variabile sociale e psicologica. Gli esseri umani, mammiferi ultra-sociali, i cui cervelli sono cablati per rispondere ad altre persone, creare legami, mantenere relazioni si trovano ad affrontare un cambiamento economico e tecnologico considerevole, dove, nonostante il nostro benessere sia indissolubilmente legato alla vita degli altri, ci porta ad una competitività sempre più estenuante ed un individualismo estremo. L'occupazione è diventata una lotta per la sopravvivenza con una moltitudine di altre persone disperate che inseguono sempre meno posti di lavoro. Competizioni senza fine in televisione che alimentano aspirazioni impossibili ed illusioni di reali opportunità.

Un consumismo che riempie il vuoto sociale ma lontano dal proteggere da un isolamento sempre più marcato, che intensifica il confronto sociale, al punto in cui, dopo aver consumato tutto il resto, inizia a consumare anche noi. I social media ci riunisce e ci mette da parte, ci permette di quantificare la nostra posizione sociale, di confrontarci in base al numero di amici e persone che ci “seguono”, dove le foto vengono modificate per sembrare ciò che non siamo.

Non c’è da meravigliarsi che in questi mondi interiori solitari, in cui toccante è stato sostituito da ritocco, ci sia una maggior probabilità di incontrare il disagio mentale. Una recente indagine condotta in Inghilterra, suggerisce che una donna su quattro tra i 16 ei 24 soffra di un problema di salute psicologica. Ansia, depressione, fobie o disturbo ossessivo compulsivo colpiscono il 26% delle donne in questa fascia di età. Questo è una vera è propria crisi di salute pubblica.

La “rottura sociale” non è trattata come un evento serio, come può essere un rottura di un arto, questo perché è meno visibile. Ma i neuroscienziati possono dimostrare che il dolore non è meno intenso. Una serie di ricerche suggeriscono che il dolore sociale e il dolore fisico sono elaborati dagli stessi circuiti neurali. Questo potrebbe spiegare perché, in molte lingue, è difficile descrivere l'impatto di rompere legami sociali senza le parole che usiamo per indicare il dolore fisico e le lesioni. Sia negli esseri umani sia in altri mammiferi sociali, il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui abbracciamo i nostri figli quando stanno male: l'affetto è un analgesico potente. Gli oppioidi alleviano sia l’agonia fisica sia l'angoscia della separazione. Forse questo spiega il legame tra l'isolamento sociale e la tossicodipendenza .

Gli esperimenti riassunti nella rivista Physiology & Behaviour suggeriscono che, in una scelta obbligata tra dolore fisico e l'isolamento, i mammiferi sociali sceglieranno il primo. Le scimmie deprivate per 22 ore di cibo e di contatto tenderanno a ricongiungersi con i loro compagni prima di mangiare. I bambini che soffrono di trascuratezza emotiva, secondo alcuni esperti, possono subire conseguenze rilevanti per la loro salute mentale. Autolesionismo è spesso usato come un tentativo per alleviare la sofferenza. Il sistema carcerario conosce fin troppo bene, che una delle forme più efficaci di punizione è proprio l’isolamento.

Non è difficile capire quali potrebbero essere le ragioni evolutive per il dolore sociale. La sopravvivenza dei mammiferi sociali migliora quando sono fortemente legati con il resto del branco. Coloro che rimangono isolati ed emarginati hanno più probabilità di essere attaccati dai predatori, o morire di fame. Così come il dolore fisico ci protegge da danni fisici, il dolore emotivo ci protegge da un infortunio sociale. Esso spinge a riconnettersi. Ma molte persone trovano questo quasi impossibile.

È interessante sapere che l'isolamento sociale è fortemente associato con la depressione, il suicidio, l'ansia, l'insonnia, la paura e la percezione di minaccia. È sorprendente scoprire la gamma di malattie fisiche che provoca o aggrava: demenza, ipertensione, malattie cardiache, ictus, minor resistenza ai virus, anche gli incidenti sono più comuni tra le persone cronicamente solitarie. La solitudine ha un impatto sulla salute fisica paragonabile a fumare 15 sigarette al giorno: sembra aumentare il rischio di morte prematura del 26%. Questo, in parte, perché aumenta la produzione dell'ormone dello stress cortisolo, che incide sul sistema immunitario.

Studi condotti su animali e sull'uomo suggeriscono il conforto psicologico che deriva dal mangiare: l’isolamento riduce il controllo degli impulsi, che potrebbe incidere sulla salute alimentare. Coloro che vengono collocati nella parte inferiore della scala socioeconomica hanno più probabilità di soffrire di solitudine, potrebbe essere questa una delle spiegazioni per il forte legame tra basso status economico e l'obesità?

Chiunque può vedere l’importante impatto che la tendenza all’individualismo – isolamento può provocare nella salute delle persone. La domanda allora è perché siamo impegnati in questo delirio di auto-consumo di distruzione ambientale e dislocazione sociale, se tutto ciò che produce è un dolore insopportabile? Ciò non richiede solo una risposta politica. Si richiede qualcosa di molto più grande: la rivalutazione di un’intera visione del mondo. Di tutte le fantasie che le persone hanno, l'idea che si possa fare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa.

 

Fonte: The Guardian, George Monbiot

https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/oct/12/neoliberalism-creating-loneliness-wrenching-society-apart