Il difficile lavoro del debunker

Da qualche giorno il lavoro di un gruppo di ricerca diretto da Fabiana Zollo, pubblicato su PLOS One, sull'efficacia del debunking nei social media sta creando intense riflessioni e forse anche dei mea culpa da parte di qualche comunicatore della scienza. Il titolo di questo articolo-intervista a uno degli autori dello studio spiega bene la situazione: https://oggiscienza.it/2017/07/26/debunking-non-funziona-zollo/

 Il debunking* a toni forti non funziona!

I comunicatori della scienza, spesso, oltre a smontare teorie farlocche prive di supporto scientifico dei vari antivaccinisti, dei sostenitori delle scie chimiche o degli usufruitori di pratiche terapeutiche alternative, sono spesso caratterizzati da toni piuttosto accesi, non facendosi mancare le occasioni per "accusare" gli amanti della pseudoscienza di ignoranza, di irrazionalità e di tutto ciò che non consente loro di comprendere la scientificità o la non scientificità di un argomento. Tuttavia ciò che viene fuori dalla ricerca è che questo atteggiamento non dà frutti. Di conseguenza gli autori propongono di abbassare i toni ed essere più morbidi nella comunicazione.

I dati sono chiari, ma sorgono alcune riflessioni generali sul da farsi.

I toni più morbidi si sono rivelati più efficaci in qualche contesto simile?

E se, come l'esperienza sul campo ha in qualche occasione dimostrato, l'essere morbidi venisse interpretato dagli estremisti della pseudoscienza come una sorta di atteggiamento di apertura verso le loro convinzioni?

In una conferenza sui miracoli in cui aleggiava una "bella" condivisione pacata, ricordo che passò il messaggio che fede e scienza potessero andare d'accordo. Questo, però, è un messaggio completamente illusorio poiché fede e scienza partono da presupposti completamente diversi. Tuttavia la cosa bella è che nessuno litigò con nessuno, anche se alla base vi era un messaggio scorretto.

I dati della ricerca affermano che i toni aggressivi addirittura non fanno altro che irrigidire le posizioni. Allora che fare? Personalmente, ho tentato di dare un contributo al dibattito trattando l'argomento dell'efficacia della comunicazione scientifica nel mio saggio pubblicato con il CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) "Comunicare la scienza": https://oggiscienza.it/2014/12/02/libri-comunicare-la-scienza/

dove illustro come da un lavoro di tipo qualitativo, svolto come osservatore partecipante e come clinico, siano scaturite alcune riflessioni e punti di domanda:

toni morbidi o rigidi che siano farebbero cambiare idea a estremisti della pseudoscienza che, il più delle volte, sono animati da ideologie simil-deliranti paragonabili a veri e propri stati alterati della coscienza? Qui approfondisco la questione http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/4406-stati-alterati-riconoscibili.html

Si osserva che molti sostenitori della pseudoscienza sono portatori di un retroterra culturale ideologico molto radicato che fa da supporto a certe convinzioni. Avremo quindi l'amante della new age, il naturalista convinto, o peggio, clinicamente parlando, una struttura di personalità paranoica. Da un punto di vista prettamente clinico ritengo che non ci siano toni né morbidi né duri, né alcun atteggiamento umile in grado di modificare una base che, il più delle volte, si è impiantata nel corso del tempo e ha assunto connotazioni simil-patologiche.

Smettere di divulgare allora? Assolutamente no!

Nel testo propongo di far tesoro di alcune strategie utilizzate anche dal marketing, quest'ultime prese in considerazioni da molti studi di psicologia sociale. Il comunicatore della scienza, per trasmettere le sue idee, deve essere in grado di dimostrare che queste saranno utili al suo interlocutore. Per essere efficaci non basta dire le cose come stanno, ossia che quella determinata cura non funziona, che non esistono sostanze velenose utilizzate per modificare il clima o che non ci sono dati scientifici al riguardo etc. Seppur con toni pacati, queste affermazioni dovranno essere supportate da un concetto cardine: la gente cambia opinione solo se questa viene ritenuta vantaggiosa. Il comunicatore della scienza deve svolgere la funzione di problem solver, poiché la gente, animata o meno da ideologie pseudoscientifiche, cerca costantemente e perennemente di risolvere i propri problemi.

Se non si percepisce un vantaggio difficilmente un'opinione o, meglio, un atteggiamento sarà modificato e si avrà quindi la tendenza a mettere in atto una serie di difese psicologiche (immunizzazione, percezione selettiva, razionalizzazione) con lo scopo di difendersi dalle nuove idee (comunicate in modo duro o pacato) e di confermare ciò che già si pensa.

Va bene abbassare i toni, ma in base all'esperienza sul campo, aggiungerei gli insegnamenti del marketing. Il messaggio "pacato" dovrà far percepire che assumere un nuovo atteggiamento, derivante dal cambiamento di un'opinione, determinerà degli effetti positivi desiderabili, magari anche con qualche esempio a lieto fine.

Nello stesso ambito psicoterapico, davanti ai pazienti più resistenti, messaggi diretti, rimproveri, suggestioni frontali non danno risultati. In queste occasioni l’utilizzo di metafore, storie e aneddoti ha un effetto più significativo. La metafora, così come una storia, raggiunge il nostro sistema percettivo senza resistenze, poiché non coinvolge direttamente il paziente, ma gli consente di fare paragoni, di identificarsi e di trarne conclusioni indirettamente. 

La pseudoscienza sembra aver ben compreso questo concetto e fa molta presa sulla masse, come tento di descrivere in questo articolo: http://www.smarknews.it/smark/marketing-scientifico-perche-la-comunicazione-pseudoscientifica-fa-piu-presa/

Ovviamente la pseudoscienza mostra vantaggi illusori, la scienza quelli reali. Anche se, probabilmente, la cosa appare molto più semplice dal vivo che sui social dove la mancanza di una relazione reale rende tutto più complicato.

Tuttavia per chi ha deciso di abbracciare un credo alternativo, spinto da una radicata ideologia, non c’è storia che tenga e noi, dalla parte della scienza, dobbiamo farcene una ragione.

 

° è l'atto del confutare, basandosi generalmente su metodi scientifici o storici, un'affermazione o ipotesi.

 

per un approfondimento su scienza comunicazione e democrazia si veda anche "Giornalismo pseudoscientifico"  http://www.c1vedizioni.com/giornalismo-pseudoscientifico-