La neuropatia postherpetica (Fuoco di Sant’Antonio) è la conseguenza di una infezione

da Herpes virus, uno dei più diffusi virus, ospite abituale di moltissime persone.

Più precisamente si tratta di una infezione da herpes zoster un ceppo nella numerosa famiglia di virus herpetici. La manifestazione più comune di questo visus è la varicella, malattia infantile a tutti nota che pur avendo posssibili complicanze anche gravissime, normalmente decorre in modo benigno nell’infanzia.

Durante la varicella, l’organismo sviluppa, come abitualmente, una difesa anticorpale specifica che ha in breve tempo ragione delle manifestazioni patologiche della varicella pur non riuscemdo ad eradicare completamente il virus che per così dire si rifugia nei gangli nervosi spinali dove non da segno di se per numerosi anni e quasi sempre per tutta la vita.

In questa fase il virus non è in grado di moltiplicarsi essendo tenuto a bada dal sistema immunitario. Statisticamente, in chi ha avuto la varicella, non più del 15-20% ha la probabilità di sviluppare una ulteriore infezione da herpes zoster durante la sua vita.

Le principali cause di comparsa di una attivazione del virus sono legate a deficit anche momentanei della immmunocompetenza: primo fra tutti l’invecchiamento che si accompagna inesorabilmente con ma minore efficacia dei sistemi omeostatici e di difesa e che può permettere al virus di riprodursi nuovamente e di provocare la nuova infezione, Frequentemente l’equilibrio è rotto da cause iatrogene come la somministrazione di famaci immunosopressori di cui il più abusato è il cortisone e i suoi derivati. Sono ovviamente a rischio anche coloro che per malattie tumorali vengono trattati con chemio o radioterapia..Gli stili di vita possono essere causa di reinfezioni herpetiche: la eccesiva esposizione ai raggi solari al freddo o a diete che impoveriscono il patrimonio proteico ed enzinatico.

Infine ma non per importanza condizioni di stress fisico o psichico, sono in grado di ridurre la immunocompetenza per un periodo di tempo sufficiente alla riproduzione dell’herpes zoster (tipicamente un lutto, un abbandono o la perdita del lavoro)

La manifestazione più comune della riattivazione del virus è la comparsa di bollicine localizzate sulla parete toracica lungo l’andamento di una o più coste con febbre, malessere generale e dolore più o meno intenso. Trattate o meno con un antivirale specifico (se vengono correttamente diagnosticate), le bollicine dopo pochi giorni si rompono ed infine seccano lasciando talvolta macchie sulla pelle.

Ma purtroppo in elevata percentuale il problema non finisce qui.. Dopo giorni e talvolta mesi compare un dolore intenso bruciante associato a formicolii iperalgesia ed allodinia. E qui comincia l’inferno in terra.

Il bruciore spesso è intollerabile e associato ad una ipersensibilità tale da non tollerare neppure il lieve peso dei vestiti (allodinia), le notti diventano un inferno e la qualità di vita decade rovinosamente.

La localizzazione cutanea toracica è la più frequente, ma non mancano localizzazioni addominali, facciali, oculari o in qualsiasi altro luogo innervato da un nervo sensitivo.

La tendenza alla guarigione spontanea è purtroppo infrequente ed il dolore si cronicizza rendendo la vita un inferno.

Gli analgesici antiinfiammatori sono assai poco efficaci e se si tenta una terapia fai da tè si va spesso incontro ad abuso di farmaci inutili e dannosi.

Il fuoco di Sant’Antonio deve essere diagnosticato il più rapidamente possibile ed in seguito curato da un terapista del dolore che ha sviluppato una grande esperienza.

Molti terapisti del dolore si sono giocati la loro reputazione su questo dolore che molto spesso appare resistente anche agli oppiacei maggiori.

Il fuoco di Sant’Antonio è un tipico dolore neuropatico ( da lesione del sistema nervoso periferico) e deve essere trattato con i farmaci universalmente provati come potenzialmente efficaci che appartengono alle famiglie degli antiepilettici e degli antidepressivi (gabapentin, pregabalin, amitriptilina ,duloxetina ed altri sempre appartenenti a queste famiglie farmacologiche.). Questi farmaci vedono i singoli pazienti come responders, parzialmente responders o non respoders (per questo ho usato l’espressione potenzialmente efficaci).

Un approccio ragionevole può essere aumentare gradualmente il dosaggio degli antiepilettici e degli antidepressivi sino ad ottenere l’attenuazione della sintomatologia o la comparsa di effetti collaterali non tollerabili (sonnolenza, vertigini, alterazioni dell’equilibrio, della concentrazione, della visione ed altri più rari). Laddove si arrivi a dosaggi elevati senza sollievo è giustificato l’impiego degli oppiacei minori e al bisogno maggiori (tramadolo, codeina, ossicodone, idromorfone).

Nel caso il dolore resista a tutto ciò, è necessario tentare metodi più invasivi come le infiltrazioni dei tronchi nervosi interessati con licocaina (un anestetico locale) o l’impiego percutaneo di capsaicina (estratto di peperoncino rosso) o altre metodiche famacologiche e non che non sono ancora state validate da studi controllati ma che talvolta si sono manifestate efficaci.