La dipendenza affettiva ("love addiction" in lingua inglese) è una condizione psicologica nella quale una persona mostra la difficoltà a porre un confine psichico tra se stessa e l'altro, e a conservare la propria individualità all'interno di un rapporto sentimentaleInfatti, nutrendo l'aspettativa che il proprio benessere psico-fisico dipenda quasi esclusivamente dalla presenza del partner, ci si lega a lui in maniera eccessiva, si diviene per l'appunto dipendenti (dal latino "de pendere", ossia "essere appeso", "attaccato"), e sono proprio questi vissuti che inducono la persona ad essere, come in un circolo vizioso, sempre più gelosa ed ossessiva.

Temendo costantemente l'abbandono e la solitudine, una persona dipendente affettivamente spesso ricerca l'approvazione e l'accondiscendenza di chi è vicino, portandola in questo modo ad attuare comportamenti e a prendere decisioni molto spesso accomodanti, remissive e non realmente sentite come proprie. Inoltre, a causa di un senso di inadeguatezza e di un atteggiamento negativo nei propri confronti, una persona dipendente affettivamente rischia di annullarsi per l'altro, dedicandogli tutta se stessa e arrivando a disconoscere i propri bisogni.

Quello della dipendenza affettiva, è un fenomeno conosciuto ed analizzato da molto tempo: già nel 1945, infatti, lo psicoanalista austriaco Otto Fenichel impiegava il termine "amoredipendenti" per descrivere proprio una forte dipendenza sentimentale.

La letteratura psicologica che affronta l'argomento, mette in evidenza come nelle storie di vita di persone dipendenti affettivamente si riscontrino spesso famiglie iperprotettive oppure genitori incapaci di soddisfare gli autentici bisogni dei propri figli. Seppur sempre difficile stabilire in che misura, certamente queste diverse situazioni familiari possono influenzare un altro elemento psicologico presente nelle persone con dipendenza affettiva: la tendenza a stabilire un legame simbiotico con il partner. Secondo la psicoanalista Verena Kast (Kast, 2007), infatti, chi vive in una condizione simbiotica in apparenza si percepisce parte di qualcosa che le offre protezione, la accoglie e la solleva dalle necessità di dover prendere decisioni. Ma va ben specificato, però, che attraverso un'analisi più attenta non ci troviamo di fronte ad una protezione serena e rilassante in quanto essa richiede conferme continue e un adeguamento totale poiché la persona che vive un rapporto simbiotico ne teme la fine

A ben vedere, in questo stato di timore di separazione non è tanto la relazione con l'altro ad acquisire importanza, quanto il proprio senso d'identità più intimo che può trovare conferma solo dalla presenza del partner. Come scrive nel libro "La rabbia delle donne" la psicologa Monica Morganti:

"Quando finisce un amore o veniamo tradite non soffriamo solo per la perdita dell’oggetto d’amore, ma soprattutto per il fatto che allontanandosi da noi l’altro ci comunica il nostro non valore [… ] Quando l’altro se ne va rimaniamo senza il nostro valore che avevamo depositato in lui." (Morganti, pagg. 32-33, 2006).

Tenendo ben presente la specificità di ogni situazione psicologica, si può però dire che una persona con dipendenza affettiva dovrebbe essere aiutata sia a non far dipendere la propria identità dall'altro e sia a superare un atteggiamento negativo verso se stessi che coincide spesso con un concomitante vissuto di inadeguatezza. Tutto ciò, può essere realizzato aiutando la persona ad essere maggiormente consapevole di sé, delle proprie specificità e delle proprie risorse, e valorizzando al meglio gli interessi e le passioni che caratterizzano la propria storia personale, per giungere così ad una più equilibrata modalità di amare sia l'altro che, soprattutto, se stessi; una modalità di amare, va sottolineato, che non è mai statica ed immutabile, ma sempre possibile di cambiamento ed evoluzione (Kast, 2004).

A livello terapeutico, indicazioni psicologiche importanti possono giungere tramite l'analisi delle relazioni interpersonali passate e presenti, e attraverso l'interpretazione dei sogni. Secondo lo psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung, infatti, le immagini oniriche sono uno strumento fondamentale in un percorso terapeutico (Jung, 2003) e come scrive la psicoanalista junghiana Marie-Loiuse von Franz:

"I sogni non sono in grado di preservarci dalle vicissitudini esistenziali, dalle malattie e dagli eventi tristi. Ci offrono, invece, una linea di condotta sul come rapportarci a questi eventi, sul come dare senso alla nostra esistenza, sul come realizzare il nostro destino, sul come seguire la nostra stella: in definitiva, sul come realizzare dentro di noi il massimo potenziale di vita." (von Franz, pag. 19, 1990).

Attraverso un fiducioso e rispettoso percorso psicologico, dunque, una persona dipendente affettivamente può acquisire importanti indicazioni per ricollocare finalmente se stesse al centro della propria vita.

 

Bibliografia

  • Jung C. G. (2003), Analisi dei sogni, seminario tenuto nel 1928-1930, Bollati Boringhieri, Torino
  • Kast V. (2004), La formula dell’amore, Longanesi, Milano
  • Kast V. (2007), Le fiabe di paura, Red Edizioni, Milano
  • Morganti M. (2006), La rabbia delle donne, Franco Angeli, Milano
  • Von Franz M-L. (1990), Il mondo dei sogni, Red Edizioni, Novara