Dal greco dià (attraverso) gnosis (conoscenza): ecco cosa vuol dire diagnosi...

Dal greco dià (attraverso) gnosis (conoscenza): processo volto alla rilevazione e descrizione di fenomeni riconosciuti come patologici, o procedura orientata a ricondurre un determinato fenomeno all’interno di una specifica categoria.

Nonostante questa definizione il concetto di diagnosi nell’ambito del comportamento umano non è univoco.

Se sotto certi punti di vista alcuni autori considerano la diagnosi come un concetto che rappresenta unicamente una etichetta superficiale che ha il solo scopo di inquadrare un determinato comportamento affinché si possa utilizzare un linguaggio unico e universalmente condiviso ma che non è di nessun aiuto al trattamento psicologico (Satir, 1986), da un altro aspetto la diagnosi ha una vera e propria funzione descrittiva la cui finalità è quella di determinare il funzionamento di un essere umano sotto l’aspetto comportamentale, psicologico e psicopatologico grazie al quale è possibile la messa a punto di una adeguata terapia (Ackerman, 1958).

In ambito psicologico la diagnosi si riferisce esattamente a quest’ultimo concetto. Il compito dello psicologo che effettua una diagnosi è, in pratica, quello di definire il funzionamento di un paziente attraverso la descrizione delle sue dinamiche comportamentali che comprendono i suoi vissuti, le sue relazioni e le modalità psicologiche e patologiche che ne sono alla base.

La diagnosi psicologica evidenzia e descrive l’unicità dell’individuo attraverso la comprensione dei suoi aspetti emotivi e cognitivi, orienta verso una strategia terapeutica ed è in uno stato di continuo “work in progress” in grado di essere modificata sulla base dei cambiamenti che avvengono durante l’intervento terapeutico. Essa è un processo attivo di raccolta, analisi ed integrazione delle informazioni.

Quali sono le competenze diagnostiche dello psicologo?

La competenza dello psicologo è orientata a quella che viene definita diagnosi clinica, diagnosi storica e diagnosi sociale, tutte inquadrabili in ciò che viene espresso sotto il termine “psicodiagnosi”.

La diagnosi clinica è orientata alla definizione del funzionamento dell’individuo che va oltre la sola sintomatologia e comprende l’assetto cognitivo del soggetto, il suo stile di pensiero, se esso è immerso in una dimensione di realtà o da quest’ultima distaccato, inoltre valuta la capacità di rappresentazione mentale mediante l’analisi dei processi di valutazione e decisione e la presenza o meno di vissuti emozionali psicopatologici che ne influenzano i suoi comportamenti.

La diagnosi storica, ossia la ricerca di quelle dinamiche psicologiche e relazionali pregresse che potrebbero rappresentare degli importanti antecedenti in grado di influenzare o meno il vissuto attuale del soggetto.

La diagnosi sociale, ossia la valutazione di quelle dinamiche situazionali (familiari, ambientali, sociali) che potrebbero determinare e influenzare il funzionamento attuale dell’individuo e che, in associazione alle informazioni ottenute mediante la valutazione storica e clinica, determina il quadro globale e unico di un determinato soggetto.

Fare una diagnosi in psicologia significa quindi effettuare una distinzione , ossia non solo distinguere normale da patologico ma distinguere e descrivere una dinamica comportamentale in cui inquadrare anche un tipo di comunicazione (sia essa rigida o paradossale), un’organizzazione famigliare in cui valutare una atteggiamento invischiato e/o disimpegnato di uno o più membri, oppure un intero sistema in cui vi sia un tipo di assetto disfunzionale anziché un altro (Minuchin, 1974, Andolfi, 1982)

Lo scopo della diagnosi psicologica non è solo quello di “chiamare” una malattia ma è innanzitutto la comprensione di “come” il paziente è malato (Menninger, 1966) affinché si possa giungere alla conclusione di quali interventi effettuare per poterne modificare l’eventuale sofferenza e/o disagio. La diagnosi psicologica deve tenere sempre in considerazione la dimensione culturale di un certo comportamento onde evitare di classificare come anormale un atteggiamento che in un altro contesto socio-culturale è ben integrato, accettato e quindi normale.

In ambito psicologico è possibile effettuare un’altra distinzione, ossia tra diagnosi sistemica e diagnosi psicodinamica.

La diagnosi sistemica è un sistema di valutazione utilizzato in ambito psicoterapeutico ad indirizzo sistemico-relazionale la cui funzione non è solo quella di evidenziare tutte le caratteristiche già descritte in ambito clinico, storico e sociale su definite ma va oltre la dicotomia fittizia tra valutazione ed intervento poiché integra nel processo di valutazione una condizione orientata alla ridefinizione, alla riorganizzazione e all’attribuzione di significati all’interno di un determinato sistema famigliare e questo, di per sé, implica già una valenza terapeutica. In ambito sistemico relazionale il concetto di diagnosi implica in sé il concetto di intervento terapeutico in cui si determina attraverso il processo di conoscenza quel meccanismo orientato a creare l’ordine dal disordine (Malagoli, Telfener, 1991).

La diagnosi psicodinamica implica quel processo di conoscenza e descrizione delle dinamiche psicologiche profonde sottostanti ad una determinata sintomatologia psicopatologica dell’individuo ed è determinata sulla base delle prospettive teoriche di orientamento analitico quali la psicologia dell’Io, la teoria delle relazioni oggettuali e la psicologia del Sé.

Con essa si valutano le capacità dell’Io e l’utilizzazione dei meccanismi di difesa sottostanti ad un determinato comportamento sia esso normale o patologico.
Le relazioni con gli oggetti esterni (famigliari) o interni (rappresentazioni interiorizzate) e la percezione dei confini o della coesione del proprio Sé (Gabbard, 1995). Anche la diagnosi psicodinamica implica sotto certi aspetti il concetto di valutazione-intervento in quanto orientata alla creazione di un ordine là dove vi è un disordine.

La legge n. 56 del 18/2/1989 dell’ordinamento della professione dello psicologo così espressa: la professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità(…)
consente quindi allo psicologo, laureato in psicologia, abilitato all’esercizio della professione mediante esame di stato ed iscritto nell’apposito albo professionale, di effettuare la cosiddetta psicodiagnosi  (diagnosi psicologica e psicopatologica)

Per maggiori approfondimenti sull’aspetto giuridico della diagnosi psicologica e differenziale dello psicologo si veda: http://www.psicologiagiuridica.com/pub/docs/numero_14/articoli/ParereProVeritatePsicologi.pdf

Fonti:

  • Gilson M.C. Il colloquio clinico e la diagnosi differenziale, Boringhieri, Torino, 1994.
  • Gabbard G. Psichiatria psicodinamica, Raffaello Cortina, Milano, 1995.
  • Malagoli T., Telfener U. Dall’individua al sistema, Boringhieri, Torino,1992.
  • Ordinamento della professione di psicologo su www.psy.it  (ordine nazionale psicologi)