La medicina può combattere le malattie sia assistendo il malato, sia rafforzandolo e restituendogli la capacità di badare a se stesso. Nel primo caso, la medicina è l’aiuto caritatevole che salva la vita, ma alla lunga rischia d’indebolire e asservire. Nel secondo caso, la medicina fa leva sulle forze dell’organismo umano, che è un impegno faticoso, ma rende liberi e offre soluzioni definitive. Ne forniscono un esempio i vaccini.

VacciniI vaccini appartengono alle grandi scoperte della medicina, quelle che hanno inciso
profondamente sull’intera popolazione umana. A differenza degli antibiotici, che sono armi primitive e grossolane, hanno ridimensionato le infezioni che falcidiavano l’umanità in maniera incomparabilmente più efficace e sicura. Oltre che prevenirle, potrebbero anche curarle. I progetti ci sono, anche nel nostro Paese: aspettano solo di essere finanziati in maniera adeguata (Silvestrini 2013).

Questo articolo ripercorre la storia di queste grandi scoperte.

Storia dei vaccini

Il primo vaccino moderno nasce nel 1796. Ne è protagonista Edward Jenner, un medico animato da un profondo interesse per la natura. L’ultimo dei suoi studi, pubblicato nel 1822, è dedicato alle migrazioni degli uccelli. Prima di lui le infezioni erano state combattute prevalentemente attraverso misure igienico-sanitarie. Se ne trova una chiara testimonianza nei resti delle principali civiltà che si sono succedute sulla Terra: acquedotti, fognature, canali per il deflusso delle acque stagnanti, bagni privati e pubblici. I resti degli acquedotti della Roma antica dominano tuttora la campagna che circonda la città moderna. La Cloaca Massima funziona ancora. Si rifletta, inoltre, sulla proibizione ricorrente in diverse culture di mangiare maiale e molluschi, che se non controllati possono trasmettere pericolose malattie come la cisticercosi, il tifo e il colera. Una misura di valore analogo è la bollitura del caffè e del tè, che è una maniera semplice ed efficace di sterilizzare l’acqua, migliorandone contemporaneamente il gusto. Lo stesso si può dire del precetto delle abluzioni quotidiane imposto da alcune religioni e rispettato perfino nel deserto, dove l’acqua è preziosa.

Edward Jenner punta invece sulle capacità difensive racchiuse nell’organismo vivente. Ai suoi tempi era già noto che il vaiolo lascia in chi lo supera uno stato d’immunità, che impedisce di contrarre nuovamente la malattia. C’erano anche stati vari tentativi di suscitare questa immunità artificialmente, ma non avevano avuto successo. Circa 3000 anni prima di Edward Jenner i medici cinesi si erano serviti di scaglie pustolose di vaiolo depositate nelle cavità nasali, ma era una pratica rischiosa, potenzialmente letale. Si sapeva anche che la varicella rende immuni dal vaiolo. Partendo da questa osservazione, nel 1721 Benjamin Colman aveva proposto la “vaiolazione”, come era stata chiamata, che consiste nell’inoculazione di pus raccolto dai malati di varicella, una malattia imparentata col vaiolo, ma meno grave (Colman, 1722). La sua proposta era caduta nel vuoto.

Edward Jenner nota un fenomeno analogo nei mungitori esposti al contagio di una malattia pustolosa del bestiame clinicamente simile alla varicella, ma ancora più benigna. Da qui l’idea di servirsene per combattere: è la “vaccinazione”, come sarà in seguito chiamata per indicare tutte le vaccinazioni, nessuna esclusa. Il primo esperimento è effettuato su un bambino, cui Edward Jenner inocula prima il pus vaccinico e poi, a distanza di due mesi, quello prelevato da un malato di vaiolo. Il secondo inoculo non attecchisce, fornendo così la prima testimonianza dell’efficacia di questo rimedio naturale.

Per inciso, Benjamin Colman aveva attribuito alla vaiolazione un’azione curativa, oltre che preventiva. Edward Jenner non incorse in questo errore. Tra la prima vaccinazione e l’inoculo del virus potenzialmente letale lasciò trascorrere due mesi, che vanno ben oltre la latenza della risposta immunitaria contro l’infezione. Senza questo accorgimento il bambino sul quale fu effettuato l’esperimento cruciale sarebbe potuto morire. A volte basta poco per cambiare il corso della storia.

Edward Jenner deve lottare a lungo, anche contro lo scetticismo e l’ostilità dei suoi stessi colleghi, per diffondere la vaccinazione contro il vaiolo. Pubblica un articolo e convince Henry Cline, un medico di Londra, a vaccinare i suoi pazienti. Contemporaneamente fonda una Società scientifica che attua una campagna vaccinale in un’area londinese, dove l’incidenza del vaiolo si riduce drasticamente. Seguiranno altre campagne fino ad arrivare, circa centocinquanta anni dopo, alla sconfitta di questa malattia.

Pochi ricordano, tuttavia, che la prima vaccinazione fu effettuata su un bambino, incapace d’esprimere un consenso libero e informato. Comportò, inoltre, il rischio concreto di trasmettergli una malattia grave, potenzialmente letale. Nel mondo contemporaneo, Edward Jenner avrebbe corso il rischio d’essere radiato dall’ordine dei medici e incriminato. Eppure, Edward Jenner è diventato famoso ed è facile imbattersi in monumenti che lo raffigurano. Non sempre è così.

Nell’ultimo dopoguerra l’Istituto Superiore di Sanità era un centro cosmopolita, che attirava ricercatori e scienziati da ogni parte del mondo. Qualcuno era di passaggio per una conferenza, altri vi si fermavano qualche mese per condurvi le loro ricerche, altri vi si stabilivano per sempre. Molti giovani si sono formati lì, godendo di una borsa di studio accanto a maestri illustri. Tra questi ultimi c’erano Ernest Boris Chain, vincitore di un Premio Nobel, e Daniel Bovet, che l’avrebbe ricevuto di lì a poco. Il primo aveva portato in Italia la tecnologia degli antibiotici, il secondo la scienza della vita appresa nell’Istituto Pasteur di Parigi. L’anima dell’Istituto, come è confidenzialmente chiamato da coloro che l’hanno frequentato, era Domenico Marotta, una persona integerrima, vissuta e morta in condizioni economiche modeste. Il paese avrebbe dovuto essergliene grato. Fu invece accusato e imprigionato per un illecito amministrativo. Fu così inferto un colpo mortale a un’istituzione che stava inserendo il nostro paese nel circuito internazionale dell’innovazione scientifica, senza la quale non c’è sviluppo. All’estero, il processo contro contro Domenico Marotta fu bollato come “un’incomprensibile vendetta politica” (Macfarlane, 1986). È stato invece di una legge lontana dalla vita reale.

Il vaiolo si sviluppa nel giro di pochi giorni, mentre le difese immunitarie dell’organismo hanno bisogno di 2-3 settimane per attivarsi. Il vaccino antivaioloso, quindi, ha un’azione esclusivamente preventiva. Il vaccino contro la rabbia, realizzato da Louis Pasteur circa 70 anni dopo, è anche curativo, perché questa malattia ha un periodo d’incubazione relativamente lungo. È il precursore di una seconda classe di vaccini, che dischiudono l’impiego della vaccinoterapia a tutte le infezioni a progressione lenta: non solo la tubercolosi, la lebbra, l’AIDS, la malaria, la leishmaniosi, ma forse anche alcuni tipi di tumore. Oltre a consegnarci il primo vaccino curativo ella storia, Louis Pasteur ci ha anche tramandato il segreto della sua efficacia: consiste nel riattivare le difese immunitarie sopite simulando una brusca ripresa dall’attacco. Purtroppo, la sua lezione è rimasta inascoltata o, se è stata ascoltata, non ha fin qui trovato il sostegno indispensabile per tradurla in pratica (Silvestrini, 2013).

La vaccinazione contro il tetano è messa a punto nella seconda metà del 1800 in campo veterinario, dagli allevatori dei cavalli. Nell’uomo è impiegata su larga scala durante la Seconda Guerra Mondiale, riducendo drasticamente l’incidenza di questa malattia nei soldati. Gli altri vaccini si sono affermati e diffusi soprattutto nella seconda metà del ventesimo secolo, ridimensionando drasticamente molte malattie. A un giovane medico oggi può succedere di non incontrare più, nell’intero arco della loro carriera professionale, un solo caso conclamato non solo di vaiolo, di rabbia e di tetano, ma anche di altre infezioni contemplate nelle campagne vaccinali. Sono i loro colleghi anziani a conservarne il ricordo, nei compagni di scuola storpiati dalla poliomielite o stroncati dalla difterite e da altre malattie che oggi non fanno più paura. Che senso ha combattere le vaccinazioni obbligatorie? Non c’è dubbio che anche i vaccini comportino il rischio di effetti collaterali, ma si stenta a trovare altri medicinali dotati di un rapporto rischio/beneficio altrettanto favorevole (CNB,1995). Non certo negli antibiotici, cui si accenna qui di seguito.

Prima di arrivare al vaccino antirabbico, Louis Pasteur aveva notato che alcuni microbi producono sostanze, che li proteggono dai nemici. Aveva coniato per questo fenomeno il termine antibiosi e ne aveva prefigurato, assieme a un allievo, le applicazioni in medicina (Pasteur e Joubert, 1877). Purtroppo non possedeva le competenze e le tecnologie necessarie, quelle che oltre mezzo secolo dopo avrebbero consentito a Ernst Boris Chain, Howard Walter Florey e Alexander Fleming di arrivare alla penicillina e, al suo seguito, alla grande famiglia degli antibiotici. Joseph Lister, un chirurgo contemporaneo di Louis Pasteur, aveva seguito un’altra strada. Sotto l’impressione della mortalità per infezioni, che allora uccidevano fino al 45 per cento degli operati, era ricorso a una sostanza chimica: l’acido fenico. L’aveva diluito ed usato per disinfettare non solo le mani del chirurgo e la sala operatoria, ma anche le ferite e la cute del malato. In questo modo era riuscito ad abbattere l’incidenza delle infezioni operatorie. Altri avevano provato l’acido fenico per via intravenosa contro le setticemie, I risultati erano stati disastrosi, perché questa sostanza uccide anche le cellule dell’organismo.

A cavallo tra il 1800 ed il 1900 accadono altri avvenimenti, destinati a segnare per sempre gli sviluppi della medicina. Paul Ehrlich elabora il concetto della chemioterapia e cura la sifilide con gli arsenobenzoli. Robert Kock, lo scopritore del bacillo della tubercolosi, effettua un tentativo di trattamento farmacologico di questa malattia, ma i risultati sono disastrosi. Poi, durante il 1932 nei laboratori di un’industria farmaceutica si effettua un esperimento decisivo: alcuni topi trattati con un colorante, chiamato Prontosil rosso, sopravvivono ad un’infezione sperimentale di per sé letale. Nel 1935 Gerhard Domagk pubblica un articolo su questo farmaco, che è prontamente introdotto in commercio in Germania e diventa il capostipite dei sulfamidici. Per questa scoperta gli sarà assegnato il Premio Nobel. Tre anni dopo un gruppo di ricercatori dell’Istituto Pasteur di Parigi scopre che il Prontosil non agisce come tale, ma perché nell’organismo si scinde, liberando una molecola più semplice, chiamata sulfanilamide. Uno degli artefici di questa scoperta è Daniel Bovet, lo stesso che in seguito si trasferirà all’Istituto Superiore di Sanità di Roma e sarà insignito del Premio Nobel. Chi scrive questo articolo ha avuto la fortuna, grazie a Domenico Marotta che ha sentito il bisogno di celebrare pocanzi, di muovere accanto a lui i primi passi nella ricerca sotto la sua guida.

Tra il 1939 e il 1950, nel corso di quella che sarà poi stata chiamata l’età d’oro della medicina, le scoperte si moltiplicano. Sulla scia della sulfanilamide si preparano altri chemioterapici sempre più potenti. Da lì a poco nasce la penicillina, seguita da molti altri antibiotici prima naturali, poi anche sintetici. Nel suo ultimo libro Daniel Bovet ha scritto: “Tra il 1930 e il 1950, nel corso di quella che è stata chiamata l’età dell’oro della medicina, i risultati ottenuti hanno un che di miracoloso, in particolare quelli relativi al trattamento delle setticemie, della meningite cerebrospinale e, ben presto, della polmonite. Dal punto di vista demografico, la terapia antinfettiva si tradurrà in una caduta spettacolare della mortalità perinatale ed infantile e nel prolungamento delle speranze di vita alla nascita” (Bovet, 1991). Minimizzare o anche solo ridimensionare questi successi sarebbe altrettanto insensato quanto lo sono le accuse contro i vaccini. Ciò non toglie che tra gli antibiotici e i vaccini sussista una differenza sostanziale.

I primi appartengono all’antibiosi, un sistema naturale che funziona da circa un miliardo di anni, ma è relativamente grossolano perché si avvale di armi poco duttili. Nel corso dell’evoluzione, a partire dai vertebrati è stato sopravanzato dal sistema immunitario, che produce l’equivalente degli antibiotici, ma in una versione più perfezionata. Essa tiene conto delle caratteristiche di ciascun aggressore e ne neutralizza le eventuali contromisure. A differenza dell’antibiosi, inoltre, la difesa immunitaria appartiene alla fisiologia, al funzionamento normale dell’organismo umano. È una differenza fondamentale, la stessa che passa tra una milizia mercenaria, al soldo di chi la paga meglio, e l’esercito regolare, che combatte per il suo paese, la sua famiglia. Se avessimo tenuto conto di questa lezione, avremmo puntato maggiormente sulla medicina che rafforza l’organismo, riservando l’altra alle situazioni d’emergenza, che non è possibile fronteggiare diversamente.

Purtroppo noi stiamo a fatica uscendo da una stagione durante la quale la medicina ha dato importanza più alle invenzioni dell’uomo, che a quelle della natura. Quando chiedo ai miei colleghi quali sono stati i maggiori successi della medicina, la risposta più frequente è: “I sulfamidici e gli antibiotici! Poi sono venuti gli antipsicotici, gli antipertensivi, gli antiulcera e tutti gli altri farmaci che hanno drasticamente migliorato la qualità e la durata dell’esistenza umana”. È raro che qualcuno menzioni l’altra faccia della medicina. Eppure, a differenza dei sulfamidici e degli antibiotici, essa non si limita a risolvere i singoli casi clinici, né ad alleviare i sintomi delle malattie. Molti giovani medici non incontrano più, nell’intero arco della loro attività professionale, un solo caso conclamato non solo di vaiolo, di rabbia, di tetano, ma anche di altre infezioni contemplate nelle campagne vaccinali.

La medicina della salute combatte le malattie da dentro, facendo leva sulle difese fisiologiche racchiuse nell’organismo umano. Forse per apprezzarla occorre l’animo del naturalista, ma c’è dell’altro. La maggior parte dei vaccini d’uso corrente protegge da una minaccia potenziale, che potrebbe non concretizzarsi mai. Al massimo, quando hanno anche un effetto curativo, funzionano nelle infezioni lente, cui in qualche modo ci si è adattati. I sulfamidici, gli antibiotici, gli antipsicotici e gli antipertensivi intervengono invece in situazioni drammatiche, fornendo un sollievo immediato. A teatro, lo definiremmo un colpo di scena.

Il problema è un altro. A distanza di quasi due secoli, noi stentiamo tuttora a cogliere il significato dalla rivoluzione darwiniana, che ridimensiona il sapere e la tecnologia dell’uomo rispetto a quella della natura.

Bibliografia

  • Bovet D. (1991), Vittoria sui microbi, Bollati Boringhieri, Torino, 1991.
  • CNB (Comitato Nazionale per la Bioetica). Le vaccinazioni. Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria, Presidenza del Consiglio dei Ministri, 1995.
  • Colman B. Some observations on the new method of receiving the smallpox by ingrafting or inoculation. Printed by B. Green for Samuel Gerrish at his Shop near the Brick Meeting –house, 1721.
  • Darwin CR. On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle to Survive, London: John Murray, 1859.
  • Macfarlane G, Thunder in the Air. Nature, 1986;319: 363-4.
  • Pasteur L. et Joubert J. Charbonne et septicemie. C.R. Acad. Sci. (Paris) 1877, 85:101-115.
  • Silvestrini B. Il farmaco moderno. Un patto esemplare tra uomo e natura. Carocci Ed., 2014.
  • Silvestrini B. Immunokinetics: a new approach to vaccines. A working hypothesis Ann Ist Super Sanita. 2013;49(3):306-8.