La prescrizione impropria di analgesici oppioidi

Dr. Giuseppe QuarantaData pubblicazione: 07 ottobre 2015

Leggere almeno un articolo scientifico al giorno, diceva un famoso endocrinologo pisano, è fondamentale se si vuole essere dei medici seri. Mi sforzo quanto più possibile di seguire questa buona norma di vita lavorativa. Mi è capitato così sotto gli occhi un lavoro pubblicato lo scorso mese sull'American Journal of Psychiatry, una prestigiosa rivista americana, che parla di come negli USA un certo numero di iniziative politiche e sociali abbiano aiutato a ridimensionare l'abuso o l'uso improprio di oppioidi nel dolore cronico di tipo non neoplastico (1).

Negli ultimi cinque anni, gli interventi educativi hanno portato la curva del consumo di questi farmaci, che era in drammatica crescita, a un plateau, una situazione di stabilità nelle vendite, che fa ben sperare in una decrescita. Il problema ora, per gli americani, è come trattare i pazienti che hanno usato oppioidi in maniera impropria, sviluppando dipendenza, oltre al trattamento delle comorbidità comuni, come dolore cronico, depressione, ecc...

E' un dato che per certi versi conforta il sapere che qualcuno stia pensando a come curare questi pazienti. Questo perché, cari miei visitatori, in Italia non siamo ancora all'inizio di questo percorso. Le prescrizioni di oppioidi a pazienti che non avrebbero bisogno, potenzialmente anche a rischio di abuso e dipendenza, come pazienti con disturbi d'ansia e somatoformi, stanno aumentando a dismisura.

In soli cinque anni, con i miei stessi occhi, ma è sotto gli occhi di tutti coloro che fanno un minimo di pratica clinica quotidiana, ho assistito a un aumento allarmante di questo tipo di prescrizioni, accanto ai comuni FANS.

Sono prodotti farmaceutici a base di codeina, ossicodone, idrocodone... come lo era anche l'eroina un tempo. Questi spesso vengono prescritti in associazione a benzodiazepine e miorilassanti, come "terapie adiuvanti". Negli USA, alcuni di questi prodotti potevano circolare senza ricetta medica, come farmaci da banco. Oggi, in Italia, dove le regole sono più strette, il banco è spesso rappresentato dalla confusione diagnostica. Quante diagnosi psichiatriche vengono tramutate in disturbi "socialmente" più accettabili? dolore cronico, fibromialgia...

Prescrivere farmaci come oppioidi a pazienti a rischio di dipendenza o, comunque, senza una valutazione appropriata del rischio di abuso è, come diceva Sant'Agostino, come dare una spada in mano a un bambino: non saprete mai l'uso che ne farà.

Così, mentre negli USA si preoccupano di come trattare la dipendenza da oppiodi "da banco", un problema sempre più urgente (non tanto il "come curare", si sa già come farlo, come qualsiasi altra tossicodipenza da oppiacei, ma come introdurre l'argomento in ambito sanitario), in Italia non sappiamo da dove cominciare, quali politiche adottare. Al solito.

Qualcuno si rilassa guardando una partita di tennis.

 

Fonte:

1) Brady KT, McCauley JL, Back SE. Prescription Opioid Misuse, Abuse, and Treatment in the United States: An Update. AM J Psychiatry, 2015 sep 4.

 

 

Autore

giuseppe.quaranta
Dr. Giuseppe Quaranta Psichiatra

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 2009 presso Università .
Iscritto all'Ordine dei Medici di Taranto tesserino n° 3254.

3 commenti

#1
Dr. Alex Aleksey Gukov
Dr. Alex Aleksey Gukov

Effettivamente, il consumo degli oppiacei come "antidolorifici" è in crescita graduale anche in Italia. Nelle pagine 436-439 del rapporto, il riferimento al quale riporto qui sotto, la situazione è descritta nei termini statistici. Il rapporto è stato pubblicato d'estate di questo anno (2015) e riguarda i dati del 2014 e degli anni precedenti. Nonostante un plateau degli ultimi anni, e nonostante le differenze nelle dinamiche di consumo fra i singoli principi attivi, si osserva, nell'insieme, una costante tendenza all'aumento del consumo di questa categoria dei farmaci. Da notare, però, che nella categoria sono inclusi anche gli analgesici non oppiacei, come gabapentin e pregabalin, con le statistiche di consumo di questi ultimi in tutte le loro indicazioni autorizzate, e dunque, l'incremento è dato, in parte, anche da un maggiore consumo di questi ultimi farmaci, che non sono oppiacei. E' interessante notare che la categoria dei FANS subisce invece una tendenza opposta (pp 428-431): di graduale riduzione, nell'ultimo decennio. Aggiungo da parte mia un'osservazione, che in Italia, negli ultimi anni, sono state espresse non solo le critiche, ma anche l'augurio dell'uso appropriato degli analgesici oppiacei nell'ambito della Terapia del Dolore, nelle condizioni nelle quali sono di reale utilità per i pazienti (in contrasto con la tendenza precedente, negli ambienti ad alta specializzazione, a farne un uso più parsimonioso e più ristretto, talvolta a scapito dell'effetto antidolorifico ottimale); e ciò potrebbe spiegare, in parte, anche la tendenza invertita, a ricorrere meno ai FANS.
http://www.agenziafarmaco.gov.it/sites/default/files/Rapporto_OsMed_2014_0.pdf

#3
Utente 384XXX
Utente 384XXX

Condivido ogni parola scritta in questo articolo. Per portare un esempio personale posso dire che mia nonna, per nulla anziana direi, ha appena ricevuto una diagnosi di fibromialgia ed è in trattamento con un cocktail di farmaci come Ossicodone-Paracetamolo, inibitore della COX-2, Amitriptilina, Lorazepam, che ovviamente non tollera per nulla e che ha dovuto sospendere spontaneamente. La cosa che mi disturba di più è che però non è stata effettuata alcuna consulenza psichiatrica come da accordi, durante il suo ricovero, e questo è un grosso limite oltre che a mio avviso esser stato un grosso errore. Credo fermamente che questo sia un caso analogo a quelli citati generalmente nell'articolo, e purtroppo è frutto di un malcostume medico e sociale legato, da un lato allo stigma come al solito dei disturbi psichiatrici, dall'altro ad una necessità di formulare una diagnosi organica al fine di offrire fin da subito un trattamento, se pur intensivo e pesante per il paziente, cercando di dare delle risposte ai paziente che ne necessitino. Auspico che per il futuro questo malcostume venga accantonato e si incominci ad accettare di più il fatto di soffrire eventualemente di un disturbo mentale, il che non significa essere peggio o meglio di un altro, d'altro canto non siamo più nell'800...

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