Un piazza di spaccio deve richiamare clientela, cioè consumatori. La piazza dei “sette palazzi” poteva richiamarne 3000 al giorno. All’apertura, i clienti sono attirati dal fatto che una piazza sia conveniente, oppure che la roba sia migliore. Il fatto che la roba sia migliore, per un tossicodipendente, significa che sia più potente, il che ha importanza quando la tolleranza all’effetto sta crescendo: il tossicodipendente che usa sempre diventa refrattario all’effetto, cosicché ha bisogno di dosi maggiori per sentire l’effetto. Naturalmente potrebbe anche fermarsi per un po’, passare l’astinenza e ripartire da capo, ripristinando la situazione di partenza. Ogni tanto infatti è così che fa, ma nelle fasi in cui il consumo ha preso il via non è semplice per la presenza di un desiderio che impone prima di continuare a usare, e quindi non consente di interrompere l’uso. Prima o poi, comunque, chi usa e aumenta le dosi arriverà al punto di non sentire più niente, e di essere costantemente sotto minaccia di astinenza.

Chi gestisce la piazza di spaccio sa che i clienti, attirati dal buon rapporto costo/effetto, tendono poi a ridursi male, fino al punto da non poter più essere buoni clienti, perché sono fisicamente malandati, non riescono più a guadagnare i soldi di cui hanno bisogno, e neanche a rubarli. Può darsi poi che diventino fin troppo riconoscibili, e che sostino nelle vicinanze della piazza di spaccio, rendendo così troppo riconoscibile la piazza stessa, o creando problemi di ordine pubblico. Inoltre, se il tossicodipendente è refrattario ad alte dosi, non sentirà più la droga, e quindi in teoria dovrebbe chiedere dosi ancora più forti, senza avere però potersele permettere. Diventerebbe un cattivo cliente, presente in quanto ormai gravemente dipendente, ma né soddisfatto, né conveniente.

La piazza quindi va fatta calare, “sgonfiare”, insomma. Chiaramente questo non significa farsi del danno da soli, quindi bisogna trovare il modo di contenere gli effetti collaterali di una piazza di successo, e farla durare nel tempo. A questo punto, racconta l’ex-gestore della piazza, si distribuivano ai tossicodipendenti in stadio “avanzato” dosi diluite, che per loro sarebbero state “acqua fresca”. Per creare confusione, queste dosi diluite saranno distribuite in maniera irregolare, in maniera che ai tossicodipendenti non sia chiaro quello che sta succedendo, anche perché, se si trovano in uno stadio di dosi crescenti, possono benissimo pensare di essere ormai refrattari, instabili nella capacità di sentire la sostanza. Penseranno insomma che sia “colpa loro” quando va male, continuando però a pensare che la roba della piazza sia buona, anche perché ogni tanto la sentono nuovamente.

Quello che accade invece è che, in altre parole, la piazza si calmiera da sola, nel senso che la tolleranza dei tossicodipendenti ormai refrattari viene portata indietro di un po’. In questo modo, loro continueranno a sentire la droga, dopo qualche dose “a vuoto”, e continueranno magari a spendere il giusto senza rovinarsi completamente e diventare “zombi” visibili e inutili come clienti. La fase delle dosi crescenti, che squalifica i clienti, è quindi calmierata. I clienti sono “mantenuti” più a lungo attraverso una specie di limitazione all’intossicazione cronica, che poco interesserebbe comunque al cliente stesso, il quale però non può fare a meno di spingersi in quella direzione.

Al contempo, non è necessario che le dosi diluite siano vendute a meno. Lo spacciatore quindi guadagna comunque la stessa cifra su dosi diluite, accumulando altro guadagno grazie alla possibilità di gestire la domanda del tossicodipendente. 

 

La progressione della tossicodipendenza infatti non si placa con le disintossicazioni, parziali o totali, ma con il mantenimento di una condizione di refrattarietà. Il tossicodipendente, spontaneamente, non si mantiene refrattario, ma tenta di sentire di nuovo la sostanza, e per farlo usa istintivamente per prima la strategia dell’aumento dose. Non è quella più conveniente, ma è quella più automatica nella dipendenza. Poi ricorre alla disintossicazione, non tramite la sostanza stessa, ma con altri metodi, spesso facendosi ricoverare o con una terapia antiastinenziale rapidamente scalata per poi entrare in un ambiente “protetto”.

In questo modo la malattia, che non è spenta, riprodurrà i suoi sintomi trovando il tossicodipendente ricettivo al momento della ricaduta: egli cioè ricadrà e sentirà la sostanza, rinnovando in maniera potente la memoria, e producendo un rinforzo sul comportamento. Viceversa, quando la ricaduta trova il tossicodipendente refrattario (ad esempio perché assume dosi stabili di metadone a livello di blocco) non si innescherà una ricaduta vera e propria, ma sarà un buco nell’acqua.

L’alternanza quindi di periodi refrattari ad altri ricettivi è il modo per mantenere e peggiorare una malattia già di per sé consistente in una periodica ripresa dei sintomi. Un lungo periodo di refrattarietà è invece uno dei modi per portarla ad estinzione, almeno in termini di espressione dei sintomi. Questo avviene sia con trattamenti a base di agonisti terapeutici (lenti), come il metadone orale, sia con l’eroina controllata somministrata a dose stabile. E anche, ma con una probabilità di successo molto minore, con gli antagonisti tipo naltrexone, che sono gravati anche da altri rischi comportamentali.

Il paradosso della piazza di spaccio è che gli spacciatori, per tenersi i clienti, imparano a capire quando è il caso di “disintossicarli parzialmente”, senza che se ne rendano conto. Dall’altra parte, è curioso che anche diversi contesti “terapeutici” facciano la stessa cosa, credendo di spingere dalla parte della guarigione. Di fatto, in entrambi i casi si perpetua il ciclo della ricettività all’eroina, con l’accoppiata ricaduta-ricettività a favore della malattia e dei rischi accidentali ad essa connessi, come l’overdose. Ogni intervento che non sia fondato sul sostegno alla refrattarietà (che non significa incoraggiare l’astinenza con i buoni propositi), è destinato ad essere un intervento “fantoccio” della malattia. Sulla carta terapeutico, in realtà un modo per accompagnare i tossicodipendenti alle ricadute, per intrattenerli in attesa della ricaduta, per celebrarne i buoni sentimenti e le buone intenzioni che finiranno poi nel tritacarne di una ricaduta.

 In conclusione, la dipendenza necessita di tre cose. Una cura a lungo termine, che interrompa il rapporto della sostanza con il cervello, direttamente o indirettamente. Alcune cure agiscono anche direttamente interrompendo il desiderio, ma in origine i metodi più conosciuti agiscono sia a questo livello che interrompendo il rinforzo in chi continua inizialmente ad usare. Le cure hanno lo scopo di bloccare le ricadute, devono funzionare in utilizzatori, devono funzionare nel portare a estinzione i sintomi, e quindi non ha senso curare soggetti a cui si chieda prima di smettere, di ripulirsi, di manifestare buone intenzioni. La riabilitazione è un fine ultimo che deve essere protetto, ancor prima di essere tentato, da una buona cura anti-desiderio, provata sul campo.

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