La volpe e l’uva: autoinganni e dissonanza cognitiva

Dr. Giuseppe Santonocito Data pubblicazione: 31 luglio 2012

Il concetto di autoinganno è fra i più usati in terapia breve strategica. Esso non è nuovo ed è vicino ad altri ben noti e studiati in psicologia come l’aspettativa, la razionalizzazione, la profezia autoavverantesi, l’effetto Rosenthal e la dissonanza cognitiva.

Gli antichi pensatori si erano resi conto che le persone si comportano e fanno dichiarazioni in base a un effetto che potrebbe essere definito: “L’abbiamo fatto apposta”. Per soddisfare l’umano bisogno di sentirsi in un certo modo, ci si convince che una data realtà interna o esterna sia diversa da com’è. Potrebbe essere meglio, ma siccome è peggio ci accontentiamo. Ci si fa bastare ciò che sentiamo di avere a disposizione.

Narra la fiaba di Esopo che una volpe voleva mangiarsi dell’uva che aveva visto alta su dei filari, ma non riuscendo a raggiungerla saltando, se ne andò brontolando fra sé e sé: “Tanto era acerba!”

La volpe mette in atto un autoinganno per ridurre la sensazione di scorno e delusione. Il senso apparente della conclusione dell’astuta volpe sembra: “Tanto era acerba, anche se l’avessi raggiunta non ne avrei tratto un piacere così grande. Perciò non vale la pena prendersela”.

Il ragionamento che però accade realmente, più o meno consapevole, è questo: “Quell’uva sembrava ben matura e succosa, ma siccome non sono riuscita a raggiungerla, per non sentirmi un’incapace mi convinco che fosse acerba”.

Un autoinganno consiste nel prendere dei dati di fatto, nel modificarli o distorcerli anche a costo di mistificarli, allo scopo di ricavarne maggiori sensazioni di autostima, serenità o soddisfazione.

È un processo che ognuno di noi compie di continuo senza rendersene conto. A nessuno piace sentirsi incapace, stupido, inadeguato, impotente o immorale. Perciò, costretti a confrontarsi con gli scogli aguzzi della realtà, gli esseri umani s’inventano convinzioni o atti di segno opposto per ridurre l’impatto e l’intensità delle sensazioni sgradevoli.

Ma si può far di meglio: si può elevare la mancanza a virtù.

Esempio tipico degli anni 70: il proletario che poteva al massimo permettersi una Fiat 127, modesta utilitaria, riempendola però di tutto il kitsch e gli orpelli immaginabili: antennona lunga ripiegata su stessa, impianto stereo da 1.000 W, tappetini di leopardo, sedili in pelle, doppia marmitta con tappo rosso a croce, sterzo e pedali da competizione, cofano in posizione leggermente aperta (per meglio raffreddare il “potente” motore), pneumatici ribassati. L’epitome del vorrei ma non posso.

Altro esempio è il forzato dello sport non professionista, che si costringe a esercizi fisici massacranti - pagando magari bei soldi in quote associative - pur di ricavarne un qualche senso di adeguatezza. Dovendo fare i conti con quel fondamentale vuoto di autostima che madre natura, impietosa, gli ha scavato dentro, solo così riesce a dar senso alla propria vita. Vittima del proprio autoinganno, riesce addirittura a capitalizzarvi: ostenta ghigni di superiorità verso chi, molto più tranquillamente, non aveva lo stesso vuoto da riempire. Un simpatico autoinganno costruito su un autoinganno: “Voi non riuscite a correre un mese di seguito senza mangiare, ma io sì! Voi siete delle pappemolli, io invece sono in gamba!”

Si tratta evidentemente di casi estremi, nulla a che vedere con chi pratica sport da professionista o dilettante o con chi aspira semplicemente a mantenersi in buona forma fisica.

Altro esempio ancora è quello che pretende e cerca sempre il meglio, in tutto. Tutto si trasforma in occasione di confronto e solo chi sta in cima ai ranghi è degno di essere preso in considerazione. Il resto non conta. I primi arrivati, i più ricchi, i più capaci, i più bravi, chi ha il sito più visitato, chi ha il Page Rank più elevato. Ovviamente il nostro non mancherà di far notare di sfuggita come lui sia piuttosto ben collocato in una o più di queste classifiche.

Fumo e dissonanza cognitiva

Comuni autoinganni sono anche le giustificazioni addotte per l’abitudine al fumo. Interrogato sul perché fumi, non esiste praticamente individuo che, a fronte dell’enorme mole di ricerca ormai accumulata sui danni perniciosi prodotti dal vizio, non replichi prima onestamente, ammettendo di sapere a cosa potrebbe andare incontro, ma solo per ribattere subito dopo con una o più frasi tipiche:

1) “Cos’è che non fa male a questo mondo? Il fritto, non fa male? E il mercurio nei pesci?  E gli anticrittogamici? E ad andare in macchina, non si rischia grosso?”

2) “Eh, lo so, ma di qualcosa bisogna pur morire! Tanto vale godersela, nel frattempo.”

3) “Tanto, smetto quando voglio.”

Si tratta evidentemente di autoinganni, di razionalizzazioni per  ridurre l’ansia del sapere di essere preda di un vizio pericoloso. Le traduzioni sono rispettivamente:

1) Cecità selettiva (scotoma percettivo): decido di non vedere l’ovvio, ma sono attentissimo a tutto il resto.

2) Non riesco a ricavare molto piacere dalla vita; uno dei piaceri più grossi che ho è il fumo.

3) Purtroppo, non sono capace di smettere.

La psicologia sociale ha studiato a lungo quest’abitudine, ad esempio nell’ambito del fenomeno noto come dissonanza cognitiva. Il concetto si deve a Festinger e in modo semplice può essere riassunto così: quando un individuo mette in atto idee o comportamenti fra loro coerenti, si produce una situazione di assonanza cognitiva; quando invece le idee o i comportamenti attivati sono incoerenti, si produrrà dissonanza cognitiva; la dissonanza a sua volta provoca disagio, che la persona tenterà di ridurre modificando o l’idea o il comportamento, al fine di ripristinare l’assonanza.

L’indagine sperimentale della dissonanza cognitiva iniziò con la pubblicazione da parte di Festinger di Venti dollari per una menzogna, uno studio basato sul cosiddetto accordo forzato (forced compliance). Lo studio generò un mare di ricerche successive, tanto da rendere l’argomento uno dei più studiati (se non il più studiato) in psicologia di tutti i tempi.

Lo schema sperimentale era il seguente. A un gruppo di soggetti venivano offerti 20 dollari per dire una piccola bugia, ossia riferire ad altri soggetti ignari che un certo compito che si apprestavano a fare sarebbe stato interessante, quando invece era noiosissimo. A un altro gruppo di soggetti veniva assegnato lo stesso compito menzognero, ma la ricompensa era di un dollaro soltanto. Secondo la teoria comportamentista del rinforzo, all’epoca il paradigma dominante, avrebbe dovuto essere più convincente - e convinto - nel mentire chi riceveva 20 dollari. Invece il risultato fu l’opposto: chi ricevette un solo dollaro non solo risultò più convincente nel mentire, ma anche più convinto nel giustificarsi per aver dovuto dire una menzogna.

L’interpretazione del fenomeno di Festinger e collaboratori fu che la sgradevole sensazione del sentirsi disonesti, per aver dovuto mentire, poteva essere ridotta meglio da una ricompensa piccola anziché da una grande. Infatti, se la ricompensa era piccola significava tutto sommato che la menzogna non era così grave. Se invece ricevevo ben 20 dollari per mentire, cifra che 50 anni fa era ben più consistente di oggi, voleva dire che “la stavo raccontando grossa”. E alla maggior parte delle persone non piace dare o avere di sé l’immagine del contaballe.

Con esperimenti altrettanto ingegnosi è stata studiata l’abitudine al fumo. Le conclusioni sono che autoconvincersi o convincere qualcuno a smettere di fumare può essere un’impresa ardua, essendo implicati oltre a convinzioni e motivazioni personali anche valori, risvolti sociali ecc.

Leggendo autori controversi come Allen Carr (Smettere di fumare è facile se sai come farlo) sembra che un mezzo potenzialmente efficace consisterebbe nel togliere al fumatore la possibilità di crearsi alibi, ovvero impedire la creazione di autoinganni protettivi, inchiodando la persona a un’idea tanto semplice quanto spietata: se fumi, sei uno stupido. Senza però dirlo in modo diretto. A sentir l’autore, il suo metodo funzionerebbe - quando funziona - perché riuscirebbe a far capire alla persona che il fumo è una dipendenza, non un piacere. Ma leggendo il libro è difficile non sentirsi davvero stupidi, mettendosi nei panni del povero fumatore. Chi afferma di aver smesso di fumare leggendo il libro, quindi, si è probabilmente trovato a sperimentare una dissonanza per eliminare la quale il modo più semplice consisteva nello smettere di fumare, ossia cambiare il comportamento dissonante. “Se fumo, vuol dire che sono stupido. E siccome non voglio avere di me stesso quest’idea, preferisco smettere di fumare”.

Ma non c’è limite alle forme svariate sotto le quali l’autoinganno può manifestarsi. A volte il bisogno di salvaguardare un’autostima debole e traballante è così forte e pressante, da trasformare gli ex-fumatori in una specie di nazisti anti-fumo. Esistono individui che dopo aver smesso di fumare sono diventati persecutori implacabili di tutti i sordidi peccatori che ancora indulgono nel vizio. Non perdono occasione per lanciare strali, per mettere gli infedeli di fronte alla Verità che loro sono stati in grado di abbracciare: se li vanno a cercare nei luoghi frequentati da fumatori - assorbendo loro stessi fumo passivo - pur di diffondere il nuovo Credo. Tanto, nel loro intimo sanno già che sarà difficile convincerli. La debole autostima resta così al sicuro.

Traduzione: “Mi stimo così poco, che l’unico modo che ho trovato per innalzarmi è sminuire chi ancora fuma”.

Procedendo ancora, ci sono coloro che predicano bene e razzolano male, ossia che ancora fumano, ma che vorrebbero insegnare a tutti come difendersi dal cancro. Si tratta di persone che in genere hanno studi formali o da autodidatti alle spalle e sanno tutto sulle cause e sul rischio tumori. Peccato, però, che fumino...

Anche qui è in azione una forma di cecità selettiva: vedo tante pagliuzze, ma non la trave. “Mangiate questo, non mangiate quello, utilizzate quest’integratore, che previene il cancro. Come, tu non previeni il cancro? E allora che razza di essere umano saresti?”

Traduzione: “Non riesco a smettere di fumare. Però so che il fumo provoca il cancro. Perciò mi sforzo di prevenirlo in tutti i modi possibili. Ma non smettendo di fumare, perché non ci riesco”.

Tutti i casi esemplificati finora sono autoinganni funzionali di tipo compensativo, ossia hanno la funzione di ristabilire un minimo di equilibrio e serenità. Si parte da una situazione di svantaggio e si ricorre all’autoinganno per “raccontarsela”, ovvero per illudersi più o meno benevolmente che il problema non esista o stia da un’altra parte.

Autoinganni e psicologi

Ce n’è anche per gli psicologi.

Alcune persone con problemi psicologici decidono d’iscriversi alle facoltà di psicologia animati dalla seguente convinzione: “Studiando a sufficienza, alla fine riuscirò a guarire anche me”. Si tratta della stessa convinzione ritenuta anche da gran parte degli utenti che scrivono agli psicologi di questo sito: “Dottore, mi dica cosa devo sapere o capire per guarire dalla mia ansia”.

La differenza è che l’utente è meno raffinato, perciò non si accorge d’incorrere in un paradosso: “Mi rivolgo a voi, psicologi, perché mi diciate come poter fare a meno degli psicologi”.

L’aspirante psicologo turbato, invece, ci si mette d’impegno. Fa le cose per benino. Studia lunghi anni per addivenire alla conclusione che ha sempre gli stessi problemi, solo è diventato dottore. La tentata soluzione dello studiare psicologia si è trasformata nel riconoscimento ufficiale di poter aiutare gli altri, sulla premessa fallace e non dimostrata che: “Se sono in grado di aiutare gli altri, allora dovrò saper aiutare anche me stesso”. Ed è proprio qui che casca l’asino, anzi l’autoinganno: saper aiutare gli altri non è automaticamente garanzia di saper aiutare se stessi. All’università il concetto viene ribattuto quasi ogni giorno, ma all’inizio lo studente lo nega: “Con me sarà differente”. Ma quando ormai, anno dopo anno, corso dopo corso, lo avrà capito davvero, sarà troppo tardi: gli mancheranno pochi esami per laurearsi e smettere ora sarebbe una sciocchezza.

Non c’è limite all’intensità cui si può giungere con le ipersoluzioni, insegna Watzlawick. Si può sempre far di meglio (e di peggio): “Ma certo! Se l’università non è stata in grado d’insegnarmi ad autocurarmi, basterà che m’iscriva a una scuola di specializzazione post-laurea in psicoterapia!”

Perciò l’aspirante terapeuta si sottoporrà al suo bravo pellegrinaggio, frequentando gli open day organizzati dalle varie scuole per poi scegliersi quella di suo gradimento. Disposto a pagarsi altri 4 o 5 anni di formazione in un istituto privato, dopo i 5-6 dell’università più l’anno di tirocinio obbligatorio, il nostro eroe è deciso ad andare fino in fondo.

Ma durante la scuola di specializzazione la frustrazione aumenta. Un po’ per le sollecitazioni e le punzecchiature che gli arrivano dai didatti dalla scuola - per scopi formativi - un po’ per l’autoguarigione che non arriva, il futuro aspirante psicoterapeuta turbato è sempre più smarrito.

E non sempre una psicoterapia gli potrà esser d’aiuto. Specie se imposta dalla sua scuola di specializzazione. Già stressato di suo, il poveretto deve pagarsi pure la terapia obbligatoria oltre alla retta, il materiale didattico, le trasferte. Esasperato, potrà con facilità giungere a un autoinganno di questo tipo: “Meno male che almeno sto andando in terapia, altrimenti scoppierei!”.

A cui si potrebbe rispondere, a buon titolo: “No, meno male che sei così bravo a raccontartela così bene!”

Amore e autoinganni

È però in campo amoroso che l’autoinganno si mostra in tutto il suo affascinante potere. Infatti, per dirla con Proust: “L’amore è il più sublime degli autoinganni”.

Tutti abbiamo conosciuto persone che decidono di rimanere in una relazione ormai logora (“In fondo, l’amo ancora”) quando non ci sarebbe bisogno di essere psicologi per capire che la reale motivazione è la paura di affrontare un periodo di solitudine post-separazione, con le incertezze che ne conseguono. E mettiamoci pure il timore dei costi economici, dato che non tutti oggi possono permettersi il lusso di una separazione.

Ancora: tutti abbiamo saputo della donna a cui, guarda caso, la vita ha riservato solo partner violenti o abusanti.

E tutti abbiamo sentito gongolare nostra moglie, di fronte a un superbo esemplare di specie femminile che esibisce se stessa in televisione: “Uh, guarda! Ha una smagliatura di 0.1mm sul lato interno della coscia! Come sarebbe a dire: ‘Dove’? Lì, non lo vedi?!”

Tutti abbiamo visto persone attraenti e intelligenti stare con altre non così belle e non così intelligenti. Anche qui la parola d’ordine è: accontentarsi, farsi bastare ciò che passa il convento, sulla premessa che: “Valgo poco, quindi non potrei aspirare a niente di più”.

Infatti, come ammoniva Nietzsche: una cosa bella non ci piace, se non ne siamo all’altezza.

Ma può anche darsi il caso opposto (per fortuna): aspettandosi che una cosa buona accada, si riescono a creare le condizioni per far sì che accada davvero. Una profezia autoavverantesi resa possibile dalla forza dell’aspettativa. Ad esempio, rovesciando l’esempio sopra, la persona poco attraente o poco intelligente che sta con una molto attraente o molto intelligente.

Fede e dissonanza cognitiva

Anche la fede può esser letta in termini di autoinganno.

Festinger riuscì a infiltrarsi con dei colleghi in una setta religiosa basata sugli UFO. Dagli alieni del pianeta Clarion, gli umani veninvano avvertiti dell’imminente pericolo di un’alluvione, che avrebbe spazzato via la vita dal pianeta prima dell’alba del 21 dicembre 1954.

Il culto riesce a convincere i fedeli della necessità di riunirsi prima della mezzanotte di tale giorno, in un luogo dove un alieno sarebbe arrivato per scortarli fino all’astronave madre e trarli in salvo. Come suggerito, i fedeli rimuovono ogni oggetto metallico dal proprio corpo: occhiali, cerniere, chiusure di reggiseno ecc.

Alle 00:05 il gruppo si trova sul luogo prestabilito, ma l’alieno non è ancora arrivato. Qualcuno fa notare che altri orologi segnano le 23:55. Il gruppo concorda perciò che non è ancora mezzanotte (già un autoinganno collettivo, di per sé).

Alle 00:10 un altro orologio batte la mezzanotte. Ancora niente alieni. Il gruppo siede in silenzio, atterrito: al cataclisma mancano non più di poche ore.

Alle 04:00 la leader del gruppo, che aveva ricevuto i messaggi alieni attraverso la scrittura automatica, scoppia a piangere. Si tentano spiegazioni del perché gli alieni non si siano fatti vedere.

Ore 04:45, un altro messaggio in scrittura automatica è inviato alla signora: afferma che il Dio del Culto ha deciso di risparmiare gli umani dall’estinzione, il cataclisma non avrà luogo. “Il vostro piccolo gruppo, riunendosi in così religiosa osservanza, ha diffuso talmente tanta luce da convincere il Dio a salvare l’intera umanità”. È un tripudio.

Il mattino successivo la leader e i suoi fedeli rilasciano entusiastiche interviste ai giornali: la loro fede è diventata più forte che mai, malgrado la disconferma.

La storia è descritta nel libro When Prophecy Fails (Quando la profezia non si avvera) di L. Festinger, H. Riecken e S. Schachter.

Conclusioni

L’autoinganno sembra esprimere la capacità degli esseri umani di far avverare la cosiddetta Preghiera della serenità: “Signore, fa’ che possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, e l'intelligenza di saper distinguere fra le due”.

Possiamo affermare, pertanto, che la qualità della vita non dipende dalla presenza o assenza di autoinganni, ma dalla funzionalità degli autoinganni che ognuno di noi è in grado di scegliersi. Perché tanto saranno sempre con noi.



Autore

giuseppesantonocito
Dr. Giuseppe Santonocito Psicologo, Psicoterapeuta

Laureato in Psicologia nel 2005 presso Università di Firenze.
Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Toscana tesserino n° 4612.

33 commenti

#1
Dr. Flavio Cannistrà
Dr. Flavio Cannistrà

Bello, divertente, dissacrante e molto chiaro e di facile uso.
Bell'articolo e bello stile, complimenti.
Anche se forse abbiamo delle letture in comune, qualche libro di riferimento alla fine sarebbe stata la ciliegina sulla torta: cosa consiglieresti?

#2
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

Il quadro che descrivi sull'autoinganno e gli psicologi è molto discutibile. Specialmente laddove scrivi che anche una psicoterapia obbligatoria è parte dell'autoinganno stesso.
Ma se la qualità della psicoterapia didattica è così bassa da alimentare l'autoinganno, credo proprio che siamo al limite della truffa da parte della scadente scuola.
Credo (e forse mi autoinganno) che la qualità di alcune scuole vada ben oltre quel triste treatino descritto in cui l'ipotetico terapeuta didatta è ininfluente nella psiche dello psicoterapeuta in formazione: se le cose stanno così, forse è da questo che nasce la frustrazione.

Certo, indirettamente confermi che se le scuole che obbligano alla psicoterapia didattica non riescono a scalfire l'autoinganno, immaginaimoci il risultato nell'autoinganno di chi sceglie una scuola senza obbligo di psicoterapia didattica: ancora peggio e possibilità di scalfire l'autoinganno tendente a zero con esponenziale aumento dell'autoinganno. Chi sceglie una scuola che neanche impone una psicoterapia didattica arriva a dire ancora meglio: "io scelgo la scuola senza obbligo di psicoterapia didattica, perchè non ne ho bisogno e se loro mi accettano mi confermano che io non ne ho bisogno".
Dubitare dello psicoterapeuta che rifuge dalla propria psicoterapia!

Se la psicoterapia didattica è fatta a scopo veramente didattico, s'impara tanto e si scopre tanto su di sé e su come l'autoinganno si manifesta.
Andresti da un chirurgo che a priori rifiuta gli interventi chirurgici per sè? O dal medico che non usa per sé le medicine che prescrive?

Eppure ci sono scuole che respingono gli iscritti e non li fanno arrivare al titolo proprio perchè non pronti ad aiutare gli altri avendo rifiutato di aiutare sé stessi.

In italiano rende bene il detto : la ménte mènte

#3
Dr. Alessandro Scuotto
Dr. Alessandro Scuotto

Ma il chirurgo non deve per forza essere operato per fare il chirurgo: osserverà gli interventi praticati su pazienti (ammalati) prima di cimentarsi in prima persona. Prova per un attimo a pensare a un ginecologo di sesso maschile :-))
Anche il medico non prende tutte le medicine che può prescrivere. Se si ammala..., forse; o se è ipocondriaco :-)

#4
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

> che a priori rifiuta gli interventi chirurgici per sè?

Rifiutare a priori intendevo se ne avesse bisogno, non che debba per forza sottoporsi: anche se devo essere operato non voglio essere operato. Questo volevo scrivere! ;)

#5
Dr. Alessandro Scuotto
Dr. Alessandro Scuotto

Su questa linea dunque, anche il futuro psicoterapeuta non deve "per forza" sottoporsi a terapia, se non ne ha bisogno.
Se ne avesse bisogno...
O tutti i futuri psicoterapeuti ne hanno bisogno?
In questo caso la scelta di fare lo psicoterapeuta è una patologia che richiede una terapia ;-)

#6
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Ciao Flavio, grazie per gli apprezzamenti.

Il pezzo è frutto di riflessioni personali, scritto di getto e senza consultare niente in precedenza. Perciò a parte i link e gli autori citati non c'è una bibliografia "ufficiale". Oltretutto sugli argomenti toccati c'è l'imbarazzo della scelta. Non c'è bisogno che li segnali a te, dato che sei un collega, ma a beneficio dei lettori:

Per autoinganni, tentate soluzioni e ipersoluzioni ad es.:

- Watzlawick et al: Change
- Watzlawick, Nardone: Guardarsi dentro rende ciechi
- Nardone, Balbi: Solcare il Mare all'Insaputa del Cielo

Per profezie autoavverantesi, effetto Rosenthal e dissonanza cognitiva qualsiasi manuale di psicologia sociale va bene.

Ciao

#7
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> una psicoterapia obbligatoria è parte dell'autoinganno stesso
>>>

L'autoinganno, a mio avviso, sta innanzitutto nelle correnti di pensiero che stabiliscono che un aspirante terapeuta debba OBBLIGATORIAMENTE sottostare a una terapia. Sa un po' di rito iniziatico, dove il quid necessario per poter diventare "uno di noi" dev'essere necessariamente impartito dall'alto. Tipo: "Io sono stato analizzato da X Y" come pedigree, come segno di status.

Dal mio punto di vista la questione è molto semplice: il futuro terapeuta deve sottostare a una terapia SE e QUANDO ne ha bisogno. Potrebbe ad esempio non averne bisogno al momento della formazione, ma magari averne bisogno dopo. Ma obbligare TUTTI gli allievi a prescindere ad andare in terapia fa sembrare, in effetti, come dice Alessandro, che diventare terapeuta sia una malattia.

Non esistono solo le scuole che obbligano alla terapia e quelle che la lasciano facoltativa; esistono anche quelle in cui è facoltativa ma, a discrezione dei docenti/tutor, può essere raccomandata o imposta CASO PER CASO.

#8
Dr. Flavio Cannistrà
Dr. Flavio Cannistrà

Grazie Giuseppe, quelle letture le ho già archiviate da un po', ma continuerò a seguirti in attesa di qualche nuovo libro :)

Per dare un'opinione personale su questo interessante dibattito mi viene da pensare a una cosa studiata ai tempi dell'università - e che, credo, più o meno direttamente sia studiata in tutte le università.

L'analisi/terapia personale come percorso da fare fu proposta da Jung e ben accettata da Freud, per superare i limiti dell'autoanalisi.

Quindi potremmo sintetizzare che questo percorso nasce da un'elaborazione di Freud e Jung. La cosa fu poi ritenuta intelligente dalla comunità scientifica e si diffuse nella maggioranza degli ambienti psicoterapeutici.

Però dobbiamo ricordare com'è nata: è una proposta di Freud e Jung. Considerata, studiata, applicata... ma comunque una proposta, o se volete un loro punto di vista, un'ipotesi di come debba svolgersi un percorso di formazione in psicoanalisi (e più in generale in psicoterapia, includendo le altre scuole), ecc.

Menti diverse da quelle di Freud e Jung, e da quelle che hanno accettato la proposta dei due maestri, possono arrivare a conclusioni diverse da loro, pensarla diversamente da loro, testare un percorso diverso e magari giungere alla conclusione che tale percorso è altrettanto valido.

Questa è l'epistemologia: i modi e gli strumenti con cui la scienza (e le persone, in generale) arriva a conoscere la realtà.
Poi a seconda degli orientamenti teorici si può sentir dire, da chi condivide un'altra opinione, che l'idea che occorre un'analisi personale è un autoinganno, una credenza, un'ipotesi da convalidare, ecc.

Quello che però dovrebbe rimanere chiaro è che la necessità di fare questo tipo di percorso parte dalle considerazioni di due persone (e naturalmente dalle successive rielaborazioni di altre persone): non è l'unica realtà, assoluta e indiscutibile. Quindi è normale (e giusto) che altre persone, con altre menti, altri background, altri modi di ragionare, arrivino ad altre considerazioni, anche opposte.
Saremo noi a decidere se appoggiare l'una o l'altra visione, se considerare valida o meno l'una o l'altra considerazione.

"Ma se gran parte della comunità scientifica appoggia la terapia personale, vuol dire che questa è la via da seguire!", potrebbe essere un'affermazione.
Questo però è una trappola in cui dovremmo evitare di cadere.
La comunità scientifica può ritenere in larga maggioranza un determinato test di intelligenza come il più qualificato, ma questo è ben diverso dal considerarlo come l'unico qualificato.
Questo perché per raggiungere una meta sono possibili diverse strade. Così alcune scuole di psicoterapia ritengono che, per formarsi nel loro approccio, la terapia personale sia marginale o magari anche superflua, in linea con quanto ricordava Gregory Bateson a proposito del compito della scienza, che non è quello di costruire solidi castelli teorici, ma quello di trovare soluzioni concrete per raggiungere gli obiettivi preposti.

#9
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

La tua riflessione si può riassumere così: gli esperti, anche quando sono d'accordo fra loro, possono sempre sbagliarsi.

#10
Dr. Armando De Vincentiis
Dr. Armando De Vincentiis

concordo sulla questione della terapia personale del terapeuta solo se questi ne sente la necessità.
Freud (analizzatosi da solo) ne stabilì la necessità, affermazione, secondo alcuni autori, performativa, ossia vera per il semplice fatto di essere stata enunciata! Ma come si è già avuto modo di esprimere in altre occasione è solo una sorta di patto di sangue tra allievo e didatta il quale, per operare, dovrà vivere su di se le nevrosi del maestro.
Usciti dalle dinamiche freudiane la terapia personale ha assunto la necessità di un dovere dogmatico, una verità tramandata senza discussione alcuna e per ogni (o quasi) orientamento.

e guai a metterla in discusisone dal momento in cui chi l ha effettuata ti attribuisce nevrosi irrisolte con una certa aggressività.
Mi chiedo: questa suscettibilità era già presente prima della terapia? se si non è stata risolta? la mia ipotesi personale è che una terapia la dove NON serve crea il problema anzichè curarlo.

d'altronde in medicina se assumi medicamenti la dove non servono rischi addirittura la vita!

#11
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

La terapia personale come formazione serve per tanti motivi, ed il primo è proprio quello di smontare gli autoinganni molto ben descritti. Serve anche per far provare al terapeuta cosa sente e cosa prova un ipotetico paziente quando è dall'altra parte.
Serve a farlo riflettere su cosa si prova quando ci sente fare domande difficili o quando si è *obligati* a riflettere.

A maggior ragione è necessaria ed obbligatoria in un post che ha per oggetto l'autoinganno.
Forse sarebbe opportuno per chiarezza dichiare se ci siamo sottoposti a terapia didattica, per meglio cogliere il senso delle affermazioni personali e dividire tra *solidi castelli teorici* e *soluzioni concrete per raggiungere gli obiettivi preposti*.
Io la terapia personale durante la formazione l'ho fatta, sia all'interno della scuola che personalmente i un indirizzo diverso, e sinceramente l'ho trovata utile per conoscere sia i personali autoinganni, ma anche come soluzione concreta per raggiungere gli obiettivi preposti.

#12
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

L'importante distinzione fra terapia personale e formazione ALLA terapia è già stata discussa altrove su questo sito.

Un conto è la fase formativa, dove si organizzano simulazioni in cui gli allievi assumono a turno la parte di terapeuta e paziente; cosa completamente diversa è sottostare a una vera terapia. È sufficiente il primo caso per provare su di sé la sensazioni di essere oggetto di domande o situazioni difficili, non c'è bisogno di passare attraverso un reale processo terapeutico.

Senza contare che esporsi davanti al resto dell'aula o affiancare il terapeuta da coterapeuta in terapie reali (nei modelli che lo prevedono) con successiva discussione e feedback in aula, sono di per sé prove da superare.

Un conto è l'aspetto formativo, cosa completamente diversa è aver bisogno di farsi curare una malattia.

Infatti, non a caso i vari modelli terapeutici si contraddistinguono anche e proprio perché varia la definizione di "disturbo", "malattia" e conseguentemente "terapia". Ciò che alcuni chiamano "terapia" per alcuni è formazione, o altro ancora.

#13
Dr. Flavio Cannistrà
Dr. Flavio Cannistrà

Dr. Giuseppe Santonocito il 01/08/2012 ha scritto:
La tua riflessione si può riassumere così: gli esperti, anche quando sono d'accordo fra loro, possono sempre sbagliarsi.

Sì, forse la riassumerei in modo leggermente diverso: gli esperti, anche quando sono in disaccordo tra loro, possono sempre avere ragione.

Decidere chi "sbaglia" e chi "ha ragione" è molto legato al punto di vista assunto dall'osservatore.

Se un professionista di un altro approccio ti dice che stai sbagliando lì dove sei sicuro di essere nel giusto, occorre considerare che probabilmente lui ha ragione, dal suo punto di vista.

#14
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

>>> Grazie Giuseppe, quelle letture le ho già archiviate da un po', ma continuerò a seguirti in attesa di qualche nuovo libro :)
>>>

Ho specificato chiaramente che i suggerimenti di lettura non erano diretti a te, ma al pubblico di non addetti ai lavori che ci segue.

>>> Decidere chi "sbaglia" e chi "ha ragione" è molto legato al punto di vista assunto dall'osservatore.
>>>

Certo, e proprio per questo la scienza si sforza di assumere punti di vista esterni alle parti in causa. "Sbagliare" o "avere ragione", nel contesto di un trattamento psicoterapeutico, non può che riferirsi all'adeguatezza del trattamento stesso, ossia a misure di efficacia ed efficienza. Il resto conta fino a un certo punto.

>>> Se un professionista di un altro approccio ti dice che stai sbagliando lì dove sei sicuro di essere nel giusto, occorre considerare che probabilmente lui ha ragione, dal suo punto di vista.
>>>

Sì, bisogna vedere chi "sbaglia" di più e chi "sbaglia" di meno ^___^

Se l'altro "sbaglia" meno di me ha tutto il diritto di dirmi: "Sbagli". Diversamente, posso decidere d'ignorare o respingere l'ammonimento.

Ad ogni modo stiamo dirottando rispetto all'argomento del blogpost.


#15
Psicologo
Psicologo

Sono felice di leggere il tuo articolo complimentoni,nulla da aggiungere se no che:
1)Le scuole di specializzazioni "guarda caso tutte private" sono delle vere star del Bussines.
2)Che sono anch'io stufo del eterno giuoco del predicare bene raziolare male.
Freud era fobico ed è morto con le sue Fobie e ossessioni eppure parlava di terapia. Poveri Freudiani.
S.H.Sullivan metteva l'accento sull'esprimere le emozioni quando lui stesso era un amorfo.
A.Adler: Proiettava la "sua inferiorità corporea" facendone una terapia del profondo.

Alla fine della storia; come dice un famoso libro di Sheldon Kopp : Se incontri il buddha per la strada uccidilo.
Significa che non c'è nulla da imparare da nessuno, I maestri non esistono perchè le cose sono come sono. Amen.

#17
Dr. Fernando Bellizzi
Dr. Fernando Bellizzi

> Significa che non c'è nulla da imparare da nessuno, I maestri non esistono perchè le cose sono come sono.

Appunto. E tanto ormai è conosciuta la teoria del filo rosso che lega la mission alla propria vita. Gli psicologi credono di parlare agli altri quando enunciano teorie, ma in realtà parlano a sé stessi e di sé stessi. È l'autoinganno di credere di fare lezione agli altri, quando in realtà la fanno a sé stessi. ;)

L'autoinganno di conoscere e controllare l'autoinganno.

Già altrove il tema è conosciuto: il velo di Maja, la trilogia di Matrix, il biblico "vedere la pagliuzza nell'occhio del vicino e non la trave nel proprio".
L'uomo che manifesta se stesso attraverso i secoli, cambiano il contenuto, ma non la struttura.

La domanda da farsi alla fine è: perchè tengo tanto a una cosa? Quando parlo agli altri che informazione su me stesso sto ottenendo?
Nella mia vita perchè è importante dedicarmi a qualcosa?

L'Oracolo di Delfi, esortava al "conosci te stesso".

#18
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito


>>> Gli psicologi credono di parlare agli altri quando enunciano teorie, ma in realtà parlano a sé stessi e di sé stessi.
>>>

Allora, pubblica qualche interessante blogpost anche tu e parla per te ;)


#20
Utente 219XXX
Utente 219XXX

Davvero un bell'articolo e anche di gradevole lettura. Perché non scrive un libro sull'argomento?

#22
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

Per l'utente 219318:

La ringrazio per l'apprezzamento e l'incoraggiamento, lo terrò presente. Per il momento l'intento era solo quello di esemplificare l'universale tendenza dell'essere umano ad autoingannarsi.

#23
Utente 219XXX
Utente 219XXX

Ed è riuscito ad esemplificare benissimo. Manca un testo divulgativo su quest'argomento, per questa ragione mi sembrava un'ottima idea una pubblicazione del genere. Oltretutto alimenterebbe l'autoinganno di poter superare i propri autoinganni attraverso la lettura di un libro ;).

#24
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito


Già, ma si tratta di autoinganni già abbastanza diffusi per conto proprio ;)

#25
Utente 151XXX
Utente 151XXX

Gli autoinganni sono banigni fin quando non creano problemi?

#26
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito


Gli autoinganni possono essere funzionali o disfunzionali, ossia servire all'individuo o creare problemi.

Ma che la persona abbia un problema o meno è definito da vari parametri, gli autoinganni sono solo uno degli aspetti da considerare.

#28
Utente 239XXX
Utente 239XXX

Articolo ineccepibile, complimenti!

Mi permetto di porre alla Sua attenzione una chiave di lettura differente per ciò che concerne l'autoinganno indotto dal mancato ottenimento del premio (uva):

Mentre la volpe, con numerosi salti, tenta di arrivare all'uva ottiene un esoso dispendio di energie, questa spesa energetica, viene giudicata dalla stessa volpe eccessiva rispetto al premio che ne consegue e dunque si autoinganna ritenedola acerba.

In realtà, l'autoinganno regge proprio perchè basato su questo confronto, altrimenti reputei la volpe cieca o stupida ma sappiamo bene che non è ne l'uno ne l'altro.

#29
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito


Grazie per il suo apprezzamento.

Il suo commento sull'impegno speso dalla volpe è interessante e parzialmente corretto, ma in questo caso non è tanto la quantità d'impegno a causare l'autoinganno, bensì il mancato raggiungimento dello scopo.

Sia che la volpe compia un salto o due, oppure cento, è l'aver concluso che non potrà mai raggiungere l'ambito frutto ciò che sovvertirà tale ambizione in scorno e subito dopo in disprezzo.

La quantità d'impegno speso, tuttavia - e in questo senso la sua osservazione era corretta - è rilevante in altri casi, come il succitato esempio dell'accordo forzato, oppure nelle prove dure e umilianti alle quali un novizio, che deve entrare a far parte di un gruppo chiuso e selettivo come possono esserlo certe associazioni universitarie americane, alcune sette o alcune organizzazioni (para)militari, viene sottoposto. Il ragionamento inconsapevole che procede nella testa del novizio è: "Se sto accettando di sottomettermi a tutta questa serie di angherie per entrare a far parte del gruppo, allora vuol dire che ci tengo davvero".

È un metodo adottato da sempre, efficacissimo, per alimentare l'attaccamento dell'individuo ai gruppi e per evitare il cosiddetto "rimorso dell'acquirente" ^_^

#31
Ex utente
Ex utente

Dr. Santonocito, io non sono che un utente sprovveduto in cerca di informazioni e mi sono imbattuto nel Suo interessante articolo e vorrei porle una domanda: se dopo aver letto il libro di Allen Carr per smettere di fumare il lettore si vede smontare il suo autoinganno ma non ha la forza sufficiente per combattere la sua percezione di stupidità, significa che continuerà a danneggiarsi con il fumo con ed in più il danno di sentirsi uno stupido cone le implicazioni che questo comporterà in altri ambiti? Cioè oltre il danno anche la beffa?

#32
Dr. Giuseppe Santonocito
Dr. Giuseppe Santonocito

No, è probabile che in tal caso non si smonti nulla. Le persone di solito non vogliono avere di se stessi una cattiva opinione, perciò o un argomento - non solo il libro citato - è abbastanza forte per far mutare atteggiamenti e comportamenti oppure, se non lo è, difficilmente riuscirà a mettere in crisi il sistema preesistente.

Il suo è un commento lecito e interessante, ma che tradisce un pochino d'ansia preoccupata :)

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