L'aiuto abusante

 

Dopo aver visionato il recente servizio delle Iene sul medico psicoterapeuta Abdulstar Muhammad (http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/nina-violenza-sulle-donne-lo-psicoterapeuta-abusatore_824824.html), accusato di aver violentato una paziente che si era rivolta a lui per superare il trauma costituito dagli abusi sessuali subiti dal patrigno durante l'infanzia e l'adolescenza, sono stato colto, come credo la maggior parte delle persone che lo hanno visto, da una profonda rabbia. Dopo qualche momento di sbigottimento, ho pensato di provare a incanalare la mia rabbia in una maniera che potesse rivelarsi utile, scrivendo un contributo che vuole essere d'aiuto a chi, nella ricerca di un accoglimento e di una cura per le proprie sofferenze, finisce sfortunatamente per incappare in figure, professionali ma non solo, che, malgrado gli intenti positivi dichiarati, danneggiano ulteriormente, intenzionalmente o meno, la persona che chiede loro sostegno.

Nella mia pratica clinica, non di rado mi sono trovato ad accogliere la sofferenza di persone che avevano avuto pregresse esperienze di “aiuto” tutt'altro che positive. Nella diversità delle storie raccolte, che comprendevano percorsi psicoterapeutici individuali e di gruppo, figure di riferimento e gruppi di aiuto religiosi, la dimensione “anti-terapeutica” della relazione di cura si muoveva da un'attitudine insensibile, spesso unita a una rigidità “teorica”, del “professionista” a situazioni di plagio e abuso, psichico e non solo. In ogni caso, venivano persi di vista i bisogni, le sofferenze e l'unicità della persona.

Non tutti i pazienti erano riusciti ad affrancarsi prontamente da quegli aiuti iatrogeni, un po' per la fiducia riposta nella persona, o nelle persone, a cui si erano rivolti, ma soprattutto a causa di quelle stesse fragilità che li avevano portati a chiedere aiuto.

 

Le catene del passato

 

Per sentirci meritevoli di affetto, rispetto, aiuto e per sentirci in diritto di dire di “No” e di affrancarci da situazioni sgradite o che non desideriamo abbiamo bisogno di crescere in ambienti amorevoli, accoglienti e rispettosi dei nostri bisogni e della nostra autonomia.

Già Freud (1914) aveva osservato come ognuno di noi tende a trattare se stesso in maniera simile a come è stato trattato durante il proprio sviluppo.

Nel 1958, Beres condusse una ricerca all'interno di un orfanotrofio, intervistando quei bambini che erano stati sottratti alle loro famiglie a causa di maltrattamenti e abusi protratti. Ai bambini, di età prescolare, venne chiesto il motivo della loro presenza nella struttura, e tutti, inevitabilmente, addussero a ragioni del tipo “perché sono stato cattivo, e mamma mi ha mandato via”. Di più. Quando ai bambini veniva chiesto se desiderassero essere affidati a una madre migliore della propria, questi rispondevano di non volere altro che ritornare dalla propria mamma.

Questo fenomeno era stato suggestivamente descritto in precedenza da Fairbairn (1943, pp. 93): “E’ meglio essere peccatore in un mondo guidato da Dio che vivere in un mondo governato dal diavolo. Un peccatore in un mondo governato da Dio può essere cattivo; ma c’è sempre un certo senso di sicurezza che deriva dal fatto che il mondo all’intorno è buono (“Dio è nei Cieli – Tutto va bene nel mondo!”); e in ogni caso c’è sempre una speranza di redenzione. In un mondo governato dal diavolo l’individuo può sfuggire alla malvagità d’essere un peccatore; ma egli è cattivo perché il mondo che lo circonda è cattivo. Inoltre non può avere alcun senso di sicurezza né speranza di redenzione. L’unica prospettiva è quella della morte e della distruzione.”

Ogni essere umano fin dalla nascita cerca di instaurare con le persone a lui vicine un legame affettivo intenso all'interno del quale trovare protezione, amore, cura e conforto (Bowlby, 1969), ma quando non trova ciò di cui ha bisogno, e piuttosto riceve maltrattamenti o trascuratezza, non ha la possibilità, fisica, psichica e legale (a meno che qualcuno non lo venga a “salvare”), di alzarsi e andarsene alla ricerca di situazioni migliori. I legami che ha sono gli unici a cui può fare riferimento, e gli sono indispensabili per la sopravvivenza. Per mantenere una certa dose di sicurezza, indispensabile a sopportare le sofferenze a cui è costretto, non può fare altro che assumersi le responsabilità di quanto di negativo sta subendo: meglio credere di poter fare qualcosa, piuttosto che pensare di essere completamente inermi di fronte a una realtà dolorosa e soverchiante (Guntrip, 1961). Si badi bene che questo meccanismo può verificarsi, e spesso si verifica, al di fuori della consapevolezza: anche quando si esprime la propria rabbia e il proprio disappunto nei confronti delle ingiustizie subite e anche in quelle situazioni in cui le mancanze genitoriali non siano così gravi come nei casi di abusi fisici o sessuali (ad esempio, genitori scarsamente in grado di comprendere i propri figli possono favorire in questi ultimi lo sviluppo di inibizioni e/o la sensazione di non essere in grado di farsi capire). Weiss (Weiss et al., 1986; Weiss, 1993; Gazzillo, 2016) definisce “odio di Sé” il senso di colpa inconscio, originato da esperienze negative di varia natura, per cui la persona tende a ritenersi responsabile e/o meritevole dei maltrattamenti che ha subito a opera delle persone a cui è stata maggiormente legata nel corso del suo sviluppo; un conscio o inconscio disprezzo di se stessi, una propensione a non opporsi o a legittimare le ingiustizie che si subiscono, e problematiche psicopatologiche eterogenee possono originare da una tale situazione. I tentativi di mettere il proprio passato traumatico alle spalle possono non essere sufficienti e richiedere un aiuto esterno sensibile e competente. Elaborare il trauma, e quindi riconoscere la propria “innocenza”, implicherebbe la messa in discussione della “bontà” delle persone da cui si è dipeso e con cui per tanti anni c'è stato un legame significativo, e la perdita di quel, seppur precario, senso di sicurezza infantile. Ciò costituisce uno dei motivi principali per cui le persone possono non essere in grado di opporsi, come nel caso della donna su cui è incentrato il servizio delle “Iene”, o di denunciare prontamente l'abuso subito. Questa difficoltà è senz'altro acuita nei casi in cui il “maltrattamento” viene inflitto dalla persona a cui abbiamo riposto fiducia nel tentativo di ricevere aiuto: viene riproposto il trauma da cui ci si vuole affrancare, in una risposta brutale, oltre che sorda alla ricerca di una relazione curativa, positiva e decolpevolizzante.

Non è solo “l'odio di Sé” a portare la persona a sviluppare sofferenza psichica o ad avere difficoltà ad affrancarsi da situazioni negative. Ad esempio, contesti in cui, in maniera diretta o indiretta, si è scoraggiata l'autonomia o l'autorealizzazione possono portare a temere di non essere accettati o di ferire l'altro nella misura in cui si dice di No, si esprime il proprio dissenso, non ci si occupa degli altri o si persegue il proprio benessere.

 

Gli indicatori dell'aiuto abusante

 

L'aiuto “abusante” può fare leva su quelle stesse paure profonde derivate dalla sofferenza che si vuole superare. In presenza di particolari vulnerabilità, può non essere facile riconoscere e allontanarsi dai tentativi di “plagio mentale”. Per questo motivo, può essere utile tenere presenti alcune indicazioni:

 

  1. L'unica persona che può dirti se l'aiuto che stai ricevendo è buono e ti è utile sei Tu

  2. Diffida da chi ti colpevolizza, ti svaluta, ti dice di essere il “male” o ti accusa di non voler “guarire”

  3. Diffida da chi ti dice di essere l'unica persona che può capirti e aiutarti, che non potrai mai essere felice senza di lei

  4. Ricorda che sono tante le persone che possono aiutarti e volerti bene, che nella vita ci sono tante possibilità, che tutti hanno i loro limiti, e che senz'altro tu meriti di andare oltre questi limiti: diffida da chi ti dice diversamente

  5. Diffida da chi non rispetta i tuoi bisogni e i tuoi desideri sani

  6. Diffida da chi ti chiede di più di quanto convenuto negli accordi iniziali

  7. Diffida da chi ti presenta la sessualità o la violenza come strumento di aiuto

  8. Diffida da chi ti chiede di annullare la tua volontà e assoggettarti al suo volere

  9. Dì sempre ciò che non ti sta bene

  10. Sentiti in diritto di affrancarti da aiuti che non ti stanno dando beneficio o che ti recano sofferenza

 

 

Riferimenti Bibliografici

 

BERES, D. (1958), “Certain aspects of superego functioning”. In Psychoanalytic Study of the Child, 13, 324 – 351.

 

BOWLBY, J. (1969), Attaccamento e perdita, Vol. 1: L’attaccamento alla madre. Tr. it. Boringhieri, Torino 1972.

 

FAIRBAIN, W.R.D. (1943), "La rimozione e il ritorno degli oggetti cattivi". Tr. it. In Studi Psicoanalitici sulla Personalita. Boringhieri, Torino 1970, pp. 85-109.

 

FREUD, S. (1914), Introduzione al narcisismo. Tr. it. in OSF, vol. 8, pp. 191-611.

 

GAZZILLO, F. (2016), Fidarsi dei pazienti. Introduzione alla Control Mastery Theory. Cortina Editore, Milano.

 

GUNTRIP, H. (1961), Struttura della personalità e interazione umana: sintesi evolutiva

della teoria psicodinamica. Tr. it. Boringhieri, Torino 1971.

 

WEISS J., SAMPSON H., THE MOUNT ZION PSYCHOTHERAPY RESEARCH GROUP (a cura di), The psychoanalytic process: Theory, clinical observations, and empirical research. Guilford,

New York (1986).

 

WEISS, J. (1993), Come funziona la psicoterapia. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1999.

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