Il ciclo di vita di un uomo è stato descritto attraverso diversi modelli psicologici che avevano in comune alcune fasi ben definite dell’evolvere del soggetto. Fasi influenzate da importanti cambiamenti nella sfera biologica, psicologica e ambientale. In estrema sintesi i modelli sicuramente ripercorrevano alcune tappe imprescindibili del ciclo di vita dell’individuo: infanzia, fanciullezza, adolescenza, giovinezza, età adulta, età senile. Oggi questi modelli non sembrano più in grado di descrivere quello che avviene in alcune persone, dove il ciclo evolutivo pare bloccarsi in una nuova fase di confort dove potersi rifugiare. Una fase definita con un neologismo: l’adultescenza. Un neologismo definito, dalla Ruggero (2017), un ossimoro in quanto condensa l’idea di un processo di crescita che caratterizza la fase adolescenziale con la stabilità dello sviluppo compiuto con il raggiungimento dell’età adulta. L’adultescenza è uno spazio temporale dilatato che collega la fase dell’adolescenza all’età senile.

Nell’adultescente non viene superata l’onnipotenza adolescenziale del “tutto è possibile” non vi è un riconoscimento dei propri limiti, dei limiti della realtà, non vi è l’accettazione della “mancanza” nella propria soggettività e unicità. Per l’adultescente non ci sono confini ben definiti. A modificare il classico ciclo di vita che porta l’adolescente a diventare adulto, oltre ad aspetti di tipo narcisistico, c’è una cultura postmoderna dove le fragilità, la sensibilità, le malattie, la vecchiaia e la morte vengono rilegate e nascoste come se fossero un’eventualità rara non una condizione della nostra esistenza. Una cultura che tende a eliminare i confini, a mettere tutto in discussione: le ideologie, i valori tradizionali e a vivere una crescente precarietà nelle relazioni e nel lavoro. Una condizione di precarietà che, se normalmente la ritroviamo nel processo di crescita dell’adolescente, non è caratteristica della fase adulta. Oggi la fase dell’adolescenza non trova un termine, un superamento, protraendo questa condizione di indeterminatezza nella fase che era dell’adulto. Se pur a livello di età anagrafica l’adultescente entra pienamente nella fase adulta, mantiene viva l’idealizzazione del Sé tipica dell’adolescente, con difficoltà ad accettare ciò che si discosta dal proprio ideale con conseguenti sofferenze quando la realtà consegnerà il suo conto. 

Questa condizione impedisce l’assimilazione graduale dei propri limiti, fase fondamentale nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta, disincentivando così la capacità creativa nell’affrontare le difficoltà, i fallimenti, rendendo la persona meno pronta a contenere ed elaborare gli scossoni emotivi che caratterizzano il soggiornare nella vita. L’adultescente posticipa l’incontro con il limite un po’ come uno studente posticipa la preparazione ad un importante esame. Un azzardo che seppure nella metafora dello studente rischia “solo” una bocciatura, nell’adultescente il rischio diventa molto più oneroso, ossia l’incapacità di tollerare il fallimento con il relativo “vuoto che si apre” e tutta la sintomatologia (ansioso depressiva) che ne consegue.

Fonti:

RUGGERO I. (2017). C’è ancora qualcuno che vuole diventare adulto? La progressiva adolescentizzazione della società adulta. Rivista di Psicoanalisi, Raffaello Cortina Editore, 3, 17, 673-684.