I periodi di ricaduta sono sempre i più difficili. La sensazione di demoralizzazione e frustrazione può portare a perdere la speranza di riuscire a tornare a godere dei piccoli momenti di piacere che ci si immagina stiano vivendo le altre persone con cui ci confrontiamo. Questo è uno degli effetti immediati che offre una ricaduta: il confronto costante con chi ci sta attorno, specie nel mondo digitale dei social network (Facebook, Instagram, etc.)

 

Sfortunatamente, in casi come questi la nostra mente ci orienta alla ricerca di prove a conferma della nostra convinzione che gli altri, a differenza nostra, stiano vivendo momenti piacevoli, liberi da ogni forma di disagio e sofferenza. Tutto questo può lasciarci l'angosciosa sensazione di stare sprecando la nostra vita dietro ai nostri problemi. 

 

"Bias confirmatorio", così viene definita nella letteratura scientifica questa tendenza a ricercare prove a favore delle proprie convinzioni, e ad omettere al contrario le prove che sconfermerebbero le nostre paure. Non di rado, si tende a prendere per buona l'idea che le persone attive e socialmente impegnate siano felici e spensierate, restringendo il focus del nostro pensiero al punto da escludere altre possibili spiegazioni ugualmente plausibili.

 

 

Non vediamo ad esempio che molte persone "scappano" dai loro problemi cercando di mantenersi quanto più impegnate e distratte dalle loro sofferenze (evitamento), pena il vivere una condizione non dissimile a quella che vive chi invece dalla sofferenza sta provando faticosamente ad uscirne. Non vediamo neppure che molti di coloro che si mostrano sorridenti, in realtà, portano avanti un noto condizionamento sociale che prevede la negazione dell'espressione esterna di emozioni negative, quali la rabbia, la tristezza, l'ansia, la colpa.

 

Così le donne finiscono per censurare pubblicamente l'espressione di rabbia che pur starebbero provando, al fine di evitare di essere etichettate dagli altri come veri e propri "maschiacci"; i maschi, dal canto loro, si negherebbero di esprimere l'emozione di tristezza per timore di essere additati come "femminucce". Generalizzazioni, sia chiaro, che mal si coniugano con le differenze individuali relative alla propria personalità e alla propria storia d vita, ma che offrono comunque uno spunto su cui riflettere.

 

A ben vedere, chi realmente potremmo ritenere "sereno" ed "in pace con se stesso", con grande probabilità, non saprebbe di esserlo, in quanto una condizione persistente di gioia non appartiene ad un range di normalità, né di salute. Il persistere di questi umori elevati, infatti, sarebbe sintomo di un malessere più profondo, rientrante nella sfera della maniacalità, spesso preceduta o succeduta a una fase intensa di depressione.

 

 

Diversamente, si diceva, chi realmente è felice non sa di esserlo, se non per gli stessi brevi istanti che caratterizzano i momenti sporadici di felicità che può vivere chi sta affrontando una grande sofferenza. Quanto invece sembra caratterizzare la vita di una persona distante da simili disagi è per l'appunto l'assenza del pensierio della sofferenza. Se non si prova disagio, non si pensa al disagio, e viceversa. Questo non comporta, tuttavia, che ad assenza di disagio (o di pensieri su di esso) corrisponda una condizione di serenità e felicità. Tuttalpiù, possiamo imputare a queste persone la fortuna di non soffrire di un problema simile a quello che stiamo vivendo; ma è una fortuna che attribuiamo noi a tali persone, e che queste non possono godere né sapere di avere, in quanto inconsapevoli di cosa sia la sofferenza che stiamo provando. 

 

Per riassumere, siamo sempre noi a ritenere che gli altri siano più felici di quanto in realtà questi ultimi non si sentano; ma tale pensiero, proprio in quanto ci rimanda alla nostra condizione di sofferenza, è a tutti gli effetti un pensiero negativo, ossia l'espressione stessa del nostro malessere. Ecco quindi che diventa importante imparare a riconoscerlo come tale per distaccarsene in tempo, evitando che alla lunga monopolizzi il nostro umore portandoci a vivere una reale ricaduta o a mantenerci più a lungo nel nostro disagio. 

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