Autodiagnosi - La risposta che cerchi è dentro di te...e però...

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze
Una battuta di Corrado Guzzanti, nel personaggio del Santone, diceva "La risposta che cerchi è dentro di te...e però...è sbagliata".
In psichiatria questo problema si indica in genere con il termine insight, cioè capacità di vedere dentro di sé. Nelle malattie non cerebrali il cervello può guardare, e vedere (la pelle ad esempio), anche se non arriva dentro. Nelle malattie cerebrali che si esprimono con sintomi psichici, il cervello può guardare se stesso, ma quello che ne risulta è un'immagine "falsata". L'occhio che guarda, in questo caso, cioè il cervello sofferente, utilizza i parametri del disturbo. Le risposte che troviamo "dentro di noi", per quanto convincenti, spesso sono sempre le stesse per ogni disturbo, indipendentemente dal grado di intelligenza, cultura e documentazione sull'argomento. E, come dice la battua, sono sbagliate. Il problema è che la risposta che cerchiamo è anche quella che troveremo, proprio perché quando il nostro "occhio" interno si mette a cercarla, sa già cosa vuole trovare, è "deviato" e "filtrato" dal disturbo da cui siamo afflitti.
Nella psicosi si vive una realtà, non si possono trovare risposte che la mettano in discussione. In alcune ossessioni, quelle specialmente sull'aspetto fisico, sui rapporti con gli altri, si trovano risposte che sono semplicemente rituali per cercare di uscire dalle ossessioni, con cui invece ci si "avvita" ancora di più. Chi soffre di disturbo bipolare vedrà risposte che gli indicano alternatamente una grande capacità di autodeterminarsi (quando si sente bene) e l'ambiente ostile che lo limita o lo ignora (si quando si è giù che quando si è su). Chi ha un disturbo di somatizzazione vedrà i sintomi, e troverà risposte sulle possibili malattie che li producono, difficilmente vedrà quel che ha sotto gli occhi, ovvero il disturbo da somatizzazione, che è come un fantasma.
Molti credono che farsi diagnosi da soli, o comunque "andarci vicino" sia un problema di intelligenza e documentazione. Invece, questi aspetti influiscono poco: i forum sono affollati di persone che si documentano su malattie che non hanno, o che dopo lunghe ruminazioni elaborano soluzioni che sono prevedibili perché sintomatiche della loro condizione. Il soggetto bipolare, ad esempio, anceh quando è ben documentato su cosa sia il disturbo bipolare, tende a ricercare quale antidepressivo si può prendere. L'ossessivo elabora sistemi, con grande sforzo, per arrivare semplicemente a proporre compromessi con i propri rituali, che sono ulteriori rituali, cioè la stessa cosa che il disturbo spinge a fare. Il soggetto ansioso, quando ha ricadute o peggiora, tenderebbe a non prendere terapie, ad attribuire a cura che fa da tempo gli ultimi suoi sintomi (mi è ritornata la palpitazione dopo aver ridotto la cura, sarà mica l'antidepressivo ?), e di solito cerca una soluzione ansiolitica.
Esempio tipico, chi dipende da droghe o alcol vede soltanto la disintossicazione come possibile via d'uscita, non importa se dopo fallimenti ripetuti, senza contare che la storia di ripetuti fallimenti è presa come criterio per diagnosticare la dipendenza, non come elemento da applicare per risolverla (ho fallito venti volte con un metodo, stavolta quindi è la volta buona). Il soggetto dipendente tipicamente diffida e rifugge da trattamenti continuativi, a volte molto semplici nella loro attuazione, e ritiene di non aver alcuna malattia cronica, ma solo una serie di ricadute ognuna con la sua storia.

Pertanto, è bene sapere che le risposte che sembrano giuste, e magari sono il risultato di ragionamenti lunghi, di mesi o anni, possono semplicemente coincidere con la via mentale che il disturbo spinge a percorrere. Le vi d'uscita dal disturbo non stanno sulla via del disturbo, per cui è logico che la persona malata non le intraveda, sono su un altro orizzonte. Oppure è logico che non le veda perché ha la testa girata dalla parte in cui ritiene di dover scorgere la via d'uscita.

Alcune psicoterapie, compresa la psicoeducazione, mirano proprio a correggere questo tipo di atteggiamenti, che frenano e ritardano l'inizio delle cure, la loro prosecuzione, l'interferenza da parte della persona stessa che durante la cura prende iniziative per ridursela o sospenderla dietro a intuizioni che giudica ottime e risolutive.
Data pubblicazione: 31 dicembre 2010

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

Specialista con oltre 25 anni di esperienza clinica e di ricerca in psichiatria, focalizzato su dipendenze da oppiacei, doppia diagnosi e terapia farmacologica. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche internazionali e docente universitario, ha ricoperto ruoli di rilievo in società scientifiche e comitati editoriali. Riconosciuto per contributi innovativi nella gestione integrata delle dipendenze e nella farmacoterapia personalizzata.

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