Buone norme in psichiatria: non alimentare la domanda!

Dr. Matteo PaciniData pubblicazione: 11 aprile 2011

Nel gestire e contrastare le ossessioni, soprattutto il loro sviluppo nel tempo, è una regola d'oro non alimentare la domanda. Un modo di alimentare le domande ossessive è fornire risposte, specialmente se semplici e rassicuranti. Una volta fornite queste risposte, le domande si ripeteranno ancora di più, e diverranno più complesse.

Quando il cervello produce un eccesso di domanda, lo fa ovviamente "a vuoto".

E' perché si sa che non c'è risposta, o si sa che la risposta è quella che sembra, che sappiamo, che intuitivamente abbiamo sempre saputo; è per questo che un cervello quando si sbilancia tende a produrre una domanda "contraria", come se colmasse un vuoto: se è ovvio che è bianco, non sarà mica nero?

Oppure, se non si può sapere la risposta, come tipicamente in eventi futuri, è possibile invece saperla lo stesso in qualche modo ? Quindi, il cervello ossessivo produce le domande a partire da una risposta impossibile o già data, già nota alla persona. Producendo la domanda, la persona ritorna invece a non essere certa di quel che altrimenti saprebbe, oppure a dover rispondersi su questioni aperte e senza possibile risposta.

C'è un utile esempio mitologico.

Nel partire per la guerra, un valoroso soldato fa all'oracolo, cioè al veggente in contatto con la divinità che tutto vede, una tipica domanda ossessiva. Chiede cioè se gli andrà bene, se salverà la pelle. L'oracolo gli risponde in maniera "psicoterapeutica".

Da una parte infatti gli fornisce una risposta breve e contenenti tutte le parole necessarie, ma senza che sia chiaro in che sequenza vanno lette: "Ibis redibis numquam peribis". in altre parole è come se gli rispondesse con un giochino enigmistico in cui c'è scritto: non, partirai, morirai, tornerai. Mettendo insieme la parole si ottiene il responso.

E mettendo insieme la parole si ottengono due risposte possibili: a) partirai, non morirai, tornerai; oppure b) partirari, morirari, non tornerai. In altre parole: l'oracolo-psicoterapeuta risponde quel che il soldato sa già (forse andrà bene, forse andrà male). Inoltre, gli inserisce nella risposta la possibilità che il soldato vorrebbe sentire annullata, cioè quella della morte. Il soldato va a chiedere una rassicurazione, e l'oracolo gli dice "potresti anche morire, anche se non è detto". In conclusione, nessuna risposta certa e confermata garantisce la impossibilità di un evento negativo su cui la persona voleva rassicurazione.

 

Questo tipo di risposta è quella di fatto utile alla persona per evitare di alimentare le ossessioni. Non quindi una via d'uscita ragionata dal dubbio, ma fare in modo che il dubbio sia ricacciato laddove deve stare, cioè in sottofondo. Rispondere al dubbio ossessivo significa spostare l'attenzione dal modo in cui il pensiero è nato (ossessivo, cioè senza origine, da ciò che si conosce già) al contenuto (la cosa temuta, che c'è modo di evitare o di capire, come se appunto fosse da capire e non fosse già chiara o senza risposta).

Chi riceve risposte ai dubbi ossessivi, trova informazioni e le fa girare in testa, di solito ricava una cosa sola da questo: una apparente rassicurazione e dopo la conferma inconscia del fatto che quel suo dubbio era fondato (perché è stato discusso, anche se per essere poi negato), o che c'è un modo per uscire parlandone (perché è stado discusso, anche se in maniera non soddisfacente). In fin dei conti, è vero che chi risponde ad un ossessivo può rispondere al contenuto del dubbio o rispondere alla forma (ossessiva) del dubbio.

La risposta che mantiene il dubbio insoluto migliora la capacità di controllo nel tempo: è come se la risposta ritenuta poi soddisfacente dal cervello fosse quella già posseduta prima, si ritorna in pratica alla condizione di normalità. Se invece c'è risposta ai contenuti, ci si sposta verso il bisogno di ragionare sull'ossessione, e questa cresce, e l'ovvio, il già conosciuto, perdono spessore, non pesano più, cosicché la persona non sarà più certa neanche delle cose più semplici, e pretenderà soluzioni a dubbi che non hanno una minima risposta. Insistendo con le domande in genere si ottengono risposte che, se sincere, sono rassicuranti ma non potranno mai "negare" in assoluto il contenuto che fa paura.

Un esempio son i dubbi di malattia, si potrà solo avere la risposta che "al 99,99% non è così", ma mai al 100%, perché non esiste come risposta possibile in generale, e in quel 0,001% si apriranno altri esami, consulti, ricerche, accertamenti.

 

Lo psichiatra deve quindi essere un po' oracolo, e il paziente capire che le risposte, che possono sembrare "liquidatorie" o "non-risposte", lasciano il dubbio senza risposta per permettere che nel tempo il cervello "se lo mangi", anziché alimentarlo perché poi sia il dubbio a "mangiarsi il cervello" una volta cresciuto a dismisura

Autore

matteopacini
Dr. Matteo Pacini Psichiatra, Psicoterapeuta, Medico delle dipendenze

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1999 presso Università di Pisa.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Pisa tesserino n° 4355.

10 commenti

#1
Utente 171XXX
Utente 171XXX

quello che dice lei è sicuramente vero: pensi, tanto per farle un esempio che potrebbe essere calzante, che io ho sempre avuto l'ossessione terrore di morire suicida: tante volte mi è capitato di pensare che la cosa che desidererei più ardentemente sarebbe qualcuno che mi garantisse con un contratto tipo Faust che morirò a snche solo a sessant'anni di malattia, e non a novanta suicida. Non mi prenda per matto!

#2
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Infatti il pensiero della morte se è in chiave ossessiva è uno dei più tipici che si aggrava ragionandoci sopra. Razionalmente non si potrà dare ad una persona una rassicurazione convincente su una cosa del genere, si finisce per dargli una rassicurazione "probabile" che alimenta la sua paura facendolo pensare e ripensare al fatto che si muore. Inoltre, il pensiero di morire per una perdita di controllo (suicida), temendolo e non progettandolo, è un esempio di come la cosa importante sia capire in che forma nasce un pensiero, più che quale sia l'evento temuto. L'ossessione è sostanzialmente sempre la paura di perdere il controllo, o in altre parole l'idea che avendo il controllo si evitino eventi negativi. Così anche ciò che non ha motivo di suscitare preoccupazione (un evento che senza motivo si verifica, così, sfuggendo al controllo) produce preoccupazione, finché si crede di dover risolvere il pensiero con una soluzione razionale. E' la stessa cosa della superstizione, insomma.
Nelle culture arcaiche e in generale nelle tradizioni dei popoli l'idea della morte non è allontanata razionalmente, ma è rappresentata in maniera plateale con i funerali, i cimiteri, l'estetica della morte, così da alzare la soglia per la paura di morire. Questo specialmente quando si muore giovani e frequentemente. Nella nostra epoca l'allungamento della vita coincide con un aumento dell'ansia della morte, e con l'ossessione di allontanarla in un'ipotetica vita infinita.

#3
Utente 171XXX
Utente 171XXX

In effetti se ci pensa l'estetica della morte coincide con periodi in cui la morte è diffusa soprattutto fra i giovani (gli ultimi due anni di Salò, la Berlino investita dai sovietici, le idee di Junger sulla grande guerra come massacro rigenerante). Ai nostri tempi, non so perchè, forse perchè la scienza ci da l'illusione di aver una risposta per tutto, è inconcepibile, è uno scandalo morire giovani. Invece la scienza non potrai mai risolvere i nostri problemi, anche se ci da una grossa mano. Uno dei momenti più brutti della mia vita è stata quando ho scoperto che la medicina è fallibile, ma tant'è non è che la mia ansia cambi le cose, forse faccio prima a cambiare la mia ansia..

#4
Utente 270XXX
Utente 270XXX

Articolo interessante!

#5
Utente 213XXX
Utente 213XXX

Salve dottore, articolo veramente interessante!
Avrei voluto porle un paio di domande ma tanto credo non avrò risposta dopo aver letto quest'articolo :)
Ancora complimenti!

#6
Ex utente
Ex utente

Articolo molto interessante. Solo due domande... 1. Questa "tattica" dello psichiatra vale solo nei confronti di un paziente affetto da DOC, o anche nel caso di altri disturbi?
2. Come si fa a capire che la domanda posta dal paziente nasca solo e soltanto per ossessività, e non sia invece un semplice interesse (nel caso si tratti di domande circa il proprio disturbo, o di tema psichiatrico generale) in tal caso degna di risposta? il rischio può essere quello di "disumanizzare" la persona considerandola solo caso clinico.
Distinti saluti.

#7
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

nel doc, è una norma per l'ossessività. La domanda ossessiva si riconosce perché contiene già una risposta, oppure è una non-domanda, cioè una richiesta di rassicurazione su ciò che è un "può essere che", o su qualcosa che non si sa. Di solito c'è una sproporzione tra la risposta (già presente, o inesistente, o non più definibile oltre una risposta generica) e la preoccupazione, che invece aumenta, con conseguente cortocircuito quando, per migliorare la domanda, la si rende semplicemente ancora più generica e priva di risposta, mentre invece l'intenzione sarebbe quella di presentare l'ipotesi negativa come meno probabile, e averne rassicurazione. Chi cerca di uscire da questo confronto di solito la butta sulla spiegazione dettagliata alimentando in questo modo altre domande secondarie.

#8
Ex utente
Ex utente

Ho capito, ed essendo ossessiva soprattutto a livello di domande mi ritrovo molto in ciò che lei spiega... avevo posto la domanda solo perché in alcune situazioni mi era capitato di essere "bloccata" in un discorso e non ricevere risposte in quanto ossessiva, quando invece le domande nascevano da un mio interesse e ci sarebbero state indipendentemente dal mio disturbo...ma in tal caso non erano domande ossessive. E' solo che nel caso di una persona come me che si chiede molte cose e riflette, a volte è difficile scorgere il confine tra la domanda ossessiva e la domanda "sana". Sono arrivata a ipotizzare che tutto il mio riflettere e la mia tendenza filosofica (poiché mi riferisco a quesiti di tipo esistenziale) non facciano in realtà parte di me,della mia intelligenza,profondità o di un positivo interesse, ma siano nate solo in seguito al DOC, come tentativo di "aver controllo", e questo mi ha turbato e portato a disprezzarmi. Da adesso qualunque domanda mi sorga in testa (es. come sarei stata se non avessi avuto il DOC?)la devo ritenere ossessiva...
Grazie della risposta, cordiali saluti

#9
Dr. Matteo Pacini
Dr. Matteo Pacini

Non qualsiasi domanda, che senso avrebbe, anche perché non tutte le domande generano angoscia, quindi esiste un criterio personale. Alcuni filosofi ragionano su che significo ha la vita, altri la hanno come ossessione, ovviamente la prima differenza è che per uno è una occupazione mentale anche stimolante, per l'altro fonte di sofferenza. Detto questo, poi dire "è una domanda ossessiva" non riguarda il contenuto ma la forma, e serve a prevedere che rispondendo si alimenterà l'angoscia, mentre invece rispondendo ad una questione filosofica si stimolerà l'intelletto, con un esaurimento magari spontaneo oltre un certo limite di inconcludenza della domanda stessa.

#10
Ex utente
Ex utente

Ok, mi è chiaro...nel mio caso le cose tendono a confondersi, dal momento che la riflessione sull'esistenza mi stimola ma spesso mi genera anche angoscia (facendo scattare il meccanismo ossessivo), ed è la stessa cosa che mi succede riguardo alla scrittura: ho sempre amato scrivere ma ho sviluppato, nel contempo, un rapporto compulsivo con la scrittura, in questo caso devo essere io a saper capire quando il "volere" scrivere diventa "dovere".
Comunque ho compreso la differenza e soprattutto il fatto che è la forma della domanda, più che il contenuto, a definire l'ossessività

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