Ingannare il cervello per alleviare il dolore

Dr. Luigi StellaData pubblicazione: 03 febbraio 2013

Chiunque abbia a che fare con la terapia del dolore ha esperienza del cosiddetto ”arto fantasma”.

E’ stato per la prima volta Silas Weir Mitchell ad usare l’espressione “Phantom limb” per indicare l’insieme delle sensazione, il più delle volte dolorose, riferite dai mutilati di guerra.

Da allora una serie infinita di studi ha tentato di stabilire perché gli amputati mantengono uno schema corporeo pressochè inalterato con la staordinaria sensazione di provare prurito o bruciore su parti di un arto che non hanno fisicamente più.

Purtroppo oltre il 70 % dei pazienti amputati oltre a sensazioni innocue prova dolore riferito a territori che appartengono all’area di distribuzione dei nervi tranciati.

Questi dolori sono talvolta talmente violenti da distruggere la qualità di vita di chi li prova. I terapiasti del dolore considerano l’arto fantasma una delle condizioni dolorose più difficili da dominare per la relativa resistenza di questo dolore agli oppiacei ed ai farmaci normalmente usati nel dolore neuropatico periferico: antiepilettici e antidepressivi.

Per cercare di comprendere il significato del dolore da deafferentazione, molti neurofisiologi si sono cimentati nello sviluppo di teorie per spiegare questi fenomeni e tentare di dare sollievo agli amputati.

Le teorie che imputavano alle terminazioni dei nervi amputati l’origine del dolore sono state ben presto contraddette dal fatto che anestetizzando i monconi o recidendoli chirurgicamente non erano in grado di annullare stabilmente il dolore.

Sono quindi comparse le prime evidenze che il dolore era generato centralmente.

Il neurofisiologo Ronald Melzack nel 1989 ha per primo sostenuto che le sensazioni legate alla illusoria presenza di una parte del corpo non più esistente avessero origine nell’attività di una specifica rete neuronali cerebrale.

Melzack propose la teoria che il cervello non si limitava alla elaborazione cosciente di stimoli afferenti dalla periferia, ma genera un proprio schema che rappresenta il corpo e produce nella mente la sensazione della sua configurazione e dei suoi limiti fisici. Chiamò questa rete “neural signature”. Questa vasta rete neuronale centrale venne poi chiamata dallo stesso Melzack Neuromatrix..

L’evidenza della Neuromatrix è stata recentemente molto avvalorata dal fatto che individui nati senza uno o più arti avevano comunque integra la sensazione dell’interezza del loro corpo.

Molto recentemente è stato stabilito che l’amputazione di un arto portava ad un rimodellamento della neuromatrix con una modifica della topografia funzionale cosicche’ i neuroni ricadenti nell’area amputata rispondevano a stimoli provenienti da altre parti del corpo. In termini più semplici e comprensibili in un amputato di mano potevano essere evocate sensazioni riferite all’arto mancante stimolando alcune aree del viso.

Recentissime evoluzioni della ricerca hanno dimostrato che per un reale mantenimento della omeostasi dello schema corporeo il sistema della neuromatrix innata non è sufficiente ma è necessaria la supervisione visiva, che integrando quelle propriocettive danno in ogni istante lo stato funzionale dei segmemti corporei.

Chi osservando l’evoluzione di un neonato non ricorda le ore passate da questo nel guardarsi e toccarsi le estremità per generare la sua rappresentazione corporea?

Queste evidenze scientifiche hanno portato a teorizzare che il feed-back visivo proveniente dall’immagine speculare dell’arto sano potesse sovrapporsi agli stimoli endogeni originati dall’arto fantasma.

Osservando l’immagine riflessa in uno specchio dei movimenti dell’arto sano il soggetto poteva avere sensazioni realistiche provenienti dalle aree corrispondenti dell’arto fantasma e con l’esercizio era stato anche possibile, a fronte di un dolore apparentemente dovuto alla contrattura di aree dell’arto fantasma arrivare a rilassarle e a riceverne una sensazione di sollievo (Mirror therapy).

Attualmente sono in corso sperimentazioni di realtà virtuale generata da un computer che hanno permesso di riferire sensazioni e movimenti fatti dall’arto reale a quello fantasma.

In conclusione vi è una concreta probabilità di ingannare il nostro cervello per averne benefici nel dolore dell’arto fantasma.

 

Autore

l.stella
Dr. Luigi Stella Anestesista, Algologo

Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1971 presso università di Milano.
Iscritto all'Ordine dei Medici di Milano tesserino n° 14209.

2 commenti

#1
Dr. Massimo Lai
Dr. Massimo Lai

Articolo interessante.

A completamento vorrei citare anche l'inventore della mirror therapy: l'Indiano Vilayanur S. Ramachandran

https://en.wikipedia.org/wiki/Mirror_box

che come l'inventore della teoria della "neuromatrix" aveva notato la cristallizzazione del dolore e la trasmissione di questo ad aree limitrofe che non avrebbero dovute essere interessate ma che erano influenzate dalla nuova ristrutturazione cerebrale dovuta agli stimoli provenienti dalla parte del corpo mancante e si era ispirato alle famose mappe motorie e sensoriali di Penfield.

#2
Dr. Luigi Stella
Dr. Luigi Stella

Ringrazio per la integrazione e soprattutto per l'indicazione della URL della voce di wikipadia relativa alla mirror box. Chi è interessato all'argomento può trovarvi utili spunti.
Tuttavia, per precisione, a indicare per la prima volta il termine Mirror Therapy è stato Altschuler nel 1999 nel presentare una tecnica di riabilitazione degli emiparetici anche se il primo utilizzo pratico della metodica è stato Ramachandram nel 1995.
Ciò che stupisce maggiormente è che una acquisizione scientifica di tale importanza abbia ancora scarse ricadute di conoscenza e di pratica clinica almeno nella terapia del dolore.

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